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La situazione in Yemen è critica quanto silente da quando diciotto mesi fa è scoppiato il conflitto tra sauditi e i rivoltosi Houthi: nel colpevole silenzio internazionale il regno dei Saud compra le armi dagli Stati Uniti che vengono prontamente utilizzate per schiacciare l’indifesa popolazione yemenita. Nell’ultima settimana però la situazione ha subito un cambio di rotta pericolosamente significativo. Soprattutto perché ormai è noto che gli americani non sono in grado di portare a termine ‘flash conflicts’; consci delle recenti esperienze in Iraq, Libia e Siria è facile affermare che ogni qual volta decidono di intraprendere un conflitto armato, non solo non riescono ad uscirne vincitori in fretta, ma lasciano il paese da sconfitti e in preda al caos. Nonostante ciò lo scorso venerdì è stata diramata la notizia che una nave militare americana ha colpito tre postazioni in Yemen, teoricamente in risposta a due missili lanciati dagli Houthi verso la flotta americana, ma finiti in acqua. E’ la prima volta che gli Stati Uniti hanno attaccato direttamente i ‘ribelli’ yemeniti. Da anni, almeno fino alla scorsa settimana, gli americani bombardano lo Yemen con la scusante di attaccare le postazioni delle milizie legate ad al-Qaeda, uccidendo nell’intento centinaia di civili nonché di cittadini statunitensi stessi presenti nella regione, fatto capitato più spesso di quanto si creda. Negli ultimi giorni invece l’America è entrata a piè pari nel conflitto, lanciando dalla sua nave militare diversi missili che hanno colpito tre postazioni controllate dagli Houthi.

Le zone prese di mira dai raid USA nello Yemen

Le zone prese di mira dai raid USA nello Yemen

I candidati presidenziali hanno forse citato in qualche modo l’avvenimento? Certo che no, meglio preoccuparsi se la Clinton sia drogata di farmaci o se Trump controlli effettivamente le vagine americane con il suo dito. Il Pentagono ha giustificato il lancio di missili parlando di una rappresaglia dovuta all’attacco ricevuto poco prima. Gli americani hanno quindi il coraggio di parlare di ‘rappresaglia’. Loro non lo ricordano probabilmente, ma l’8 ottobre l’aviazione saudita ha sganciato una bomba durante una processione organizzata in occasione di un funerale, che ha causato la morte di più di 140 persone, quasi tutti civili, ferendone più di 525. Chi dovrebbe quindi permettersi di usare la parola ‘rappresaglia’? Non certo chi bombarda civili intenti a dare il loro ultimo saluto ad un loro amico, parente. L’Osservatorio per i Diritti Umani ha mollemente indicato l’incidente come un ‘probabile crimine di guerra’. Esatto, “Probabile”. Il governo degli Stati Uniti, solo da quando è in carica Obama, ha venduto ai sauditi 110 miliardi di dollari di armi e recentemente il Congresso ha approvato la vendita per ulteriori 1,15 miliardi di dollari. Non contenti, da sempre garantiscono all’Arabia Saudita il supporto tecnico e logistico e quindi di intelligence per aiutarli a portare avanti la loro guerra spietata contro il popolo yemenita.

Il doppio standard americano-saudita: i russi non possono bombardare Aleppo mentre loro possono distruggere Sana

 L’intervento degli Stati Uniti va ad esacerbare una situazione già al limite del sostenibile. Da quando è cominciato il conflitto, ormai quasi 2 anni fa, sono morte 6.800 persone, 14,4 milioni non hanno possibilità di nutrirsi sufficientemente e 2,8 milioni di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Nel 2015, solo scuole e ospedali hanno subito 101 attacchi. Dopo il bombardamento di due infrastrutture di Medici Senza Frontiere – il primo avvenuto il 2 dicembre 2015, il secondo il 15 agosto 2016 – l’associazione umanitaria è stata costretta ad abbandonare sei ospedali nel nord dello Yemen perché troppo a rischio. A completare un quadro di disperazione come questo, si aggiunge l’epidemia di colera che sta colpendo il Paese.

Soldati Houthi

Soldati Houthi

A soffocare le grida di aiuto che vengono dallo Yemen, che ormai sembra esser stato dimenticato anche da Dio, ci pensa lo sterile quanto rumoroso vocìo-chiacchericcio intorno ai due candidati per le presidenziali americane. Eppure, almeno in Europa, dovremmo cominciare a capire che per noi, italiani e europei, poco conta cosa farà il vincitore delle presidenziali nel suo Paese durante il suo mandato. Quello che dovremmo volere è la fine, immediata, della scia di sangue che gli Stati Uniti si stanno lasciando dietro da quando è conclusa la Seconda Guerra Mondiale. E se a voler porre fine all’escalation di tensione con la Russia – che sta portando i nostri soldati in Lettonia – e a desiderare la fine dell’ingombrante presenza americana in Medio Oriente, è il signor Donald Trump, benvenga. La speranza è che le femministe di tutto il mondo, in particolar modo quelle americane, capiscano che possono tranquillamente sopportare qualche frase un po’ troppo volgare, se chi le pronuncia può rappresentare la sola possibilità del popolo yemenita di non essere bombardato mentre seppellisce i suoi cari.

Dopo l’attacco statunitense l’Iran ha inviato proprio due navi da guerra nello stesso stretto di Bab el Mandeb (lo stretto tra Yemen e Gibuti che congiunge il Mar Rosso con il golfo di Aden, uno dei punti di passaggio obbligati delle merci che raggiungono attraverso il Canale di Suez il Mediterraneo) per proteggere le coste occidentali controllate dagli Houthi.