Come qualsivoglia notizia, la Brexit ha ricevuto tantissime attenzioni per poi essere lasciata nel dimenticatoio (per la felicità dei politici e funzionari europei, che ora potranno evitare di spiegare ai propri cittadini perché l’Inghilterra, dopo il referendum, non sia crollata come molti di loro avevano invece previsto). Ora però è giunto il momento di tirar fuori dal dimenticatoio la Brexit, perché non solo ci si avvicina al suo inizio formale previsto per maggio 2017, ma anche perché il governo inglese sta muovendosi a livello internazionale per cercare di mantenere, anche dopo l’uscita ufficiale dall’Ue, il ruolo da egemone che da sempre ricopre in Europa. Ma andiamo per gradi.

Questa settimana Theresa May si è rivolta più volte ai membri del parlamento inglese in riferimento all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. A Birmingham, durante la conferenza annuale del partito dei Conservatori, questa domenica ha detto: “Non vogliamo intraprendere una guerra contro l’Unione europea, ma il nostro non sarà un divorzio né semplice né tantomeno amichevole.” I toni non si sono poi abbassati, anzi, hanno seguito un climax che ha portato il neo insediato primo ministro a dire: “Finalmente saremo indipendenti, uno stato sovrano; un paese che non farà più parte di un’unione politica guidata da istituzioni sovranazionali con il potere di mettere a tacere parlamenti e corti nazionali.” Al di là di queste dichiarazioni – utili a chiarire una volta per tutte l’attitudine che avranno nei confronti l’una dell’altra per risolvere il contenzioso – Theresa May ha confermato che il processo formale per l’uscita dall’Ue comincerà entro la fine di marzo 2017, aggiungendo che il governo introdurrà una legge abrogativa per annullare il ‘European Communities Act’ del 1972, legge che fece entrare di diritto la Gran Bretagna nell’Unione europea.

Le dichiarazioni della May non sono state di gradimento per i membri del partito dei laburisti e per gli altri parlamentari pro-Europa – ai quali il primo ministro deve prestare attenzione, perché insieme raggiungerebbero la maggioranza nella House of Commons, così che un loro voto potrebbe rallentare il processo per la Brexit. Nel caso il parlamento non votasse a favore delle policies di Theresa May, questa sarebbe costretta a indire nuove elezioni per avere poi il potere di portare avanti le sue politiche. Se i membri del parlamento votassero a favore delle decisioni del primo ministro britannico, la May avrebbe invece carta bianca e potrebbe negoziare, senza ulteriori bastoni fra le ruote, i termini di abbandono dell’Ue da parte del Regno Unito. Inoltre il primo ministro, questa settimana, ha espresso la sua preoccupazione riguardo l’attitudine dei suoi cittadini verso la questione Brexit: “Molti sono ancora influenzati dal nostro rapporto con l’Unione europea degl’ultimi 40 anni, per questo c’è chi ancora parla di ‘soft Brexit’. Ma non sarà possibile, perché quello tra noi e l’Ue sarà un accordo tra due entità sovrane ed indipendenti: solo così ci riprenderemo la completa sovranità del nostro paese.” Dichiarazioni che sicuramente le faranno guadagnare molti consensi tra il popolo inglese, ma che non rispecchiano la realtà dei fatti: perché Theresa May sa di dover cedere qualcosa se vuol raggiungere un accordo soddisfacente per quanto riguarda ciò che più la preoccupa, ovvero il ruolo dell’Inghilterra nel libero mercato.

L’obiettivo da entrambe le parti è chiaro, se non ovvio: sia l’Inghilterra che l’Unione europea vogliono uscire il più dignitosamente possibile dalla rottura del loro contratto, ovvero con termini che più favoriscono l’una e l’altra rispettivamente. Ma la Gran Bretagna non avrà più – qualunque sia l’esito delle negoziazioni con l’Ue – il ruolo dominante che ricopriva precedentemente in Europa. Per questo motivo il governo britannico sta cercando, subdolamente, di insediare la sua sovranità in tre paesi: Malta, Estonia e Somalia. Negli uffici del governo si sono chiesti: “Come faremo a mantenere la nostra influenza in Europa una volta abbandonata?” E, prontamente, si sono dati una risposta. Inviando diplomatici britannici, tra cui funzionari ed esperti del settore finanziario (guarda caso in particolar modo questi ultimi) per ‘assistere’ i governi di Malta ed Estonia. L’obiettivo è cristallino, crystal clear: nella piccola isola mediterranea e nel piccolo paese baltico tra pochi mesi si terranno le elezioni presidenziali, quindi quale migliore occasione per insediare funzionari britannici? Con la scusa di supportare i funzionari estoni e maltesi, gli inglesi potrebbero penetrare nei rispettivi futuri governi, permettendo così alla Gran Bretagna di avere ‘supporters’ non ufficiali nelle fila di governi di altri paesi, che così, tra gli altri vantaggi, potrebbero spingere per migliori termini di uscita per l’Inghilterra.

I funzionari maltesi ed estoni hanno detto a POLITICO che recentemente hanno ricevuto offerte ‘pressanti’ da parte del Regno Unito per ricevere diplomatici britannici, offerti per ‘aiutare’ gli staff dei rispettivi governi a stilare i piani politici in vista delle elezioni presidenziali che sono alle porte. Per adesso i due stati hanno gentilmente declinato l’invito, ma in Slovacchia è stato già inviato un diplomatico britannico per supportare l’attuale Consiglio di presidenza in vista delle prossime elezioni. Theresa May vuole dimostrare che l’Inghilterra manterrà il suo ruolo di attore protagonista a livello internazionale anche dopo l’uscita ufficiale dall’Unione europea. Proprio per questo, oltre a cercare di insediare propri funzionari in governi extranazionali, questo martedì, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha confermato che 30 team militari saranno inviati in Africa per seguire delle missioni in Somalia. Spedizione collegata all’inaugurazione del nuovo quartier generale del Regno Unito nella capitale Mogadiscio, edificato, teoricamente, per prestare servizi di ‘training’ ai militari somali per prepararli a combattere il terrorismo islamico. Successivamente è arrivata la conferma che la Gran Bretagna investirà £660 milioni per gli aiuti umanitari da inviare in Africa. Un aumento di più di 100 milioni rispetto l’anno precedente. In altre parole: l’Inghilterra lascia l’Unione europea, ma non ha intenzione di lasciare il suo ruolo da egemone nell’Ue. Italiani, europei o chi per voi, avete qualcosa da dire?