Secoli fa, regnando su quello che era stato il dominio degli imperatori bizantini, che amavano farsi chiamare col titolo di Basileus Rhomanoi (“re dei Romani”), i sultani ottomani, che erano autentici depositari del Califfato e non sedicenti aspiranti ad esso come il leader dello Stato Islamico Al-Baghdadi, si misero a seguire il solco tracciato dalla Storia. Onoravano il passato delle terre sottoposte ai loro domini, avevano una grande visione del passato. Non esiste nel dettame coranico una sola presa di posizione contro la cultura passata dei popoli esterni al Dar-al-Islam. Questo rende ancora più incoerenti le turpi azioni di gruppi che pretendono di vivere seguendo alla lettera la parola del Profeta. Nella realtà, dietro il paravento efficace di propugnatore di un Islam militarizzato e guerriero, la vera essenza dello Stato Islamico è quello di un gruppo con precise mire politiche, che aprono scottanti questioni riguardo al cui prodest? delle sue azioni. Ma andiamo per ordine. Dopo un periodo di “maretta”, una fase di stallo militare in cui i grandi avversari diretti del Califfato, l’esercito siriano di Assad e la conglomerazione delle milizie irachene, hanno faticato e rosicchiato solo lembi di terra a quello che oramai è un nucleo statale contiguo e posto da “diaframma” tra le due nazioni, l’ISIS ha riportato in rapida successione due successi sul campo paragonabili a sferzanti montanti sul volto degli avversari. Se sul fronte orientale l’avanzata verso Baghdad è fortemente ostacolata e ulteriori miglioramenti della situazione dei miliziani sul campo potrebbero a breve portare a un escalation del coinvolgimento del potente vicino iraniano, è a Ovest, nella Siria martirizzata da anni di sconvolgimenti, che per il Califfato si aprono grandi spazi di manovra.

Assad è riuscito a traghettare il suo governo negli ultimi turbolenti anni nonostante l’opposizione, velata o manifesta, di rivali di statura enorme; tuttavia il suo esercito è stato dissanguato e ha pagato, secondo le stime, un prezzo enorme: da 45.000 a 80.000 soldati uccisi in quattro anni, a cui vanno aggiunti circa 30.000 morti delle milizie pro-regime. L’ISIS invece sembra non manifestare gravi deficienze nelle sue linee, e anche la tattica delle sue forze armate è pian piano evoluta. La recente battaglia di Tadmur ha dimostrato come negli “alti comandi” dell’esercito del Califfato ci siano tutt’altro che dilettanti: la città è stata pian piano accerchiata, i militari siriani ricacciati a combattere strada per strada nei villaggi, di modo da annullare effetti a loro favorevoli come quelli garantiti dal supporto aereo. Il risultato si è visto sul campo: per evitare un completo accerchiamento, i reparti di Assad sono stati costretti a una ritirata tutt’altro che ordinata, se si considera che diversi uomini sono caduti nelle mani dei rivoltosi, che hanno proceduto con la classica sequela di decapitazioni e deprecabili crimini. Dacci oggi il nostro Orrore quotidiano….ma squarciando il velo della retorica, la presa di Tadmur ha un’importanza capitale per almeno tre motivi. In primo luogo, Tadmur è Palmira, una città antichissima, il cui nucleo originario risale ai tempi degli Assiri, che ha conosciuto il suo apogeo ai tempi dell’Antica Roma. Dove ora il carnaio della guerra civile siriana conosce la sua pagina più simbolica, si era già combattuto in passato, ripetutamente, dai tempi del golpe di Odenato e Zenobia, coppia di patrizi romani che vollero farsi “imperatori” in contrasto a Roma e scelsero Pamira come loro capitale. L’intervento risoluto di Aureliano frenò i loro propositi, ma l’aver scelto la città come contraltare a Roma testimonia l’importanza di Palmira/Tadmor, dei suoi reperti storici per la cui preservazione il mondo si è prontamente mobilitato. Messe “al sicuro” (dove possa essere al sicuro qualcosa, nella Siria di oggi, è un mistero) le statue, restano i templi antichi che sicuramente gli oscurantisti di turno avranno già messo nella Black List delle cose da distruggere.

In secondo luogo, Palmira è una città importante per esser stata teatro di cruenti fatti di sangue imputabili al regime di Damasco, che al di là della risolutezza dimostrata contro nemici implacabili e dell’indomita resistenza di cui ha dato prova, è sempre stato autoritario, dispotico e repressivo. Shady Hamadi, giovane scrittore italiano di origine siriana, ha scritto un importante pezzo riguardo la “prigione degli orrori” di Palmira: “Palmira per i siriani significa due cose: radici (quelle visibili ancora oggi) e morte, la morte di decine di migliaia di siriani nel carcere di questa città […] Palmira è un luogo che dovrà essere consegnato al patrimonio della memoria, un esempio di come la crudeltà umana abbia raggiunto nuove vette proprio di fianco a turisti ignari che si scattavano foto tra le rovine a pochi km da questo macello a cielo aperto. Ma nella banalizzazione che si fa quotidianamente della Siria, forse tutto ciò è già consegnato al dimenticatoio. Solo oggi, quando il nemico perfetto, l’Isis, conquista questa città, il mondo accende i riflettori su Palmira con la stessa ipocrisia con cui li ha spenti mentre sapeva quello che succedeva”. L’accusa è chiara: nel calderone della rivolta siriana, i veri moderati oppositori, coloro che legittimamente avevano le loro ragioni per chiedere la destituzione di Assad, una classe attiva colta e organizzata, sono stati sommersi dagli integralisti, dai settari, dai violenti.

Terzo e ultimo punto, agli osservatori più acuti, la presa di Palmira rappresenta l’occasione per farsi diverse domande acute sulla questione della lotta all’ISIS e della sua espansione. Chi continua a foraggiare di armi l’organizzazione? In passato, le campagne aeree americane hanno annientato in pochi giorni o al massimo poche settimane le rudimentali forze armate, equipaggiate sovente con retaggi degli arsenali sovietici, dell’esercito di Saddam o delle forze talebane, arate completamente queste ultime mentre tentavano di rispondere ai B-52 con mitragliatrici posizionate in fortini di fango. Oggigiorno, le bombe della coalizione sembrano non aver scalfito più di tanto l’apparato militare del Califfato. Le reclamate uccisioni di leader non sembrano essere fondamentali nell’equilibrio della guerra: come nelle più rodate organizzazioni criminali, “morto un padrino se ne fa un altro”, e tali annunci sono più funzionali alla propaganda che altro. Per capire questa domanda, bisognerebbe aggiungerne un’altra, cui prodest? Chi si sta avvantaggiando degli sconvolgimenti mediorientali? Un’inquietante pista potrebbe portare all’Arabia Saudita. Al nuovo, rampante, regime l’ascesa dell’ISIS è senz’altro favorevole. In primo luogo, crea grane ai due storici nemici di Ryad, Iran e Siria, e contemporaneamente rompe le uova nel paniere agli USA, da cui i sauditi stanno pian piano sganciandosi. Ulteriori sviluppi in Iraq e Siria potrebbero portare a nuovi rincari nel prezzo del petrolio, e a nuovi grandi affari per la casa di Saud, che si avvantaggerebbe inoltre dell’uscita dal mercato delle risorse delle aree sconvolte dalle guerre. L’asse che sta, volontariamente o meno, collegando i wahabiti ad Israele rischia di aggiungere un altro, sconvolgente imputato. Le motivazioni (antipersianismo e desiderio di far pressioni sugli USA) sono in parte convergenti. Sicuramente, dietro la nuova ascesa dell’ISIS c’è uno stato sovrano: il traffico internazionale di armi non giustificano un tale aumento qualitativo e quantitativo di un arsenale che sino a pochi mesi fa era una riproduzione in tono minore di quello delle forze bath’iste fedeli a Saddam. Nelle nebbie del Medio Oriente, resta solo una certezza: la mancanza di inerzia dei principali attori sullo scacchiere fa solo il gioco dell’ISIS, che continua imperterrito la sua guerra al presente, al passato e al futuro di una regione sempre più in fiamme, sempre più alla deriva e sempre più ricca di incognite. La guerra alla Storia di Ninive potrebbe interessare ora anche Palmira, gettando una nuova ipoteca in negativo sulla futura ripresa e stabilità di queste regioni.