Make Our Military Strong Again! Tra le numerose declinazioni del motto della campagna elettorale e mantra ricorrente nei discorsi del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Make America Great Again, l’idea di consegnare l’imponente apparato militare statunitense a un nuovo grado di dimensionamento è una di quelle espresse in maniera più esplicita. La “ricostruzione” della forza militare degli Stati Uniti, così come è descritta sul sito ufficiale della Casa Bianca, è perseguita dall’amministrazione Trump nell’ottica di un mantenimento degli Stati Uniti ai vertici del potere mondiale. America First, inteso come principio programmatico della politica di Trump, non significa solo l’inizio di un’era di “sacro egoismo” che vedrà Washington ritirarsi progressivamente dagli scenari internazionali nei quali non coltiva interessi strategici. Esso, al tempo stesso, denota la volontà di garantire agli Stati Uniti una supremazia che possa essere almeno relativa rispetto alle altre grandi potenze internazionali, dopo il tramonto del progetto geopolitico unipolare.

“Our military needs every asset at its disposal to defend America. We cannot allow other nations to surpass our military capability. The Trump Administration will pursue the highest level of military readiness”

Lo statement espresso sul sito della Casa Bianca è lineare ed inequivocabile: in ossequio a questi principi, l’amministrazione Trump ha recentemente presentato, nel suo primo progetto di budget, un piano volto a garantire un incremento di 54 miliardi di dollari agli investimenti federali nel sistema militare. Tale aumento porterebbe a innalzare di quasi il 10% un bilancio già di per sé voluminoso, pari a 596 miliardi di dollari e superiore alla somma degli otto budget militari che seguono quello di Washington nella classifica stilata dallo Stockholm Institute. Le fonti di approvvigionamento per l’ambizioso progetto di espansione delle forze armate saranno garantite, secondo gli schemi di bilancio, dai tagli apportati a numerosi dipartimenti ed agenzie federali: come riportato da Tyler Durden su Zero Hedge, a essere penalizzati saranno in primo luogo il Dipartimento di Stato e l’Environmental Protection Agency (EPA), già colpiti notevolmente con la nomina al loro vertice di due uomini esterni ai tradizionali apparati burocratici interni, rispettivamente Rex Tillerson e Scott Pruitt.

Donald J. Trump nel corso della sua recente visita alla portaerei USS Gerald R. Ford a Newport News, Virginia.

Donald J. Trump nel corso della sua recente visita alla portaerei USS Gerald R. Ford a Newport News, Virginia.

Nella giornata del 2 marzo, Trump si è recato in visita alla USS Gerald R. Ford, la superportaerei di ultima generazione completata nel 2015 e costata 12,8 miliardi di dollari che sta completando i test operativi precedenti il suo ingresso in linea nei ranghi della United States Navy. Dal ponte del più costoso vascello statunitense mai costruito, perno di una nuova generazione di portaerei destinata a incrementare ulteriormente l’operatività della Marina, Trump ha puntualizzato che proprio la United States Navy sarà al centro dei programmi di investimenti militari. Allo stato attuale, la United States Navy è composta da 275 vascelli: nel 1989 essi erano 592, ma dalla fine della Guerra Fredda ad oggi ciò che le forze marittime statunitensi hanno perso in dimensionamento è stato decisamente compensato dall’incremento delle potenzialità operative. Michael D. Shear, sul New York Times, ha citato alcuni numeri che danno un’idea della potenza della United States Navy: essa possiede 10 portaerei, 22 incrociatori, 63 cacciatorpediniere, 11 navi d’assalto anfibio e 68 sottomarini, 14 dei quali armati con testate nucleari. Per Trump, tuttavia, ciò non è sufficiente: le intenzioni del Presidente, infatti, prevedono il varo di due ulteriori portaerei di dimensione e potenzialità simili a quelle esprimibili dalla USS Gerald R. Ford. La twelwe-carriers Navy invocata da Trump dovrebbe contribuire, secondo le parole del discorso del Presidente riportate dal Navy Times, a “espandere la capacità degli Stati Uniti di portare avanti missioni negli oceani al fine di proiettare la potenza americana in terre lontane”.

La dottrina classica della “proiezione di potenza” è incorporata in toto nella visione strategica di Trump: America First inteso, nuovamente, come un richiamo alla volontà di preservare la supremazia di Washington dalle sfide che, almeno in campo navale, non sembrano in ogni caso in grado di scalfirla. La portaerei, intesa come una vera e propria “isola” di sovranità galleggiante a migliaia di chilometri dal suolo americano, assume la centralità in un contesto che vede gli Stati Uniti impegnati in un confronto muscolare con la Cina, che per tutelare i propri interessi sulla “linea di faglia” del Mar Cinese Meridionale ha varato un piano di riarmo navale volto a trasformare la People’s Liberation Army Navy (PLAN) in una flotta dotata di operatività a lungo raggio. Sul numero di gennaio di Limes Diego Fabbri, storica firma dell’autorevole rivista di geopolitica, ha prospettato il possibile cambio della strategia americana verso la Cina che Trump potrebbe operare nei prossimi anni: dal containment teorizzato da Obama, infatti, la nuova amministrazione potrebbe passare al rollback, alla pressione attiva da operarsi con mezzi economici, politici, diplomatici e militari. Secondo Fabbri, infatti, gli strateghi statunitensi del Dipartimento della Difesa sarebbero intenzionati a prevenire l’ascesa di Pechino a Paese guida dei processi di integrazione economico-politica internazionali e a potenza militare planetaria agendo su quelle che ritengono le “irrimediabili falle strutturali che minano la Repubblica Popolare”, dalla fragilità delle sue linee commerciali all’assenza di un’adeguata copertura militare marittima. In tale ottica, la United States Navy assumerebbe una funzione strategica chiara e decisiva, in quanto consentirebbe agli Stati Uniti di far sentire la propria voce adeguatamente alle estremità occidentali dell’Oceano Pacifico attraverso il dispiegamento dei gruppi da battaglia incentrati sulle portaerei a poca distanza dalle basi militari e dalle rotte commerciali della Repubblica Popolare.

Cartina realizzata da Laura Canali per Limes che rappresenta nel dettaglio la disposizione delle forze militari statunitensi in prossimità dei confini terrestri e marittimi della Repubblica Popolare Cinese.

Cartina realizzata da Laura Canali per Limes che rappresenta nel dettaglio la disposizione delle forze militari statunitensi in prossimità dei confini terrestri e marittimi della Repubblica Popolare Cinese.

Un altro perno del progetto di espansione delle forze armate statunitensi auspicato da Trump è destinato ad essere il rinnovamento dell’apparato nucleare. Diverse dichiarazioni del tycoon repubblicano, infatti, hanno lasciato intendere che nelle sue intenzioni vi sia anche quella di garantire alle forze nucleari statunitensi la superiorità sugli omologhi arsenali schierati da altri Paesi. Allo stato attuale delle cose, l’unica nazione in grado di dispiegare un arsenale di dimensione paragonabile a quello statunitense è la Russia, che mantiene in servizio circa 7.000 testate ma dispone di un numero minore di dispositivi di lancio rispetto agli Stati Uniti. Lo scorso 24 febbraio Alex Emmons ha scritto su The Intercept che le critiche di Trump al trattato di non proliferazione e riduzione degli arsenali New START, etichettato come bad deal nel corso del suo colloquio telefonico con Vladimir Putin, potrebbero prefigurare un’espansione del programma di ammodernamento delle forze nucleari americane avviato da Barack Obama nel 2016. Quest’ultimo è destinato ad assorbire negli anni a venire circa 1.000 miliardi di dollari per sostituire gli ordigni e le testate obsolete, ammodernare i dispositivi di lancio, puntamento e controllo delle batterie missilistiche, revisionare le basi militari in cui sono conservate le armi atomiche e aggiornare i bombardieri B-52, “veterani” di numerosi conflitti. 

La visione militare dell’amministrazione Trump, come visto, sembra prefigurare un rafforzamento della presenza statunitense sugli scenari internazionali ed è destinata a rafforzare il peso del Pentagono in seno al centro decisionale della politica statunitense. Nella “battaglia degli apparati” attorno a Trump, le forze armate sono destinate ad acquisire sempre maggiore voce in capitolo nella stesura degli indirizzi programmatici della strategia statunitense negli anni a venire. Sotto il profilo della sostenibilità economica, è difficile prevedere quanto i piani di espansione militare potranno distogliere importanti risorse economiche dalle principali proposte elettorali di Trump, come il programma di ingenti investimenti infrastrutturali e quello di rilancio della produzione industriale statunitense. Allo stato attuale delle cose, essi sembrano essere stati messi in subordine rispetto alla volontà di “rendere le nostre forze armate nuovamente grandi”, più grandi forse di quanto realmente necessario per un’ottimale garanzia degli interessi strategici di Washington.