Leggere tra le righe della crisi politica macedone non è affar da poco, come si sa, risultano sempre torbidi gli intrighi di corte che mirano a rovesciare i governanti in carica, specie se la firma dell’operazione è della sempre riconoscibile manovalanza politica americana. Dopo il fallimento targato Kiev, la via del golpe si prolunga (o in questo caso, arretra) verso Skopje, la piccola capitale di un piccolo stato dei Balcani, che si trova a fronteggiare la sua ennesima, ciclica, crisi politico-religiosa. O perlomeno, così è stata denotata. Chiaramente, parlando di Balcani, di conflitti religiosi e di destabilizzazione di corrotti e repressivi regimi politici, lo scetticismo di fondo è ragionevolmente plausibile.Lo scontro accesosi dopo circa 14 anni dall’ultima volta, tra macedoni-ortodossi e albanesi-islamici è un pretestuoso veicolo per  una sollevazione popolare nei confronti del governo di Nikola Gruevski: il Paese, tuttavia, vista e considerata la maggioranza ortodossa di etnia slava, la posizione di stato cuscinetto (quello che una volta rappresentava l’Ucraina), pur vicino all’Europa dei 28 sia geograficamente che per aspirazioni istituzionali, non vuole perdere il contatto con Mosca. L’economia macedone, infatti, intrattiene dei vitali rapporti commerciali con la Russia di Putin (vedi, ad esempio, gli importanti investimenti della compagnia petrolifera russa Lukoil), tant’è che non ha appoggiato il pacchetto di sanzioni imposte dall’Occidente nei confronti del Cremlino e, inoltre, si è proposta come stato di passaggio per il nuovo gasdotto in fieri, il Turkish Stream. Al secolo, si era parlato del fallimento del progetto South Stream, poiché la Bulgaria, paese d’approdo della condotta dall’altro lato del mar Nero, aveva ritirato la sua disponibilità all’attraversamento del suo territorio, in seguito alle forti pressioni occidentali.

Oggi tale progetto è dirottato su altre vie e, tramite la Turchia e la Grecia, il gasdotto prenderà la via di Skopje, per poi proseguire verso l’Europa centrale attraverso la Serbia. Uno scacchiere di stati amici di Mosca, per questo pericolosi per Washington, quindi da mettere a ferro e fuoco. La serie di rivoluzioni colorate dell’Europa orientale prosegue quindi in FYROM (così si chiama il Paese), sotto le mentite spoglie delle agitazioni popolari delle minoranze che, sotto le spinte indipendentiste, contestano un governo additato come autoritario, che insabbia intrighi politici e illegali intercettazioni di personaggi influenti e prossimi agli ambienti che contano. Non serve neanche dubitare che si tratti di un dejà vu, nemmeno così retrodatato. E le ragioni di tali mal di pancia sono, magari errate, ma facilmente intuibili nella fattispecie: gli Stati Uniti vogliono impedire che vi sia la diversificazione dei fornitori di gas in Europa, in modo tale che Bruxelles continui ad acquisire la maggioranza del suo fabbisogno energetico da Paesi alleati di Washington, quale può essere il Qatar. A ciò si somma il fatto che, nel quadro dell’accordo TTIP in discussione in questo periodo, vi sarà l’importazione dello shale gas americano, il famoso gas di scisto a basso costo di estrazione sulle cui tecnologie l’Europa è ancora agli albori.

Alla luce di una disamina nemmeno troppo tecnica della questione, l’UE dovrebbe considerarsi cieca di fronte al fatto che un’assenza di concorrenza nel campo della fornitura degli idrocarburi non può essere che dannosa proprio per l’acquirente, ossia noi. L’assenza di una comune politica energetica, una delle tante esternalità negative di un’Europa incompiuta, ci rende schiavi di subdole manovre politiche che puntano a ridurre il benessere dei cittadini e che, a livello macroeconomico, riducono notevolmente il peso del blocco eurasiatico sul multipolarismo geopolitico. Ecco che ci si rende conto di come un piccolo Paese, storiograficamente grande, ma attualmente modesto e marginale, deve rappresentare il baluardo della resistenza economica, viste le potenziali conseguenze che può avere sulle condizioni di benessere di molte e molte altre persone. Too small to fail.