di Gabriele Repaci

Dopo una discussione durata diversi mesi il 16 luglio la Camera bassa (Camera dei rappresentanti) ha approvato la riforma voluta dal primo ministro giapponese Shinzō Abe che vuole consentire all’esercito del Sol Levante di poter partecipare ad attività belliche e difendere i propri alleati in caso di attacco, in particolare gli Stati Uniti d’America. Il disegno di legge deve essere ancora discusso nella Camera alta (Camera dei consiglieri), dove la maggioranza del premier è meno forte. Infine il testo, se approvato a maggioranza dei 2/3 da entrambe le Camere, dovrà essere sottoposto a referendum popolare obbligatorio. Il voto è stato il culmine di mesi di dibattito in una nazione che ha abbracciato il pacifismo per espiare le sue colpe durante la seconda guerra mondiale. Si è trattata di una vittoria significativa di Abe, un politico conservatore che ha dedicato la propria carriera per far muovere il Giappone al di là del suo passato militarista facendo sentire il proprio peso all’interno dello scacchiere politico mondiale.

Tale modifica consentirebbe alle forze armate giapponesi di combattere all’estero per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La proposta dell’esecutivo nipponico, fortemente appoggiata dagli Stati Uniti d’America, introduce il principio di autodifesa collettiva: Tokyo potrà difendere i paesi ad esso alleati, in particolare gli Usa, da eventuali attacchi da parte di potenze ostili. La Casa Bianca è fortemente preoccupata infatti dall’ascesa della Cina e dalla minaccia rappresentata dalla Corea del Nord. Gli Stati Uniti non vogliono che il Giappone si trovi impossibilitato ad intervenire in caso d’emergenza, se per esempio una nave statunitense impegnata nel Pacifico si trovasse sotto attacco da parte di Pechino. Il principale obiettivo è quello di stringere una cooperazione con le forze statunitensi, in accordo con le nuove linee guida per le relazioni militari definite dai due governi lo scorso aprile a Washington.

Il ministro degli affari esteri cinese Hua Chunying ha chiesto se il Giappone sta «abbandonando le sue politiche pacifiste» e ha esortato il premier Abe ad «attenersi al percorso di sviluppo pacifico» ed evitare di danneggiare la stabilità della regione. A rincarare la dose ci ha pensato il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese, il quale ha definito la proposta dell’esecutivo nipponico una «vergogna storica». Il Global Times ha affermato che Shinzō Abe è «ubriaco dei propri ideali» e ha sbagliato i suoi calcoli. «La Cina è per il Giappone un nemico immaginario – continua il giornale – ma combattere la Cina non è un rischio che il Giappone può correre … la Cina è capace di infliggere al Giappone un colpo fatale». Il Rodong Sinmun, giornale ufficiale del Partito dei Lavoratori della Nord Corea, vede in tale scelta motivi più sinistri. Esso scrive che il disegno di legge è un tentativo di trasformare il Giappone in uno stato militarista. «Se il Giappone dovesse invadere altri paesi facendo appello alle legge di guerra, questo porterà disastri al suo popolo» afferma il quotidiano. Il ministro degli esteri sud coreano si è limitato ad asserire che il Giappone deve «attenersi allo spirito della costituzione pacifista» Oltre che all’opposizione di Pechino e degli altri paesi del sud est-asiatico, il governo di Tokyo deve scontrarsi con l’opinione pubblica interna per nulla favorevole alla sua politica di riarmo.

Centinaia di persone si sono riunite nella capitale, per contestare il disegno di legge approvato dalla Camera bassa giapponese. Stando alle stime del Sankei Shimbun, quotidiano di impronta filo-governativa, il 60% dei giapponesi sarebbero contrari alla riforma voluta dal primo ministro. Inoltre il disegno di legge di Abe ha ricevuto pesanti critiche dai suoi stessi alleati politici come il Nuovo Partito Komeito (sostenuto dalla Soka Gakkai, un gruppo buddista-pacifista molto potente). Il dibattito in atto è incentrato sull’articolo 9 della Costituzione il quale recita: «Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.» C’è da dire che il divieto per il Giappone di possedere un esercito, una marina o un’aviazione militare è stato aggirato sin dagli anni cinquanta chiamandole “forze di autodifesa”.

Le implicazioni geopolitiche della svolta nazionalistica di Tokyo sono evidenti: In primo luogo, mantenere ed esercitare la sovranità sulle proprie isole periferiche (isole Senkaku/Diaoyu, rocce di Liancourt o isole Takeshima) e sui mari circostanti (il riferimento è al Mar Cinese Meridionale dove la Cina ha creato nel 2013, una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea, contrastata da Tokyo che punta invece a uno spazio marittimo “open and stable”, che garantisca la sicurezza dei commerci e la difesa del territorio). In secondo luogo, incrementare la cooperazione militare e strategica fra i Paesi del Sud-est asiatico in ambito ASEAN (Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-orientale). Infine, salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico coinvolgendo India, Australia e le Hawaii (è il progetto di Abe chiamato Security Diamond). L’aspirazione del Giappone ad aver un ruolo geopolitico più attivo all’interno dello scenario politico internazionale è certamente comprensibile. Tuttavia la rinuncia alla vocazione pacifista di Tokyo, anche alla luce della stretta alleanza con Washington non può che preoccupare i paesi del sud-est asiatico, in primo luogo la Cina, che vedono nel progetto di Abe un pericolo per la stabilità nella regione.