Il solito rituale: il primo post su Facebook, la prima lacrima, la prima ‘breaking news’ che fa alzare il volume del televisore, per poi passare ai primi commenti ed ai primi talk show, intervallati da selfie o slogan social di politici di turno.

L’attentato compiuto al grido di ‘Allahu Akbar’ è, per l’appunto, oramai un rituale e come tale quello di Bruxelles non si è sottratto alle grinfie macabre di un sistema mediatico europeo che ha subito acceso i riflettori sui luoghi delle esplosioni; ma proprio per il fatto di essere un rituale oramai, chi organizza (direttamente ed indirettamente) questi atti barbari da ora in poi sarà in difficoltà. Come ogni buon rituale, anche l’attentato terroristico di matrice islamica sembra prendere a livello mediatico la virata verso la consuetudine e quindi verso una minor presa emotiva nell’impatto con l’opinione pubblica.

Madrid 2004, Londra 2005, Parigi 2015, adesso Bruxelles 2016; ad un’opulenta e stanca opinione pubblica occidentale, questa composizione tragica di eventi e date assomiglia più all’albo d’oro di un mondiale che ad uno stato di assedio verso cui è forzatamente costretto il vecchio continente, con il telespettatore che dal divano di casa si chiede soltanto dove e quando scoppierà la prossima bomba e per nulla si interroga sulle origini e sulle conseguenze del terrorismo.

In poche parole, chi ha compiuto la strage di Bruxelles sembra aver messo su una nuova puntata di un reality show; dopo Madrid, la gente (memore anche dell’11 settembre 2001) è rimasta seriamente terrorizzata, dopo Londra l’opinione pubblica ha iniziato ad avere il terrore di viaggiare (grazie anche al fatto che dopo 20 giorni dagli attentati nella ‘Tube’ londinese, il terrorismo ha colpito i turisti a Sharm El Sheik in quella tragica estate 2005), dopo l’attacco a Charlie Hebdo il dibattito si è spostato sulle ‘libertà’ occidentali, gli attacchi del Bataclan e dello Stade de France di novembre hanno iniziato invece a sancire il passaggio dall’effetto ‘terrore’ a quello ‘rituale’. Hastag, bandiere tricolori sul profilo, ore ed ore di diretta, il messaggio del leader, il cordoglio del rivale, il grido di ‘difendiamo le frontiere’ e quello contrario di ‘Shengen non si tocca’; adesso Bruxelles: stessa forma, stesso rito, stesse tragiche abitudini consolidate.

Più che di strategia della tensione, si può parlare adesso di strategia dell’abitudine; l’attacco terroristico non è più un fatto raro che fa sbigottire gli occhi dello spettatore, è una sorta di consuetudine: ci si è abituati alla morte, proprio come in guerra. Ecco, proprio la guerra (prima ancora che il terrore) è quello che maggiormente vogliono forse evocare tanto gli esecutori materiali delle stragi, quanto chi da subito nel ‘cerimoniale’ della strage inizia a strumentalizzare le bombe. “Siamo in guerra”, è il messaggio delle due parti sopra citate e la stessa morte è evocata oramai come elemento consuetudinario della quotidianità dei popoli europei, un qualcosa che non è possibile evitare se non al prezzo di altre avventure militari in medio oriente.

Ma, sempre a livello mediatico, il rischio per chi organizza e strumentalizza queste barbarie, è rappresentato da un altro termine emblematico della condizione odierna dell’Europa: stanchezza. Potrebbe verificarsi, fra non molto, lo stesso effetto che le stragi di mafia hanno prodotto a cavallo degli anni 80 e 90; le uccisioni di Dalla Chiesa, Chinnici, Pio La Torre e così via, ogni volta non hanno mai mancato di destare commozione e reazione della società civile, l’apice in tal senso è stato certamente raggiunto dalle stragi del 1992 di Capaci e via D’Amelio. Poi nel 1993, le stesse scene non si sono viste per le bombe in via Dei Georgofili a Firenze e per le altre bombe piazzate dalla mafia in giro per l’Italia; la gente ha iniziato a non fare più caso a questo tipo di eventi e gli omicidi e le stragi di cosa nostra non hanno più fatto notizia, o comunque non come negli anni precedenti. Questo, azzardando un parallelismo con la situazione odierna, non ha impedito di militarizzare la Sicilia e lanciare l’operazione ‘Vespri’ con l’esercito in ogni angolo dell’isola; l’effetto stanchezza/abitudine delle stragi di matrice islamica, non impedirà certo di pretendere riduzione delle libertà per i cittadini e presenza sempre più massiccia di militare per le strade.

L’abitudine come elemento cardine di approccio dello spettatore europeo agli attentati di Bruxelles, è però un fatto; dalla capitale belga, emergono poche novità sostanziali a livello geopolitico: il rituale dell’attentato è identico ai precedenti, inutile provare a distinguere motivazioni di mandanti ed esecutori rispetto alle stragi di Parigi o di Londra. In tal senso, gli attentati di martedì, pur rimanendo un fatto di sangue molto grave, sono stati trasformati in un gigantesco evento mediatico del terrore.

Poco o nulla si è parlato in queste ore del contrasto (quello vero) al terrorismo; ISIS, Al Qaeda, Al Nusra, stanno ancora lì a destabilizzare il medio oriente anche grazie alle cospicue donazioni occidentali, con le truppe siriane ed irachene che cercano (con successo da qualche mese a questa parte) di fermare nel deserto chi, correndo poi lungo la frontiera turca, arriva dritto dritto in Europa ad attuare i reality show del terrore.