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Il risultato finale è stato confermato il 20 dicembre, a più di un mese di distanza da quelle che, probabilmente, passeranno alla Storia come le elezioni più surreali che gli Stati Uniti abbiano mai visto. Con 304 voti, provenienti dai grandi elettori scelti dai cittadini l’8 novembre, l’imprenditore e candidato repubblicano Donald Trump si è aggiudicato definitivamente la Presidenza, ponendo la fine ad ogni speranza di possibile ribaltone elettorale – a cui siamo decisamente più avvezzi rispetto ai nostri cugini d’oltreoceano -. La controparte democratica, dunque, ha dovuto riconoscere la sconfitta, nonostante l’idea di uno stravolgimento del risultato da parte del Collegio fosse un’idea paventata da più parti. Quanto, però, era possibile un esito simile? A conti fatti, si trattava di un’ipotesi che rasentava il miracolo.

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Carta dell’esito delle elezioni presidenziali che hanno visto trionfare Donald J. Trump

Questione di statistica…e di Storia

A ridimensionare le probabilità di una sorpresa del Collegio elettorale era innanzitutto la matematica: su 538 grani elettori, 306 erano repubblicani e 232 democratici, con dieci grandi elettori decisi a non votare per i candidati del proprio partito. Occorre specificare, tra l’altro, che fra questi elettori “dissidenti” solo uno era repubblicano. Inoltre, per minare la maggioranza repubblicana era necessario convincere 37 grandi elettori a non sostenere il tycoon al momento del voto, un’impresa tutt’altro che semplice: in 29 Stati americani esistono leggi che impongono un vincolo al voto dei grandi elettori, i quali sono tenuti a sostenere il candidato del proprio partito – queste leggi non sono mai state usate finora -. In altri 21 Stati, invece, non esiste vincolo legale. Se guardiamo la Storia delle elezioni statunitensi, scopriamo che solo 157 grandi elettori non hanno sostenuto il candidato presidente del proprio partito da quando il Collegio Elettorale è attivo – in gergo vengono chiamati “faithless”, infedeli -, con l’ultimo caso in cui ci furono più di due elettori infedeli nel 1832. Di conseguenza, la speranza di alcuni democratici di vedere cancellata la sconfitta elettorale era più un sogno ad occhi aperti che una possibilità effettiva. La Presidenza Trump, al contrario, è ormai destinata a divenire realtà, proprio quando è con la realtà stessa che ha dimostrato di avere un rapporto piuttosto complicato. Forse, però, è proprio l’dea stessa di “realtà” – e conseguentemente, l’idea di “verità” – a dover essere ripensata.

“Se i fatti non corrispondono, peggio per loro”

Sin dall’inizio della sua avventura politica, il presidente eletto Donald Trump ha dovuto affrontare un nemico ben più pericoloso della sua controparte democratica, nonché del suo stile pericolosamente provocatorio e controverso: a minacciare l’esito della corsa del tycoon alla Casa Bianca sono stati i fatti, la realtà, il mondo esterno che ostinatamente continuava a non piegarsi alla sua narrazione. Il fact-checking a cui è stato sottoposto durante la campagna elettorale ha rivelato più volte la tendenza di Trump a citare elementi falsi, totalmente o in parte, nonché ad adoperare un linguaggio prettamente emotivo e sensazionalistico. Come scrive il professor Lahcen Haddad per Al Jazeera, il contesto storico in cui Trump opera è quello del “regime della post-verità”, dove al fatto si sostituisce la narrazione e all’oggettività la prospettiva. Adoperando il concetto di “spazio pubblico” teorizzato da Habermas, Haddad identifica come strumento della post-verità la nascita di un network informativo autonomo e separato dai media mainstream – a cominciare da Breitbart – che, con lo scopo dichiarato di contrapporsi ad essi, costruisce una nuova narrazione che prescinde dall’oggettività ed imparzialità dell’informazione tradizionale. Questo perché, evidentemente, ad essere richiesta non è l’informazione.

Francis Fukuyama docente di scienze politiche a Stanford 

Cosa c’è di vero nella “post-verità”

Come ci insegna Michel Foucault, la “verità” è il prodotto di un “discorso”, ossia di una narrazione coerente che si occupa di porre in correlazione degli elementi per costruire una descrizione organica della realtà. La verità, dunque, è il risultato di questa costruzione organica, la quale è in ultima analisi un prodotto delle relazioni diseguali che costituiscono la base del “potere”. Il potere e la verità, dunque, non sono elementi contrapposti o disgiunti, ma sono assolutamente vincolati l’un l’altro e legati da un destino comune, in quanto la narrazione che si afferma è contemporaneamente risultato e strumento di logiche di potere. Così come la rivoluzione scientifica del Seicento esprimeva al suo interno l’evoluzione sociale in atto, con annesso il conseguente cambiamento della distribuzione delle relazioni di potere, allo stesso modo la narrazione portata avanti da Donald Trump e dal network a lui legato è lo spazio concettuale all’interno di cui si esprime un particolare sistema di potere, il quale è stato descritto in maniera interessante da Flavia Perina per Linkiesta. A caratterizzare la Presidenza Trump, secondo l’autrice, è l’assenza di filtri fra potere politico ed élite capitalista, la quale ha ottenuto il controllo del Paese occupando ruoli centrali nell’amministrazione federale: dal Segretario di Stato Rex Tillerson – CEO di Exxon – a Segretario al Lavoro Andy Pudzer – Chief executive di Cke – fino all’ex manager di Goldman Sachs Steven Mnuchin – a cui spetterebbe il Dipartimento del Tesoro -. Si tratta di personalità coinvolte in prima persona nel sistema delle multinazionali, che ora sembrano non volersi più nascondere dietro le figure neutre degli esperti e docenti universitari, ritenuti fino ai giorni nostri i loro naturali intermediari.

Una lezione del 1980 tenutasi all’Università Berkeley sui concetti di verità e soggettività secondo Michel Foucault, siamo riusciti a trovarla solo in lingua originale, sono disponibili i sottotitoli

Le promesse (non) mantenute

Un articolo di Alessio Marchionna per L’Internazionale ci riporta alle conseguenze che questo regime della post-verità possa avere sulla vita quotidiana dei cittadini: il 22 novembre, giorno in cui un giudice del Texas ha bloccato un decreto – approvato da Obama – per estendere la paga obbligatoria degli straordinari ai lavoratori del settore privato. Alla mancata reazione di Donald Trump – che almeno in linea teorica avrebbe potuto sostenere un provvedimento che avrebbe avvantaggiato più di 4 milioni di statunitensi, compresi molti suoi elettori – ha sopperito la gioia degli altri dirigenti repubblicani, i quali hanno salutato con favore la decisione del giudice. Oltretutto, dieci giorni dopo la vicenda, Trump è intervenuto nella decisione della Carrier (azienda produttrice di impianti per aria condizionata) di delocalizzare in Messico circa 2000 posti di lavoro, decisione in seguito ritrattata. Secondo le successive ricostruzioni, la scelta della Carrier di rinunciare al trasferimento sarebbe la conseguenza della promessa di incentivi fiscali per 7 milioni di dollari, senza escludere la possibilità di licenziamenti futuri. Sempre secondo Marchionna, la vicenda di Carrier mostra una componente importante della politica economica di Trump, unendo aiuti statali per evitare che le imprese smantellino la produzione presente negli USA a minacce di sanzioni in caso esse rifiutino l’offerta. Se la strategia sembra aver funzionato almeno nel breve periodo, bisogna però ricordare una caratteristica fondamentale della politica nata dalla post-verità: essendo frutto di una “reazione”, essa paga il prezzo di una mancanza di coerenza di fondo, risultando il più delle volte inadatta ad affrontare le conseguenze delle sue azioni.