Lo storico accordo, raggiunto ieri alle Nazioni Unite, sul programma nucleare iraniano dalle sei principali potenze mondiali segna innegabilmente una svolta nell’equilibrio mediorientale. Il testo – raggiunto dopo due intense settimane di negoziato tra i ministri degli esteri di Iran, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Cina, Russia e lady PESC Mogherini – sancisce la fine delle precedenti risoluzioni ONU contro Teheran. Dieci lunghi anni sono trascorsi dall’imposizione contro il Paese dell’ayatollah Khamenei delle sanzioni che imponevano il blocco di qualsiasi materiale, equipaggiamento, componentistica e tecnologia duale avesse a che fare con il programma nucleare civile. Anche le restrizioni sui capitali e contro 30 persone, facenti parte del progetto, sono state eliminate, in cambio dell’accesso agli ispettori internazionali ai siti presenti nel Paese.

Se Russia e America possono rispettivamente essere considerate le promotrici di questo patto e presentarlo come un significativo passo in avanti verso un nuovo equilibrio nella regione – soprattutto in un periodo così teso tra le due superpotenze -; non altrettanto si può dire per gli altri alleati nel quadrante, che invece vedono come fumo negli occhi la fine dell’isolamento iraniano. Netanyahu è il primo a uscire sconfitto da quest’accordo: dopo aver passato gli ultimi dieci anni a demonizzare la leadership di Teheran, a terrorizzare l’opinione pubblica sull’imminente realizzazione della bomba atomica dell’ayatollah e sulla sua presunta complicità con il terrorismo internazionale; si vede ora “sbugiardato” dal suo alleato più storico. L’Iran riesce così a “normalizzare” le relazioni internazionali, spezzare l’isolamento che Israele gli aveva costruito attorno e può finalmente tornare a vendere il suo petrolio sui mercati esteri. Se poi – come continua a ripetere il premier da Gerusalemme – riuscisse anche a disporre comunque di una bomba atomica, lo strapotere di retaliation dell’IDF subirebbe un drastico colpo. Altro discorso invece per l’Arabia Saudita, altro nemico storico della rivoluzione khomeinista, che non solo è già indirettamente in guerra per procura con Teheran nello Yemen e in Siria, ma che subirà anche un netto contraccolpo sul prezzo del petrolio provocato dalla presenza del greggio iraniano sul mercato europeo. Infatti dopo aver perduto il loro principale mercato di sbocco – gli Stati Uniti ora autosufficienti – e aver fatto crollare il prezzo del brent lo scorso inverno per frenare l’export di fracking, avrebbero preferito che il loro principale competitor rimanesse fuori dai giochi.

Il Paese che esce maggiormente avvantaggiato da queste due settimane viennesi è senza dubbio la Russia di Vladimir Putin: non solo riesce a eliminare l’embargo e l’isolamento che colpiva una dei suoi più stretti alleati regionali, ma ottiene come “compensazione” dell’inevitabile calo del prezzo del barile mega contratti per la fornitura di armi – non più sanzionate – verso Teheran. Inoltre, sfruttando la paura “atomica” di Riyadh, si accaparra anche l’impegno per la costruzione di decine di centrali nucleari in Arabia Saudita.
Certo anche Barack Obama segna quel colpo a effetto – dopo la svolta su Cuba – che costantemente ricerca come degna chiusura del suo ultimo mandato, finora appannato dalle tante (troppe) sviste su altri importanti dossier; sfidando apertamente il Congresso e facendo storcere il naso a qualche generale. Evidentemente il suo entourage deve essersi finalmente accorto della pericolosità di aver creato un mostro come lo Stato Islamico – che ormai completamente fuori controllo si espande a macchia d’olio – e dell’assoluta connivenza o almeno tacito accordo tra questo e le forze armate israeliane.

L’accordo apre ora agli ispettori dell’AIEA le porte dell’estesa rete d’infrastrutture iraniane che coprono tutto il ciclo necessario alla produzione di armi nucleari. Le miniere di Saghand, Narigan, Zurigan e Ardakan nell’Iran centrale; gli impianti di conversione di Isfahan e Ardakan; i “famosi” siti di arricchimento di Natanz e Qom – dove vi sono almeno 50.000 le centrifughe – e le due centrali di Arak e Busher. Per quanto riguarda invece l’arsenale balistico -ossia i vettori che dovrebbero portare le testate atomiche – si tratta di 200 vecchi Scud-B (denominati Shahab-1) di provenienza libica e nordcoreana; una sessantina di Hwasong 6 coreani (denominati Shahab-2); e 500 vettori nazionali come i vari Mushak, i razzi Oghab e Shahin II, tutti residui del conflitto con l’Iraq. Uniche eccezioni sono poi lo Shahab-3 e il più recente Sejil, con un raggio d’azione di 2.000 km, già operativo in diversi esemplari. Nulla se paragonato all’imponente apparato di first strike israeliano formato da più di 300 aerei F-15 e F-16, 50 missili balistici Jericho II e ai 4 sottomarini da lancio.
La “riabilitazione” dell’Iran è più uno schiaffo alla superiorità militare di Tel Aviv e a quella finanziaria di Riyadh che una minaccia alla pace del Medioriente e, anzi, è la riprova degli sforzi compiuti sul campo contro le milizie di al-Baghdadi.