In un periodo di valzer geopolitici frequenti e diffusi, la volatilità degli equilibri si manifesta nel fare e disfare delle trame più o meno fitte di accordi regionali di molteplice entità. D’altronde la storia delle relazioni internazionali ci insegna come il perseguimento dei propri interessi prevarichi le condizioni di stabilità dei rapporti e degli equilibri tra gli stati. Tra le aree di maggiore dinamicità dal punto di vista degli accordi internazionali, certamente il Medio Oriente costituisce uno degli esempi più calzanti. Le “oleocrazie” e le fazioni di estrazione religiosa hanno reso questa porzione di terra sempre movimentata, e sembra destinata a continuare ad esserlo. Non è passato inosservato l’incontro tenutosi tra il principe ereditario Saudita e il presidente russo Vladimir Putin che, durante il Forum Economico SPIEF di San Pietroburgo, hanno firmato un memorandum per investimenti di 10 miliardi di dollari. Tali investimenti, confluiti quasi per intero nel Russian Direct Investment Fund (RDIF) prevedono il finanziamento per lo sviluppo agricolo e dei settori farmaceutico, infrastrutturale e del real estate russi. Oltre a quanto dichiarato dal direttore del fondo, Kirill Dmitriev, il Paese mediorientale ha commissionato a Rosatom la costruzione di 16 reattori nucleari, per un costo complessivo di 100 miliardi di dollari. Una partnership dall’indubbia cospicuità a livello economico, ma che di certo cela delle strategie di stampo geopolitico di altrettanta rilevanza. Da un lato si esplica ancora una volta la volontà e la capacità della Russia di diversificare le sue partnership economiche, ri-orientando i suoi interessi verso Est, visto il gelo dei rapporti con Bruxelles, ancor di più allentati dalle rinnovate auto-sanzioni. D’altro canto, la strategia Saudita di rimodulazione dei rapporti nell’area prevede un riavvicinamento economico alla Russia, sebbene numerose siano le divergenze politiche tra le parti: la questione del nucleare iraniano, l’approccio alla questione siriana, i bombardamenti degli Houthi in Yemen. È evidente come tra le ragioni di fondo vi sia la necessità di rivedere i rapporti con gli Stati Uniti. Il regno Saudita si dice infatti particolarmente deluso dalla fallimentare gestione della questione mediorientale da parte di Obama & co.

Numerosi sono i “torti” subiti da Riyadh da parte dell’amministrazione americana negli ultimi tempi su alcuni dei più importanti fronti della regione. Lo spettro più grande in questo momento è rappresentato dalla riabilitazione internazionale dell’Iran. Qualora per davvero l’economia di Teheran dovesse beneficiare della rimozione delle sanzioni a suo carico, così come previsto dagli accordi appena firmati a Vienna con il P5+1, la teocrazia degli Ayatollah si candida come principale concorrente dei Sauditi in Medio Oriente; data l’entità delle trattative, Riyadh non si fida di Washington, per cui cerca un giusto supporto nella Russia di Putin. Altra questione rilevante è stata la mancanza di appoggio che il regno Saudita si aspettava da parte di Obama circa le azioni belliche condotte contro la parte settentrionale dello Yemen, a maggioranza sciita, a sua volta supportata dall’Iran. La questione petrolifera costituisce un altro importante pilastro della faccenda: l’efficiente sfruttamento dello shale oil da parte degli Stati Uniti mediante la tecnica del fracking li renderà il maggiore paese esportatore di greggio entro la fine del 2015, con una produzione che dovrebbe raggiungere il regime di 12 milioni di barili al giorno, superando proprio l’Arabia Saudita in questo particolare ranking, causando peraltro un ulteriore calo dei prezzi del petrolio. Ecco che si prefigura una ulteriore motivazione affinché Mosca e Riyadh concludano un accordo volto a rafforzare una collaborazione sul piano energetico.

Il classico atteggiamento voltagabbana di Washington induce dunque gli attori mediorientali a rimescolare le carte in tavola, costretti a rivedere le proprie politiche di vicinato ed i propri interessi con i paesi attigui, così da non subire delle conseguenze oltremodo spiacevoli da questa improvvisa – sebbene attendibile – inversione di rotta da parte americana. Anche gli alleati della Casa Bianca, dunque, cominciano a storcere il naso di fronte alle scorrettezze diplomatiche da sempre rimanti sul sudicio canovaccio della politica estera americana. L’incapacità e la nolontà statunitensi di instaurare delle relazioni “sincere” con gli altri attori della politica internazionale non possono che causare le prime defezioni in questo perfetto intrigo di clientelarismi di grossa proporzione, dove oramai anche coloro che onesti non sono mai stati si sentono sedotti ed abbandonati da un amico di vecchia data, cui però non danno più fiducia.