La guerra, scrisse Von Clausewitz, è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Quanto emerso nelle ultime settimane sulla guerra di Libia del 2011 sembra confermare gli scritti del generale prussiano. Quella a Gheddafi è stata infatti una guerra anomala fin dall’inizio, caratterizzata da uno strano spirito temporeggiatore degli Stati Uniti ed un altrettanto sospetto interventismo franco-britannico. Dai tempi della guerra di Indocina e della crisi di Suez, Parigi non era mai apparsa così desiderosa di spingere per una opzione militare. Il Presidente Sarkozy aveva reagito in modo tiepido alla Primavera araba, la sua politica nei confronti di Ben Alì si era rivelata un fallimento, nei confronti di Hosni Mubarak appariva ambiguo e non aveva mai nascosto neanche la scarsa simpatia per Obama. Nello stesso periodo i sondaggi interni dimostravano come soltanto il 29% dei francesi approvasse il suo operato e tutto questo a ridosso delle elezioni dell’aprile 2012. Le Mondé pubblicò un articolo firmato da numerosi diplomatici di Oltralpe nel quale la politica estera di Sarkozy era definita: “poco professionale, improvvisata e impulsiva”. E’ chiaro che il presidente avesse un disperato bisogno di sbandierare un successo internazionale per rimanere a galla e riprendere le redini dell’Eliseo. Subito dopo la caduta del regime egiziano, egli divenne infatti un acceso sostenitore delle rivolte nordafricane e nel febbraio 2011 tenne una potente invettiva ad un vertice UE affermando la necessità di imporre sanzioni a Tripoli. Dal corteggiamento di un paio di anni prima per vendere alla Libia i Rafale, i Mirage e ottenere concessioni petrolifere, si passò al: “Gheddafi se ne deve andare” del 25 febbraio 2011.

Il colonnello, da parte sua, non fece nulla per non inimicarsi l’Occidente, alleati inclusi, quando ordinò all’aviazione libica di bombardare i ribelli asserragliati intorno a Bengasi. Fu in quel momento che iniziò a serpeggiare l’idea di imporre una no-fly zone sul territorio libico che nel breve volgere di poche settimane fu sconvolto da una guerra civile in piena regola. Il 10 marzo Sarkozy incontrò rappresentanti del Consiglio Nazionale di Transizione riconoscendoli come il legittimo governo della Libia e quattro giorni dopo ebbe un incontro a due con il Segretario di Stato Hillary Clinton la quale si disse non del tutto convinta della praticabilità di un intervento militare contro Tripoli. In quel momento infatti la politica estera americana soffriva la paralisi conseguente al decennio di guerra tra Afghanistan e Iraq oltre alle decise obiezioni del Pentagono e della CIA. La posizione americana si fece meno insicura all’indomani del voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che il 17 marzo votò la risoluzione 1973 che istituiva una zona di interdizione al volo sopra la Libia dando copertura politica all’uso della forza in caso di violazione. E’ interessante notare che la risoluzione passò grazie al silenzioso assenso di Russia e Cina che, qualche anno dopo, avrebbero usato il ricordo del fallimento della 1973 per impedire una azione simile contro la Siria di Assad.

In seguito alla risoluzione, Sarkozy alzò ulteriormente i toni della propaganda bellica ricevendo, per la prima volta, una risposta diretta da parte della famiglia Gheddafi. Saif al-Islam, il figlio prediletto del colonnello, il 16 marzo in una intervista ad Euronews rivelò il “grave segreto” che aveva promesso sarebbe divenuto pubblico se Parigi avesse continuato a sostenere la no-fly zone. “Nicholas Sarkozy” dichiarò, “deve restituire il denaro che ha ricevuto dalla Libia come finanziamento per la sua campagna elettorale del 2007. Noi l’abbiamo finanziato, abbiamo tutti i dettagli e siamo pronti a rivelarli. La prima cosa che deve fare questo pagliaccio è restituire i soldi al popolo libico. L’abbiamo sostenuto proprio perché lui potesse aiutare il popolo libico. Ma ci ha deluso: ridacci i nostri soldi. Abbiamo gli estratti conto bancari e i documenti delle operazioni di trasferimento e li renderemo pubblici molto presto”. Immediatamente smentite dall’Eliseo, le dichiarazioni sollevarono un polverone ed ebbero conseguenze giudiziarie complesse che si prolungarono fino alle presidenziali del 2012 quando si venne a sapere che tali finanziamenti sarebbero ammontati a più di 50 milioni di euro. Ma al 16 marzo 2011 Sarkozy era determinato a rovesciare Muhammar Gheddafi e cogliere i frutti di un successo in politica estera che avrebbe rappresentato il ritorno di una grandeur francese sullo scacchiere africano.

Cosa pensava l’Italia di tutto ciò in quel periodo? Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del consiglio, ha ricordato nella sua biografia scritta da Alan Friedman come il governo italiano fosse totalmente contrario all’idea di deporre Gheddafi. Questa posizione era una ovvia conseguenza della decennale amicizia con il colonnello ma anche un corretto calcolo politico che vedeva mettere in crisi gli interessi italiani nella regione e la stabilità del Nord Africa. L’azione di Berlusconi, dal 2001 al 2006, aveva puntato sull’addomesticamento di Gheddafi che, da “cane idrofobo del Medio Oriente”, secondo le parole di Reagan, divenne un interlocutore affidabile e meno minaccioso per l’Occidente. Il colonnello, ricorda Berlusconi, era terrorizzato di “fare la fine di Saddam Houssein” e si disse disposto, con le dovute assicurazioni e contro-richieste del caso, ad abbandonare il suo programma di sviluppo di armi di distruzioni di massa e a mediare per le nazioni europee con interlocutori difficili mediorientali.

Mentre Gheddafi firmava contratti con ENI, Exxon-Mobil, Royal Dutch Shell, trasformava la Giornata della Vendetta nel Giorno dell’Amicizia italo-libica, concedeva appalti ad aziende italiane per infrastrutture come ospedali, autostrade, e invitava tecnici americani a supervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, il già citato Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati con la CIA, l’MI6 britannico e il SISMI italiano fornendo informazioni su al-Qa’eda nel dopo 11 settembre. In pochi anni uno dei nemici giurati degli Stati Uniti optò per una politica più razionale, realista, autoconservatrice, capace di ottenere 5 miliardi di dollari nell’arco di vent’anni dall’Italia come riparazioni per i crimini coloniali in cambio del blocco del flusso degli immigrati nel canale di Sicilia. Mentre l’Italia aveva interessi economici in Libia pari al 20% del suo fabbisogno energetico, Gheddafi iniziò ad investire nel Bel Paese diventando azionista di Unicredit, Juventus, Finmeccanica, ENI (quest’ultimi due partner principali nell’estrazione di petrolio negli ultimi quarant’anni). Ricorda Berlusconi nel suo libro che: “La chiave per spingere Gheddafi a essere più razionale era diventare suo amico”.