Esattamente quaranta anni fa, il 25 Novembre del 1975, la Rivoluzione dei Garofani sanciva la nascita di un Portogallo moderato e il suo sbarco all’interno delle acqua tranquille e moderate dei canoni liberaldemocratici dell’Europa Occidentale: il fallimento di un golpe di paracadutisti legati all’estrema sinistra pose la parola fine non solo a un periodo di stabilizzazione democratica all’interno del Paese ma anche alle possibilità e alla volontà del Partito comunista portoghese di penetrare nelle stanze di governo di Lisbona. A quarant’anni esatti dall’ultimo atto della rivoluzione dei garofani, sembra terminare, almeno formalmente, il periodo di bando dell’estrema sinistra dall’esecutivo lusitano, e la nascita di un movimento di lotta e di governo.

Sono passati quasi due mesi dal giorno in cui le urne portoghesi hanno lasciato il Paese in preda all’incertezza, e ad uno spettacolo teatrale che ha visto recitare sul palco di Lisbona degli attori che rappresentano perfettamente la politica europea degli ultimi anni. Una commedia dai risvolti tragici, o una tragedia dai risvolti comici, il cui pubblico, cioè il popolo portoghese, ha come sempre assistito pagando, e anche molto, ma senza poter interferire nella regia. Da una parte un governo uscente il cui partito non ha ricevuto la maggioranza necessaria per governare: un governo che ha controfirmato, eseguito e tifato per tutte le decisioni prese dalla Troika; dall’altra parte una coalizione di “minoranza” formata da socialisti, comunisti e sinistra radicale che, unitasi in un fronte comune successivamente alle elezioni, ha avuto la forza di presentare un programma condiviso di governo. Un Presidente, Cavaco Silva, che fino a ieri sembrava avere ancora l’idea di mantenere il proprio Paese in uno stato di incertezza e anestesia perenne, scegliendo di non assegnare l’incarico di governo a chi, pur in maggioranza, non veniva considerato in grado di governare perché contrario alle politiche europee e della NATO.

Tuttavia, con un colpo di scena degno dei migliori drammi, il Presidentissimo, nelle stanze del Palácio de Belém, stravolge i piani e la trama di chi pensava che si andasse verso l’apatia di un semestre bianco e in mattinata sceglie di consegnare le chiavi del Governo di Lisbona nelle mani di Antonio Costa, leader del Partito Socialista, coalizzato (in Parlamento ma non al Governo) da Bloco de Esquerda, Partido Comunista e Verdi. Una scelta sofferta e poco desiderata da parte del Presidente, che però la accetta, non tanto perché figlia della democrazia, ma perché figlia di un accordo che permette di accontentare il regista: la BCE. Esatto, la BCE, la stessa che aveva imposto riforme lacrime e sangue al Portogallo e che la coalizione di sinistra intende limitare come da programma. Di quale accordo si parla? Ebbene di questo: il Presidente assegna l’incarico di formare il Governo (monocolore) ai socialisti, appoggiati, soltanto in Parlamento, dalla sinistra radicale, esclusivamente a patto che l’Esecutivo rispetti gli impegni internazionali presi con l’Europa e con la NATO. Il che, sostanzialmente, vuol dire che il Governo dovrà rispettare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Crescita e di Stabilità e infine gli impegni presi con la NATO nello scacchiere internazionale (soprattutto con le basi militari nelle isole Azzorre).

E mentre la sinistra europea già festeggiava la decisione del parlamento portoghese di approvare la legge per l’adozione da parte delle coppie gay e suonava la carica di un periodo di “Portogallo felix” con un potenziale governo portatore di diritti, pace e libertà per tutti, ecco che arriva lo scotto da pagare. Ed il sentore di questo si avrà con la nomina di Mario Centeno, banchiere portoghese, alla guida del ministero delle Finanze: un economista che già aveva ampiamente sostenuto l’inutilità dell’aumento salariale così come delle eccessive tutele in campo lavorativo. Insomma, se qualcuno in Europa pensava a un Portogallo rivoluzionario guidata dalla sinistra radicale, può riporre lo spumante in fresco.