Il dado è tratto, e sicuramente il referendum del 5 di luglio costituisce uno spartiacque decisivo nel proseguimento del percorso europeo della Grecia. Non perché sia ponderabile un abbandono (perlomeno immediato) della moneta unica da parte di Atene o, ancora, dell’UE; si prefigura bensì una concreta possibilità di avvicinamento della Repubblica Ellenica alla Russia di Putin. Quello che fino a pochi mesi fa si prefigurava come un flirt “senza impegno”, si sta gradualmente trasformando in una relazione stabile, duratura e proficua per la Grecia. O forse, più che altro, una necessaria ancora di salvezza per la culla della democrazia. Dopo la manifestazione dell’insolvenza da parte di Tsipras & co. in seguito alla scadenza della rata da 1,6 miliardi del debito nei confronti del FMI, le casse del governo sono sempre più alla canna del gas. Il maggiore potere contrattuale di cui è stato investito il premier greco in seguito alla sua legittimazione popolare con il referendum del 5 luglio, non ha mutato più di tanto la situazione del Paese, che si trova in questo momento a corto di liquidità per retribuire stipendi degli statali e pensioni, oltre che trovarsi a fronteggiare la penuria di beni di prima necessità in particolare nelle isole. Frau Merkel si mostra inflessibile rispetto alla possibilità di accettare le condizioni imposte dal leader di Syriza, il quale ha richiesto un prestito ponte di 7 miliardi per “tirare avanti”. Viste le future impellenti incombenze, tra cui la rata di rimborso della BCE per 3,5 miliardi in scadenza il 20 luglio, non sono molte le strade percorribili. La meno impervia, quindi, è quella che porta a Mosca, alla soglia del Cremlino.

Lunedì scorso il Alexis Tsipras e Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico, durante il quale il presidente russo si è detto vicino al popolo greco e alla difficoltosa situazione che si appresta ad affrontare. È evidente come questo contatto non sia stato casuale, soprattutto contestualizzato in un’agenda internazionale particolarmente viva. Il 7 luglio si è tenuto a Mosca il meeting dei Ministri degli Esteri dei BRICS, intervenuti per il lancio ufficiale della Banca per lo Sviluppo che porta la matrice del gruppo, cui spesso il presidente Putin ha fatto riferimento in relazione a potenziali collaborazioni con la Grecia, ma anche con l’Italia. La Banca, che si pone come un’alternativa a quelle che sono le funzioni espletate dal Fondo Monetario Internazionale, diverrebbe un importante alternativa per la Grecia, anche nell’ottica di una maggiore presenza cinese sul mercato ellenico. La questione greca e quella ucraina sono state inoltre affrontate parallelamente anche durante la riunione dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione ad Ufa, nella regione del Bashkortostan, che vedrà l’adesione di nuovi Paesi membri quali l’India e il Pakistan, includendo praticamente metà della popolazione globale, configurandosi come un blocco economico di notevole entità. A corroborare queste tesi vi è la malcelata soddisfazione con cui il capo della commissione Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa Konstantin Kosachev, che lunedì scorso in un’intervista rilasciata a Rossiya 24 ha dichiarato che le relazioni tra Grecia e Russia sono state portate ad un livello successivo, vista la frequenza dei contatti tra i due Paesi.

Perché dunque Mosca? È evidente come vi sia una certa empatia tra Grecia e Russia, dettata da varie ragioni tra le quali una comunanza culturale non indifferente, sulla base dei valori cristiani ortodossi. Da un punto di vista geopolitico un ulteriore avvicinamento del Cremlino alla capitale attica può sicuramente condurre ad una riformulazione – presto o tardi – degli equilibri vigenti in Europa. La Grecia è un Paese membro della NATO da ormai più di sessant’anni, sembra improbabile una sconfessione di un assetto politico così datato. Eppure una già consolidata presenza cinese nel porto del Pireo potrebbe indurre, tramite appunto i BRICS, a diversificare gli interessi delle flotte mercantili dei due principali stati membri, che si garantirebbero una posizione privilegiata nei traffici del Mediterraneo. Le poste in gioco in questo momento sono molto elevate – sia in termini monetari che strategici – per cui è lecito attendersi importanti sviluppi nel prossimo futuro. A Russia e Cina fa comodo che Atene resti nell’euro, ma qualora Tsipras, insieme al suo nuovo Ministro delle Finanze Tsakalotos, dovesse invocare ufficialmente l’avvento del suo piano B, non esiteranno a rispondere, richiedendo le dovute contropartite. Sta di fatto che l’Europa trema, anche per una potenziale diffusione a macchia d’olio del modello “OXI”, che ha riacceso l’animo euroscettico dell’Unione. Certo, le condizioni dettate da quest’Europa germano-centrica non sono sostenibili per quei Paesi cui già era stato richiesto uno sforzo economico non indifferente per accedere alla moneta unica, tantomeno si può sottostare ai diktat che una troika anti-democratica impone ad un paese in ginocchio. La svolta russa non significa necessariamente indipendenza, ovvero, libertà dai vincoli che Maastricht impone; fornisce tuttavia una valida alternativa, oltre che una parziale via di fuga dagli insostenibili vincoli che una illegittima istituzione impone al suo popolo.