Attentati, guerra nel Kurdistan, defenestrazione del delfino del presidente, che la situazione in Turchia non rientri da tempo nell’alveo della normalità è evidente da oramai troppo tempo; nessuno di certo però fino a pochi giorni fa poteva immaginare di vedere carri armati per le strade delle metropoli turche, tornando indietro nel tempo di più di 30 anni.

La Turchia appare come una vera e propria bomba ad orologeria, pronta ad esplodere ed a recare ulteriori danni in medio oriente; da un lato la contrapposizione tra laici ed islamisti, dall’altro quella tra il contesto metropolitano di Istanbul ed Ankara e la profonda periferia di un paese mai così vasto nella sua percezione, passando poi da lotte intestine nella società civile, negli apparati di governo ed in quelli dell’esercito. Se Erdogan è rimasto in sella è proprio per questo; pur agendo da ‘cavallo pazzo’ del Medio oriente, tanto all’estero quanto all’interno del suo paese nelle scorse ore ci si è resi conto che al momento la sua presidenza rappresenta un tappo di un pentolone che potrebbe far vacillare ulteriormente tutta la regione.

Mentre i carri armati percorrono le strade di Ankara ed interrompono il flusso di traffico nei ponti sul Bosforo ad Istanbul, forse in tanti si sono resi conto che la Turchia per come la si è conosciuta fino ai primi anni 2000 oramai non c’è più; è cambiato l’esercito, il quadro politico è stato del tutto assorbito da Erdogan ed i suoi, non esistono valide alternative politiche al suo potere, né il paese sembra in grado di reggere e sopportare in questo momento un cambio di leadership. L’esercito nella storia turca è intervenuto spesso, proprio quando laicità dello Stato e sistema amministrativo uscito dal dogma di Ataturk sono stati messi in discussione; non è quindi la visione dei militari per strada ad impressionare e ad aver impressionato, bensì il fatto che questo tentativo di golpe sia avvenuto proprio in questo momento.

Quando Erdogan è diventato primo ministro, memore della storia dell’esercito, ha provveduto a ridimensionare quell’ala kemalista e fedele alla dottrina di Ataturk che pochi anni prima, senza nemmeno portare le camionette in strada, è riuscita a far dimettere il governo Erbakan perché accusato di voler dare eccessivo peso politico all’Islam; l’esercito in quel 1997 ha attuato una pressione tale da mettere fine a quella esperienza di governo, ma con l’avvento di Erdogan tutto è cambiato con i militari sempre meno propensi ad intervenire nella scena pubblica anche quando l’attuale presidente ha seriamente messo in discussione principi laici e democratici. La domanda che in molti si pongono quindi, è da dove sia arrivata la spinta a tentare un golpe in questa Turchia radicalmente diversa rispetto al passato; di certo, è possibile oggettivamente concordare sul fatto che il golpe tentato nelle scorse ore è del tutto anomalo: si occupa la tv, ma nessun golpista si fa vedere in video ‘presentandosi’ quale nuovo leader, si bombarda il parlamento ma non viene fermato nessun membro del partito di governo e dello stesso governo, in teoria primi nemici di chi sta attuando un brusco cambiamento di potere e di chi sta contribuendo alla fine di un’epoca che va avanti da 14 anni. Allo stesso modo, i militari in strada sembrano lasciati allo sbando; percorrono le vie di Istanbul subito dopo l’annuncio del golpe, poi un’ora dopo le immagini mostrano molti di loro ‘dolcemente’ accompagnati dalla Polizia nelle caserme. L’impressione è che chi ha avuto la forza di progettare il colpo di Stato, sapeva di non poter avere successo oppure ha commesso errori madornali che ne hanno da subito compromesso non solo l’esito ma anche la stessa attendibilità.

Forse, durante l’esecuzione dei blitz militari, ci si è resi conto di trovarsi di fronte ad un paese non pronto ad accettare del tutto un colpo di stato; la Turchia, così frastagliata con le sue tante anime interne che la compongono, non riesce ad immaginarsi con una leadership diversa da quella (amata ed odiata) attuale, politico o militare che sia. Erdogan, come sostengono in tanti, dalla surreale notte d’Oriente ne esce rafforzato ma solo perché ha dimostrato che al momento il suo governo è come quel pezzo barcollante ed in precario equilibrio, che però al momento è l’unico a poter tenere uniti tutti i pezzi di un puzzle in procinto di rompersi.

Come detto ad inizio articolo, tra attentati e scossoni politici inaspettati, la Turchia ha dato modo nei giorni scorsi di attraversare un momento delicato, in cui tutti i nodi dati dalle errate scelte politiche di Erdogan stanno venendo al pettine; qualche settimana fa, su queste colonne è stato scritto come il nuovo sultano fosse alla frutta e come la decisione di cacciare anche il suo delfino avesse innervosito molti del suo stesso partito.

Ebbene, il presidente turco molto probabilmente è in effetti alla frutta, ma il suo declino non coinciderà con la sua fine politica, la quale al momento (specie dopo il fallito golpe) viene vista come poco auspicabile anche dai suoi nemici; Erdogan ha chiesto scusa a Putin, ha fatto parziale marcia indietro sulla Siria e su Assad, tutte le sue scelte si stanno dimostrando fallimentari e la sua parabola è assolutamente in discesa. Pur tuttavia, sopravvivere ad un colpo di stato vuol dire garantirsi il potere per ancora diversi anni; volente o nolente, il medio oriente deve fare i conti con Erdogan per tanto tempo ancora.

In questo contesto, l’unica speranza può essere data dall’emergere all’interno del gruppo di potere del partito del presidente turco, di figure più equilibrate ed in grado di gestire uno dei momenti più critici tanto del paese, quanto dell’intera gestione mediorientale; la Turchia dal 2002 in poi è cambiata e non riesce a trovare alternative ad Erdogan, per i suoi oppositori (e per tutti coloro che sperano nel ripristino della stabilità in quei paesi che il nuovo sultano ha contribuito a distruggere) gli unici elementi positivi potrebbero derivare da spaccature interne al partito di governo o dall’emergere di nuovi personaggi in grado di contrastare da dentro l’attuale presidente.