La penisola coreana rappresenta, allo stato attuale delle cose, un importante pivot della geopolitica internazionale e una delle principali linee di faglia delle opposte strategie geopolitiche della Cina e degli Stati Uniti d’America. Il Paese di Mezzo, in particolar modo, rappresenta una delle potenze maggiormente interessate agli sviluppi della penisola e attenta all’evoluzione delle proprie relazioni tanto con la Repubblica Democratica Popolare di Corea quanto con la Corea del Sud, dato che le vedute di Pechino nella regione si sono ampliate dopo che, per affinità ideologica, i vertici politici e militari del Partito Comunista Cinese avevano focalizzato la loro attenzione principalmente sul regime satellite di Pyongyang, salvaguardato e supportato per decenni principalmente in funzione antiamericana. Dopo la fine della guerra che sconvolse la penisola nei primi anni Cinquanta, la Cina ha sempre ritenuto un vero e proprio “incubo strategico” una riunificazione delle due Coree sotto l’egida di Seul. Tale eventualità avrebbe portato alla formazione di uno Stato potenzialmente ostile confinante con il proprio territorio, che avrebbe potuto reclamare a sé la regione del Kando (Jiandao in cinese) in Manciuria per ragioni etniche e storiche e rappresentare la testa di ponte per un dispiegamento di forze armate statunitensi a poca distanza dal cuore pulsante della Repubblica Popolare. Negli ultimi anni, tuttavia, l’espansione delle prospettive geopolitiche cinesi ha portato a rendere meno semplice e lineare il quadro d’insieme, aumentando gli interessi di Pechino nei confronti della Corea del Sud e alimentando un cambio di prospettiva nei confronti del sempre più scomodo alleato nordcoreano. Per comprendere le ragioni di questo cambio di prospettiva è necessario analizzare sinotticamente le questioni aperte tra Pechino e, rispettivamente, Pyongyang e Seul.

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Kim Il Sung e Mao Zedong ritratti in occasione di un loro incontro. Da oltre sei decenni, la relazione con Pechino è stato al tempo stesso una garanzia e un obbligo per la Corea del Nord, che ha potuto contare su centinaia di migliaia di “volontari” inviati dalla Cina nel corso del conflitto con la Corea del Sud dei primi Anni Cinquanta. Al tempo stesso, la Cina ha sfruttato l’utilità strategica del suo alleato-satellite per prevenire la riunificazione della penisola sotto un governo potenzialmente ostile.

Le ultime settimane hanno fatto segnare un brusco raffreddamento delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, palesatosi in maniera decisa in seguito allo scenografico assassinio di Kim Jong-nam, il fratellastro del leader di Pyongyang Kim Jong-un dissenziente col regime nordcoreano che viveva a Macao sotto la protezione cinese e la cui morte, secondo John Power del The Diplomat, rischia di pregiudicare la relazione tra i due Paesi. La Cina, spiega Power, puntava su Kim Jong-nam come potenziale carta politica per il futuro del regime nordcoreano dopo esser stata a lungo spazientita dall’intemperanza di Kim Jong-un, restio a introdurre riforme economiche di stampo cinese nel suo paese e fautore di un innalzamento delle tensioni con la Corea del Sud, il Giappone e l’Occidente attraverso il continuo svelamento della carta nucleare. La Cina teme che si avveri la previsione espressa di Kim Jong-un in un’intervista comparsa il 2 febbraio 2011 sul quotidiano giapponese Tokyo Shimbun:

“I dirigenti nordcoreani hanno le mani legate. Senza riforme l’economia nazionale finirà in bancarotta, ma le riforme comportano il pericolo che il Paese collassi”.

Per la Cina questa eventualità comporterebbe lo sdoganamento di una catastrofe umanitaria ai confini del suo territorio a cui Pechino non è attualmente in grado di far fronte e un’incentivazione delle problematiche che affliggono le regioni vicine ai 1.420 km di frontiera tra il Paese di Mezzo e la Corea del Nord, che Riccardo Banzato ha descritto in un articolo pubblicato sul numero di dicembre di Limes. Banzato ha segnalato come tra le principali criticità delle zone di confine tra Cina e Corea del Nord si possano identificare quattro importanti questioni: al contrabbando di merci, al narcotraffico e alla tratta di esseri umani si sono aggiunti diversi episodi di sconfinamenti di militari nordcoreani “spinti dalla fame […] e penetrati in territorio cinese per procurarsi cibo tramite furti e rapine nei villaggi di confine”.

Oltre alla violazione della tradizionale ospitalità cinese, la Corea del Nord è accusata da Pechino di perpetrare provocatoriamente i suoi test missilistici che, per quanto poco rilevanti sul piano sostanziale, acquisiscono una maggiore rilevanza nel quadro del contesto geopolitico della macroregione dell’Asia-Pacifico. Giustificabili come “assicurazione sulla vita” del regime e come arma di propaganda formidabile per rafforzare sul piano interno l’ideologia nazional-confuciana velata di comunismo della Juche, i programmi missilistici e nucleari della Corea del Nord hanno a più riprese irritato Pechino, che si è infatti schierata a più riprese a favore del varo delle sanzioni economiche internazionali contro Pyongyang e nella giornata del 19 febbraio ha deliberato unilateralmente di bloccare per il resto del 2017 le importazioni del carbone nordcoreano, da sempre fulcro del commercio estero del Regno Eremita. Presa di posizione dura, che testimonia le difficoltà in cui si dibatte un’alleanza rimasta a lungo stretta ma che oggi vacilla di fronte alle vedute sempre più espanse della Cina che si sta facendo alfiere della connettività e di una nuova via alla globalizzazione ma, in fin dei conti, non può permettersi di abbandonare la Corea del Nord al naufragio, in quanto tale scelta rappresenterebbe un salto nel buio foriero di incognite e problematiche e, al tempo stesso, segnerebbe la perdita di un asset strategico per le prospettive della Repubblica Popolare.

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Grafico della CNN rappresentante l’andamento dell’export di carbone nordcoreano verso la Cina. I dati testimoniano l’assoluta dipendenza dell’economia nordcoreana dalla relazione col potente vicino cinese, che il governo di Pyongyang non è riuscito a scalfire nemmeno attraverso l’incentivazione dell’interscambio con la Russia, che non ha mai lontanamente avvicinato i risultati raggiunti prima del collasso dell’Unione Sovietica (se nel 1990 era pari a 2,3 miliardi di dollari, oggi si aggira attorno ai 150 milioni di dollari).

Il riequilibrio della geopolitica cinese nella penisola coreana è passata, di converso, attraverso la ricerca di stretti e saldi legami con la Corea del Sud, passanti principalmente, come tipico della visione delle relazioni internazionali propria dei vertici di Pechino, attraverso l’incentivazione degli scambi commerciali. Il 20 dicembre 2015 è stato concluso un importante accordo di libero scambio che, nei prossimi anni, è destinato a catalizzare in profondità gli scambi tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Corea. Attraverso questo accordo, Cina e Corea del Sud hanno eliminato i dazi bilaterali gravanti su oltre 950 generi di merci, inerenti principalmente prodotti tecnologici, componenti informatici e dispositivi medici. Le esportazioni sudcoreane verso la Cina hanno toccato la vertiginosa quota di 142 miliardi di dollari, rendendo il Paese uno dei pochi in grado di possedere una bilancia commerciale favorevole nei confronti della Repubblica Popolare, allo stato attuale primo partner economico di Seul. Tuttavia, il diverso posizionamento geopolitico dei due Stati potrebbe essere causa di frizioni nel prossimo futuro, dato che la Corea del Sud si sente esplicitamente esclusa dal progetto cinese One Belt, One Road e paga la sua difficile posizione geografica, che la vede confinare direttamente solo con il Regno Eremita dei Kim, oltre che la volontà di Pechino di puntare sull’incentivazione del potenziale geopolitico dell’area dell’heartland centroasiatico attraverso la componente terrestre della “Nuova Via della Seta”. Il piano One Belt, One Road ha rapidamente sormontato una simile, per quanto ridotta, strategia sudcoreana, l’Eurasia Initiative, la cui implementazione è stata frenata dalle recenti turbolenze istituzionali che hanno paralizzato l’azione governativa di Seul. Sono inoltre causa di tensioni le manovre statunitense volte a installare nel sud della penisola coreana il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), la batteria antimissile dispiegata a Seongju, nel centro della Corea del Sud, ufficialmente per prevenire eventuali attacchi a sorpresa da parte della Corea del Nord ma ritenuta dal governo di Pechino un dispositivo militare rivolto contro la Cina stessa.

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Negli ultimi anni, la Corea del Sud ha scelto di andare per mare: Seul è intenta a sviluppare un’importante flotta militare che, come scritto da Alberto de Sanctis su Limes, la stanno trasformando nella nuova potenza navale dell’Asia Orientale. Sulla scia del programma di ammodernamento della People’s Liberation Army Navy (PLAN) cinese, la Republic of Korea Navy (ROKN) ha lanciato programmi di ammodernamento per conseguire nuove capacità operative e poter destreggiarsi abilmente in scenari critici come quello dell’Oceano Pacifico occidentale, divenuto il baricentro della geopolitica planetaria.

Nel prossimo futuro, la relazione sino-coreana si inserirà nel contesto degli altalenanti rapporti tra Cina e Stati Uniti d’America, in quanto per governi come quello di Seul sarà fondamentale bilanciare il loro attuale posizionamento geopolitico con le opportunità offerte dalla cooperazione economica con Pechino e, soprattutto, con le vedute internazionali dell’amministrazione Trump, la quale non ha ancora detto l’ultima parola sul mantenimento dell’apparato militare attualmente dispiegato in Corea del Sud e Giappone. Al tempo stesso, per Pechino sarà fondamentale gestire al meglio il riequilibrio strategico nella penisola coreana. La grande proiezione economica della Corea del Sud farebbe di questa un’eccellente componente della componente oceanica del progetto OBOR, quella Maritime Silk Road a cui Pechino sta intensamente lavorando e che potrebbe avere un importante hub nel sempre più attivo porto di Incheon, mentre Seul potrebbe sfruttare un maggiore coinvolgimento nelle nuove dinamiche internazionali per ridurre le perdite conosciute dal suo settore dei trasporti navali, acuitesi dopo la bancarotta della Hanjin, avvenuta lo scorso 31 agosto. L’inserimento della Corea del Sud in una ramificata rete geopolitica centrata su Pechino passa però attraverso una definizione netta della posizione della Cina nei confronti della Corea del Nord. Allo stato attuale delle cose, nonostante le frizioni bilaterali, sembra difficile che Pechino possa rinunciare definitivamente alla delicata utilità strategica che, in fin dei conti, continua ad essere posseduta dal problematico vicino.