La settimana scorsa Pechino ha reso nota una presunta violazione delle proprie acque territoriali da parte della US Navy. Washington ha ovviamente risposto che si è trattato di un pattugliamento legittimo di acque internazionali intorno ad atolli artificiali il cui status rimane tutt’ora conteso nel triangolo marino del Mare Cinese meridionale. Non è la prima volta che in quelle acque si creano situazioni di tensione e gli “incidenti” tra navi giapponesi, cinesi, americane e taiwanesi stanno iniziando a diventare sempre meno casuali e sempre più mirati. Gli interessi che gravitano intorno a quel triangolo di mare sono tanto grandi da aver spinto la presidenza Obama, fin dal suo insediamento nel 2009, a rinforzare progressivamente la VII flotta di Yakusoku (a discapito della V nel Mediterraneo e della VI nel Golfo Persico) e la presenza dei militari americani ad Okinawa, sfruttando poi l’allontanamento del premier giapponese Abe dalla retorica asianista della precedente amministrazione Hatoyama. Le dispute sul Mare Cinese meridionale risalgono all’immediato dopoguerra e i negoziati si sono arenati talmete tante volte che il vertice di Bali del 2011 tra le nazioni dell’Asean (Vietnam, Corea, Filippine, Indonesia quelli maggiormente interessati) e la Cina è sembrato la scoperta di un’oasi nel deserto. Ma le provocazioni e la tensione non sembrano volersi sgonfiare. Le spese militari della regione asiatica sono aumentate ad un ritmo di molto superiore rispetto agli sterili bilanci europei e soltanto la Cina ha speso più di 160 miliardi di dollari negli ultimi anni.

Inoltre Pechino, nella migliore delle tradizioni asiatiche, ha saputo fare proprie le dottrine occidentali (statunitensi in questo caso) riadattandole alla loro personale visione confuciana dell’etica nazionalista promuovendo la difesa marittima di profondità, una strategia che prevede l’allargamento della zona di difesa marina fin quasi alla catena delle isole Kurili che portano alla Nuova Guinea. In questa azione hanno rivestito particolare importanza le operazioni del genio navale cinese che è riuscito a creare piccoli atolli artificiali intorno alle contesissime isole Spratyls in cui poter installare avamposti militari. Questa penetrazione così massiva non poteva non incontrare la ferma opposizione di Taiwan e di Tokyo con cui i rapporti diplomatici si sono raffredati a livelli da guerra fredda. E certamente la spiegazione di questi atteggiamenti non può essere la contesa sugli isolotti delle Senkaku pressoché disabitati. Il Mare cinese è la via della seta per acqua, uno strategico nodo commerciale che tramite lo stretto di Malacca e l’oceano Indiano fa passare oltre il 40% dello shipping mondiale. Le riserve di gas sottomarino valgono più di 8 mila milioni di metri cubi e giacciono di fronte agli isolotti delle Senkaku/Diayou. Le trivellazioni vietnamite e filippine hanno portato alla scoperta di giacimenti di idrocarburi proprio nelle acque che Pechino considera all’interno delle sue 200 miglia marine di zona economica esclusiva ma che gli altri Stati che si affacciano sul mare non hanno ovviamente alcuna intenzione di abbandonare.

Il ragionamento è altrettanto valido per gli Stati Uniti. Washington ha fatto intendere chiaramente più volte di non avere intenzione di cedere alle richieste cinesi (ma neanche di accontentare del tutto gli attuali alleati minori nell’area), poiché il Pacifico è un quadrante così importante da non poter essere in alcun modo negoziabile. La strategia geopolitica americana è stata fondata sul command of the commons, la capacità di proiettare la forza militare nei tre fondamentali spazi (navale, aereo, spaziale) per creare rapide zone di esclusione e negare l’accesso a tali aree a potenze straniere. L’importanza del Pacifico per la Casa Bianca, sopratutto in un periodo di disempegno dal Medio Oriente e dal Mediterraneo, è dunque indiscutibile e giustifica l’ampio sforzo politico-diplomatico per la risoluzione delle controversie tra Cina, Giappone e Asean, fattore che tuttavia non è disgiunto da un rafforzamento della flotta capace di imporre pressione e garantire la talassocrazia americana. Ma la tensione non è rivolta soltanto verso la Cina. Le continue minacce della Corea del Nord al Giappone hanno spinto più volte il premier conservatore Abe a chiedere una riforma dell’art. 9 della Costituzione al fine di poter disporre di forze armate capaci di proiettare la loro influenza all’esterno e recuperare ossigeno anche rispetto ad un alleato piuttosto ingombrante come gli Stati Uniti. La società civile nipponica non ha gradito e si è opposta fermamente a questa opzione sebbene sia conscia della quantità di incognite per le future relazioni internazionali.

Si sta infatti creando una pericolosa coalizione di bilanciamento tra Asean, Giappone e Stati Uniti per isolare Pechino e costringerla a rivedere le sue rivendicazioni di core interest non negoziabili a prezzo di politiche di containment che non farebbero altro che spingere il dragone cinese verso la Corea di Kim Jong-un e la Russia di Vladimir Putin. Uno scenario tutt’altro che rassicurante. La riflessione di Carl Schmitt su terra e mare si rivela dunque quanto mai attuale. E’ il controllo degli spazi del mare che crea gli Imperi, da Atene a Roma fino all’Inghilterra elisabettiana. Il Pacifico è lo spazio anomico nel quale si sta cercando di imporre un nomos che ripartisca gli equilibri di potere in un teatro multipolare dove nessuno è disposto ad abdicare alla sua fetta di potere. Il “centro del mondo” è una immensa distesa di acqua salata che, a dispetto del nome, porta in sé tutta l’agitazione delle logiche di potere che logorano l’uomo.