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L’elezione di Trump, la Brexit e la crescita dei movimenti populisti in buona parte del mondo occidentale, sono il colpo di grazia al mondo globalizzato che sembra essersi rivoltato su se stesso. A tutto questo mare di stranezze e incertezze, si aggiungono le dichiarazioni del leader cinese Xi Jinping, presidente dell’ultima potenza comunista che, dal palco del forum di Davos, ha tuonato contro il protezionismo à la Trump, difendendo le conquiste della globalizzazione. Xi è riuscito nell’impresa di presentarsi come alfiere del libero mercato, del mondo globalizzato, difensore di un modello, quello liberoscambista, opposto alla visione socialista che ancora guida il paese di cui è presidente, la Cina. La globalizzazione, ha detto Xi, non è l’origine dei mali del nostro tempo, semmai lo sono la continua ricerca di guadagni e la deregulation finanziaria, quest’ultima vera responsabile delle crisi sistemiche che hanno generato tanto malcontento nel mondo. La soluzione non è il protezionismo di Donald Trump. Secondo il presidente cinese bloccare il libero scambio sarebbe come:

«Far confluire le acque dell’oceano indietro verso laghi isolati»

Il discorso integrale di Xi Jinping 
Il discorso di Xi Jinping a Davos non deve però sorprendere. Nonostante la Cina non sia ancora una perfetta economia di mercato, la direzione intrapresa dall’attuale leadership punta a trasformare il Paese e scalzare gli Stati Uniti dal trono di prima economia del mondo. La battaglia di Pechino per ottenere il riconoscimento come economia di mercato è fondamentale per il suo sviluppo futuro. La disputa in seno al WTO tra Cina da una parte e gli Stati Uniti e l’UE dall’altra, finirà per decretare il vincitore di questo scontro epocale. Quindici anni fa, la Cina, appena entrata a far parte del WTO, si impegnò a rispettare le regole dell’organizzazione, eliminando dazi e barriere, a favorire l’aggiustamento dei prezzi al mercato e a scoraggiare le politiche di dumping. Durante questi anni, la Cina è cresciuta a livelli spaventosi. Ma, nonostante tutto, non si può ancora parlare di economia di mercato. Lo stato è ancora in controllo di importanti settori commerciali e industriali come finanza, banche, energia e telecomunicazioni. Inoltre, il rafforzamento dei piani quinquennali, 71 nel quinquenni 2011-2015, non favorisce di certo l’apertura economica alla Cina. Abbassare le difese commerciali significherebbe confrontarsi con la concorrenza delle imprese cinesi, una battaglia persa ancora prima di cominciare. Il discorso di Xi a Davos prova a raffreddare gli animi e a convincere europei e americani che fare affari con la Cina è possibile. In un’intervista al quotidiano Avvenire, Bernard O’Connor, docente alla Statale di Milano e esperto di commercio internazionale, ricorda:

«Bisogna capire che per la Cina il libero mercato è solo uno strumento per sviluppare il potere dello Stato. Pechino è pro-business, non pro-market: il suo scopo non è creare un mercato con regole e normale concorrenza, ma costruire dei campioni industriali nazionali, ognuno dei quali deve diventare il più grande al mondo nel suo settore»

La battaglia sul libero mercato è anche politica. La nuova strategia di Xi Jinping punta a far uscire il Paese da quel suo splendido isolamento che le ha permesso di diventare in pochi anni la seconda economia del mondo. La Cina deve decidere cosa vuole essere da grande. Ecco perché il confronto con gli Stati Uniti di Donald Trump diventa centrale. Le aspettative sono tante, ma siamo sicuri che la Cina ambisca al primo posto nel mondo? Nonostante progetti ambiziosi come la nuova via della seta, una sorta di mega corridoio commerciale che unisca Cina e Europa, Pechino sembra piuttosto riluttante nel sostituire gli Stati Uniti come prima potenza mondiale.

La nuova via della seta

La nuova via della seta

Le sfide per la Cina sono altre. L’immensa disparità di sviluppo e ricchezza tra le zone orientali e occidentali del Paese rende impossibile una sua proiezione extra regionale. L’agenda 2020, che tra le altre cose si propone di guarire la Cina dalla povertà, procede e avrà un ruolo centrale per lo sviluppo futuro del Paese. Alla lotta alla povertà si aggiungono poi le tematiche relative all’ambiente e alla green economy. La Cina, nonostante il suo tasso di sviluppo, è ancora indietro nella lotta contro l’inquinamento, una questione tutt’altro che secondaria, in grado di influenzare le vite di milioni di cittadini. In più, la posizione tutt’altro che privilegiata della Cina nello scacchiere internazionale rende difficile, se non impossibile, un suo salto al vertice del potere. L’Impero celeste confina con ben 16 nazioni tra cui la Russia, ex potenza attualmente in declino, ma pronta a lottare con le unghie e con i denti prima di soccombere. Un problema con cui prima o poi a Pechino dovranno fare i conti, nonostante gli ottimi rapporti momentanei.

Il prepotente ritorno degli Stati Uniti sulla scena con la presidenza di Donald Trump è poi la sfida principale per la leadership del PCC. L’imprevedibilità del tycoon non piace ai cinesi che, nonostante tutto, forse, avrebbero preferito una più gestibile presidenza Clinton. Il linguaggio bellicoso di Trump non sembra però aver ingannato i cinesi. Nonostante gli attacchi piuttosto diretti del nuovo inquilino della Casa Bianca, a Pechino hanno risposto sempre con garbo evitando inutili battibecchi. Certo, qualora la situazione nel mar cinese meridionale dovesse aggravarsi le rappresaglie potrebbero essere piuttosto serie anche se, per il momento, la priorità sembra il dialogo. Il Make America Great Again di Trump sembra sposarsi male con il ritorno sulla scena internazionale della Cina di Xi. Eppure c’è chi sostiene che il Trumpismo potrebbe regalare alla Cina il primato, ammesso che qualcuno a Pechino lo voglia sul serio.