L’Algeria cambia. Dopo le promesse fatte nel 2011, anno di fuoco per il Nord Africa e per il mondo arabo, il parlamento di Algeri ha approvato un’importante modifica costituzionale. Gli emendamenti , voluti dal presidente Bouteflika, riguardano il rafforzamento dei poteri parlamentari e un limite di due mandati per la più alta carica dello Stato. “Le riforme approvate ci consentiranno di muovere verso una nuova fase politica e costituzionale, basata su principi democratici”, ha dichiarato Abdelaziz Bouteflika, presidente e leader del FLN, partito di maggioranza al potere e vero deus ex machina della politica e della società algerina post-coloniale. Le modifiche costituzionali sono un ulteriore segno del cambiamento della leadership algerina. Bouteflika, ormai settantottenne, si vocifera non sia più in totale controllo del suo governo e gli emendamenti alla Costituzione ne sarebbero la conferma. Nel 2011 l’Algeria fu, insieme al Marocco, l’unico Paese nordafricano a non cadere del vortice delle “Primavere arabe”. Il vento di cambiamento, iniziato a spirare nella vicina Tunisia, non ha scosso gli algerini che, con la promessa di maggiore trasparenza e democratizzazione, nel 2014 hanno rinnovato la fiducia all’anziano Bouteflika.

Ma se in Algeria la situazione sembra sulla via della normalizzazione, nonostante il crollo dei prezzi del petrolio e il caos libico, la vicina Tunisia rischia di ripiombare nel caos. Paese simbolo delle proteste del 2011, vive da diverse settimane in perenne stato di agitazione. “Lavoro e dignità”, anche oggi, come cinque anni fa, è lo slogan dei manifestanti . E anche se la revoca del coprifuoco notturno decisa lo scorso 4 febbraio lascia intravedere spiragli di normalizzazione, il rischio “seconda rivoluzione” è ancora vivo. Le richieste dei lavoratori, che avevano contribuito alla cacciata di Ben Alì e all’arrivo della democrazia, sono state disattese. La disoccupazione sfiora il 30% in diverse aree, i salari sono bassi e i giovani non trovano lavoro. Problemi comuni a molti Paesi africani, e non solo, ma che qui hanno una valenza particolare. La scintilla della rivoluzione, del resto, è pronta ad accendersi in qualunque momento. A gettare benzina sul fuoco c’è anche la crisi politico-istituzionale non ancora del tutto risolta, con il partito islamista Ennahda sempre più forte e egemone nella coalizione di governo del premier Habib Essid. Il declino delle forze secolari, come Nidaa Tounes, è evidente e aggravato dalle proteste delle ultime settimane. Il rischio islamista è concreto. I fattori sono diversi, ma il più rilevante è sicuramente la vicinanza con la Libia. Nell’ex “regno” di Gheddafi, lo Stato non c’è più. Signori della guerra, jihadisti e predoni controllano Tripolitania e Cirenaica, preoccupando tutti i vicini. Tunisi, tra tutti, è la più fragile.

Colpita dall’attentato al museo del Bardo e alla spiaggia di Sousse lo scorso anno, la Tunisia vede come molto concreto il rischio di infiltrazione jihadista. Per questa ragione, il governo, ha annunciato di aver costruito un muro al confine con la Libia. 196 km di cemento, torrette e reticoli di filo spinato per quello che viene definito “una misura difensiva”. Sullo sfondo il possibile intervento militare di europei e americani in Libia, per contrastare lo strapotere delle milizie dello Stato Islamico, a cui la Tunisia si è sempre dichiarata contraria. Il rischio è che un attacco occidentale possa portare ulteriore caos nella regione e far collassare il difficile processo di democratizzazione tunisino, ancora in fase di assestamento. Così come la Tunisia, anche l’Algeria e l’Egitto rimangono alla finestra, sperando in un “no” dell’ONU alla coalizione anti-ISIS in Libia. Un’eventualità, però, remota.