“Se votare facesse qualche differenza, non ce lo farebbero fare”. L’inflazionato quanto populista aforisma di Mark Twain circa l’efficacia delle consultazioni elettorali, per quanto banale, non può che trovare conferme in ogni dove, con lo stesso riscontro realistico. Una sorta di rasoio di Okham della politica contemporanea. Se davvero darci la possibilità di decidere chi ci debba rappresentare fosse un reale diritto a beneficio del cittadino, forse sarebbe davvero il migliore dei mondi possibili. Queste sono le considerazioni molto rivoluzionarie che hanno accompagnato gli esiti delle elezioni della Verkhovna Rada ucraina tenutesi alla fine dello scorso ottobre con il trionfo di Yatsenyuk, il canto del cigno di Yulia Tymoshenko e la ribalta del movimento Samopomich dell’“europeissima” Leopoli.

A circa sei mesi di distanza da quel 26 ottobre così propagandato in Occidente, la parabola ha valicato il suo vertice, per ridiscendere verso un nuovo minimo. L’inciucio politico tra Yatsenyuk e Poroshenko volto a conferire una maggiore stabilità governativa al Paese si è trasformato in un fuoco di paglia in cui sono bruciate le speranze di democrazia del popolo ucraino. La situazione è ormai in stallo da diverse settimane, e tra le fila dei potenti si dispongono le pedine per innescare una nuova Maidan. Questa volta si fa pressione sulla coscienza dei deboli, viste le mirate azioni condotte contro ospedali, cliniche e asili. Tali eventi si inquadrano in un progetto più esteso, il cui step successivo sarebbe quello di attaccare i quartier generali dell’esercito regolare di Kiev, al fine stesso di screditare le istituzioni politiche e militari del Paese, incapaci di far fronte alla minaccia filo-russa con le proprie forze. Come riferisce l’agenzia Sputnik, queste operazioni sarebbero portate avanti dai finanziamenti degli oligarchi ucraini, tra i quali in prima linea figura Igor Kolomoisky, ex-governatore della regione di Dnipropetrovsk poi sollevato dall’incarico dallo stesso Poroshenko per le accresciute ambizioni politiche del magnate.

Risaputo che gli oligarchi controllino dei battaglioni privati che insistono nel conflitto armato in Donbass, la posizione del presidente in carica nei confronti di tali soggetti si pone contraria ai loro interessi: l’essersi posto sotto l’ala protettiva di Berlino, favorevole alla tregua, lo identifica come nemico di coloro che hanno tutte le intenzioni di portare avanti questa guerra. Kolomoisky in particolare si configura dunque come l’uomo dei neo-con di Washington, visti anche i suoi collegamenti con John Brennan, capo della CIA. A supportare questa verosimile volontà di modificare lo status quo si inserisce anche la nomina di Dmitry Yarosh, capo del movimento dei nazionalisti “Pravy Sektor” (divenuto illegale in Russia a causa di presunte ideologie finalizzate ad azioni terroriste), a consigliere del comandante delle forze armate ucraine. Questo processo di “estremizzazione” delle istituzioni ha intenzione di mietere un’altra vittima illustre: presto la Rada approverà una proposta di legge sulla “decomunistizzazione” del Paese e sulla cancellazione delle celebrazioni della vittoria sul nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio entro il 9 maggio, Giorno della Vittoria, come riportato dall’agenzia statale ucraina UNN. Lo stesso partito comunista, in seguito al colpo di stato dello scorso anno è stato sciolto, a causa delle critiche mosse da parte del leader Petr Simonenko all’intervento militare in Donbass.

Si potrebbe definire un attentato ideologico alla propria storia e alle proprie radici abbattendo, come un castello di carte, i pilastri sui quali si è fondata la comune coscienza di attaccamento ai propri ideali e le battaglie che per essi sono state combattute. L’asservimento e la strumentalizzazione di un popolo all’interesse dei pochi ha prodotto, nella fattispecie, un quadro sociale macabro e dilaniato. È storicamente noto come in uno stato la cui situazione economica e politica sia allo sbando favorisca la proliferazione di sentimenti di revance del popolo nei confronti delle istituzioni, che il più delle volte degenerano nell’estremismo esasperato. I sentimenti che hanno portato ai fatti di Maidan sono affetti parzialmente da questi elementi basilari, facendo leva sulla disperazione del popolo ucraino. Oleg Tsarev, Presidente del Parlamento regionale della Novorossiya, rivendica la graduale sparizione dei diritti civili in Ucraina, accusando il governo centrale e l’Occidente di voler creare in Donbass una zona di “caos controllato”. La volontà del popolo del Donbass di non volersi piegare ad un regime di terrore, così come si è configurato, smaschera gli uomini che essi stessi si sono asserviti ad un cieca necessità di potere a tutti i costi, i cui nefasti esiti sono sotto gli occhi di chi riconosce, senza preconcetti, l’ombra del dittatorialismo dietro i sinistri figuri che si aggirano per i palazzi del potere di Kiev.