di Maxence Smaniotto

L’Unione Europea e la sua sua classe dirigente pare sempre più simile a quei vecchi leoni che, circondati dalle iene, ruggiscono per far paura ma che in realtà non riescono più nemmeno a reggersi sulle proprie zampe. L’ultimo ruggito (che più che un ruggito pare un miagolio) è stato quello lanciato dal Gruppo di Minsk il 5 aprile 2016 tra un pranzo e una cena a Vienna, città che ospita la sede dell’OSCE, di cui il Gruppo fa parte. La città asburgica ha infatti ospitato per l’ennesima volta coloro che da 24 anni si prodigano, a suon di altisonanti dichiarazioni, per la pacifica risoluzione di uno dei conflitti più lunghi, complessi e mortali del mondo post-sovietico: il Nagorno-Karabakh, dove ancora oggi si continua a sparare e uccidersi senza che nessuno se ne accorga.

Regione popolata in maggioranza da armeni ma ceduta per volere di Stalin, nel 1923, all’allora RSS d’Azerbaijan, il territorio del Nagorno-Karabakh fu al centro di violenti combattimenti tra milizie armene e esercito regolare azerbaijano quando, il 6 gennaio del 1991, proclamò l’indipendenza dalla neonata Repubblica di Azerbaijan. Seguirono due anni di guerra, terminata nel maggio del 1994 con la sconfitta delle truppe azerbaijane, ma senza che alcun trattato di pace fosse sottoscritto, il che rende i conflitto ancora aperto, e infatti si continua infatti a morire nelle fangose trincee sulla linea di contatto. Ad oggi la comunità internazionale considera il Nagorno-Karabakh come territorio azerbaijano sotto occupazione militare armena. Malgrado ciò, il la piccola repubblica esiste e funziona anche senza l’altrui permesso. Ha le sue università, istituzioni, esercito e gioventù che a vederla non è poi così diversa da quella europea – solo un po’ meno molliccia e nevrotica. Nonostante sia un fazzoletto di terra sperduto ai confini con l’Oriente, il Nagorno-Karabakh è al centro di enormi e intricati interessi geopolitici. Questi interessi oppongono da un lato la Russia con i suoi alleati, riuniti nell’Unione Economica Eurasiatica e di cui fa parte l’Armenia ; dall’altro la Turchia schizofrenica di Recep Tayyip Erdogan, che sogna l’Impero Ottomano e l’unione dei popoli turchi; dall’altro ancora l’Occidente. Non quello delle passioni etniche e dei valori da esportare, ma piuttosto quello anonimo e calcolatore degli interessi finanziari. È infatti via l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che l’UE si rifornisce di gas e petrolio azerbaijano, scrollandosi così di dosso, almeno parzialmente, la totale dipendenza dai rifornimenti russi.

Ci pensò Putin a frantumare il quadro deciso da Bruxelles et da Washington con una serie di iniziative politiche e militari volte a riprendere il controllo del Caucaso e a far sentire il proprio peso nell’Europa dell’Est e nel Medio Oriente. Ed è proprio contro i vari tentativi di deligittimare il governo siriano di Bachar al-Assad che, per convinzione e per attento calcolo, la Russia di Vladimir Putin e di Sergei Lavrov è scesa in campo a favore di un ormai spacciato al-Assad e dei pasdaran iraniani. L’intervento non piace a nessuno, soprattutto alla Turchia, la quale abbatte, il 24 novembre del 2015, il cacciabombardiere russo SU-24, accusato di aver sconfinato per alcuni secondi nello spazio aereo turco. L’effetto domino avviato dalle tensioni arriverà presto anche in Caucaso, altra terra di competizioni.

È in questo quadro che vanno dunque considerati i recenti combattimenti in Nagorno-Karabakh, quelli che, tra il 2 e il 6 aprile, hanno provocato centinaia di morti da ambo le parti, con bombardamenti sui civili e atti di tortura da parte delle truppe azerbaijane. Al termine, momentaneo, dei combattimenti, restano amare alcune inevitabili considerazioni. A dispetto della storica alleanza tra Yerevan e Mosca, la Russia continuerà, a detta di Dimitri Medvedev, a vendere armi ad entrambi i contendenti : una dichiarazione questa, che ha sollevato un ampio malcontento dalla parte degli armeni del Nagorno-Karabakh e dell’Armenia, oltre che alle proteste ufficiali del presidente armeno Serz Sargsian. Inoltre si rivela fragoroso e imbarazzante il silenzio e l’interessato disinteresse dell’UE e delle ormai delegittimate diplomazie occidentale che, tagliate fuori dal gioco di potere Russo-Turco, annaspano e non trovano di meglio da fare che tirare fuori l’ennesima, vuota dichiarazione del Gruppo di Minsk nella quale “si condannano con fermezza le violenze lungo la linea di contatto”. Dichiarazione che ben si confà ai gessetti colorati a Bruxelles in risposta agli attentati terroristici e al pianto isterico di Federica Mogherini. La roboante OSCE in tutta la sua gloria rivela ora la sua reale funzione di istituzione-foglia di fico atta a legittimare una classe dirigente impotente e anonima.