Durante una calda estate, climaticamente e politicamente parlando, si sono susseguiti incessanti i timori dello scoppio della bolla finanziaria cinese, che ha condotto ad una riconsiderazione delle stime di crescita del dragone, sul quale si faceva aleggiare lo spettro di una recessione che in realtà è tutt’altro che ponderabile. Sebbene il tasso di crescita annua dell’economia di Pechino si sia dimezzato negli ultimi 10 anni, passando dal 14 al 7%, resta comunque un valore straordinariamente elevato, decisamente appetibile per gli altri attori internazionali. In tale contesto si inquadra la visita di Putin in Cina, in occasione delle celebrazioni della fine (ufficiale) della Seconda Guerra Mondiale, volta in realtà alla sottoscrizione di circa trenta documenti riguardanti l’intensificazione della cooperazione economica tra i due Stati. Sta nascendo la nuova “Via della seta”, secondo una proposta cinese di stabilire un corridoio economico con Russia e Mongolia, che prevede la realizzazione di una serie di opere infrastrutturali imponenti, quali la nuova linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Mosca a Kazan, con un successivo prolungamento verso Pechino attraverso il Kazakhstan. È inoltre giunto a consacrazione ufficiale l’accordo del Power of Siberia, il gasdotto che unirà la regione della Russia alla Cina, fornendo 38 miliardi di metri cubi all’anno per una durata complessiva di 30 anni, per un’operazione del valore complessivo di 400 miliardi di dollari. Dollari che in realtà non saranno tali. Il fine recondito retrostante al notevole volume d’affari tra l’orso e il dragone è in realtà la creazione di un mercato “parallelo”, nel quale non ci sarà più posto per il biglietto verde, che verrà sostituito dalle valute dei due Paesi nelle reciproche contrattazioni. Già da agosto la Banca centrale cinese ha immesso in circolazione il rublo nella città di Suifenhe, nella provincia sud-orientale dello Heilongjiang, lanciando così un programma pilota di circolazione di doppia valuta.

L’operazione di “scaricamento del dollaro”, così come RT l’ha definita pochi giorni fa, non riguarda solo i rapporti economici con la Cina. Il presidente Putin ha infatti recentemente redatto una proposta di legge, ora al vaglio della Duma di Stato, secondo la quale le operazioni finanziarie tra gli Stati dell’Unione Economica Eurasiatica e dell’ex CSI avvengano nelle rispettive valute nazionali. Ad oggi, circa il 50% del volume totale dei capitali circolanti tra questi stati per le loro operazioni commerciali sono in Euro e Dollari. Escludendo queste due valute si creerebbe così un mercato finanziario unico, con “l’obiettivo di aumentare le riserve di moneta locale, di ridurre la dipendenza dall’Euro e dal dollaro, aiutando nel contempo tutti quei Paesi membri dell’ex URSS a raggiungere quegli obiettivi macroeconomici propedeutici alla loro stabilità” si legge in una nota del Cremlino. Il progetto in grande stile raggiungerebbe la sua completa realizzazione qualora anche il Vietnam, che sta attualmente sviluppando nuovi accordi con Mosca, accettasse la possibilità di ottemperare ad una simile strategia finanziaria, volta ad effettuare gli scambi commerciali con la Russia utilizzando le rispettive valute e, più tardi, SCO e BRICS decretassero una completa e definitiva eliminazione del dollaro dal loro paniere di valute per le transazioni con i consociati.

Non si sa bene se possano essere presupposti concreti per il compimento di ulteriori passi verso una crisi dell’egemonia statunitense che, ormai da diversi anni, vive un costante declino, dapprima intellettuale (soft power, ndr). La componente egemonica militare non è chiaro se sia stata intaccata, sebbene risulti certo che il gap tecnologico in tale ambito risulti sufficientemente colmato, mentre quella economica continua a vivere i suoi alti e bassi. Mantenere il mordente in Asia orientale risulta sempre più difficile, soprattutto fino a quando non saranno chiari gli intenti cinesi circa la volontà di lanciare un vero e proprio guanto di sfida a Washington, oppure semplicemente limitarsi ad essere il “bullo” del suo cortile di casa (sempre nell’ordine di grandezza delle migliaia di miliardi di dollari). Un asse eurasiatico tendente sempre più a Levante mette in pericolo le già precarie basi del potere economico occidentale. Russia e Cina insistono prepotentemente nella scalata verso un desiderio quanto mai legittimo di multipolarismo e non sembra velleitario, alla luce degli attuali accartocciamenti politici atlantici, una riuscita del progetto. La via della prosperità segnata da Marco Polo secoli or sono pare aver subito un’interruzione sul versante di Ponente a tempo indeterminato, riservando i vantaggi derivanti solo ai suoi percorrenti.