Fino a ieri non ci si aspettava questo epilogo, ma il sorpasso è avvenuto, veloce come una mail. E’ così infatti che è arrivata la vittoria dei Verdi, tramite il sistema del “voto per corrispondenza”. Domenica erano stati contati 4.48 milioni di affluenti ai seggi e le prime stime sembravano favorire il Partito della Libertà (FPÖ), nonostante quello dei Verdi (Die Grünen) fosse distante solo qualche punto percentuale. Poi, dopo lo spoglio delle 885.000 mail che contenevano i voti degli austriaci aventi diritti al voto – precisamente il 10% dei 6.4 milioni che avrebbero potuto votare – i risultati di domenica sono stati capovolti. Ieri infatti, nel primo pomeriggio, sono stati pubblicati sul sito del Ministero degli Interni austriaco i risultati finali: Van der Bellen vince con il 50.3% dei consensi, lasciando ad Hofer un importante, quanto inutile (che sia permesso l’ossimoro) 49.7%. Per il leader di un partito che aveva cominciato la sua corsa con tutte le proiezioni che lo davano in svantaggio e che poi invece incredibilmente ha vinto il primo round di votazioni con un 35%, contro il 21.3 % di Van der Bellen, non è male. Facendo un passo indietro si possono comprendere le motivazioni di questo testa a testa, che ormai si sa essere non solo uno scontro tra due partiti politici, ma tra due visioni di Europa e di futuro nella zona europea completamente diverse.

L’Istituto per la Ricerca Politica SORA aveva previsto che il sistema di votazione via mail avrebbe favorito il candidato dei Verdi, poiché la maggior parte di questi voti proviene da cittadini che ora vivono all’estero e che quindi hanno, di solito, una visione generalmente più aperta e di base contro la retorica dei “confini” portata avanti dal partito FPÖ. Inoltre una figura come quella rappresentata da Van der Bellen, un professore di economia a capo di un movimento che promuove politiche di rispetto all’ambiente come quello dei Verdi, non poteva che essere visto di buon occhio tra gli abitanti delle città, in Austria sempre particolarmente sensibili al tema dell’inquinamento. Le due campagne elettorali degli ex sfidanti sono state comunque diametralmente opposte. Uno ha usato la consueta retorica della politica, presentandosi come il “male minore” rispetto all’avversario da battere, a cui tutti guardano come lo spettro di un passato che potrebbe divenire futuro. L’altro si è mosso spinto dall’onda del malcontento che ormai dilaga senza cenno di arresto, presentandosi come l’anti-establishment per eccellenza. Hofer infatti parlava di “mettere l’Austria al primo posto” e di smetterla di perpetrare testardamente questa politica di “multiculturalismo forzato”, condita con una globalizzazione opprimente e un flusso migratorio copioso e infinitamente dannoso.

I più alti funzionari europei guardavano con timore l’avanzata del partito FPÖ in Austria e sia Martin Schulz che il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker avevano lanciato un appello ai cittadini affinchè votassero qualsiasi partito, tranne per quello rappresentato da Hofer. Ora ai piani alti degli uffici dell’Unione Europea staranno tirando un sospiro di sollievo, pensando che ancora una volta l’Ue si è dimostrata in grado di mantenere la sua compattezza, di non sgretolarsi. Eppure bisogna soffermarsi sul caso specifico dell’Austria. Perché si, ancora una volta in Europa non ha vinto il partito della cosiddetta estrema destra, certo, ma è anche vero che non era mai successo che un membro dei partiti della fino ad ora sempre presente coalizione centrista, che sia tra i Socialisti Democratici (SPO) o i Conservatori (OVP), non partecipasse alla corsa finale. L’ex Cancelliere austriaco Werner Faymann, membro del partito SPO, aveva abbandonato la carica i primi di maggio. Sicuramente domani molti funzionari europei si sveglieranno più sereni. Bisognerà vedere se negligentemente si faranno inebriare da questa vittoria, se così si può chiamare, o se cominceranno a pensare che è giunto il momento di cambiare qualcosa.