Un’altra rivolta di piazza, un’altra mini rivoluzione, un’altra breccia sulle mura sudorientali d’Europa. La piccola e problematica Repubblica di Macedonia vive in questi giorni la sua piccola e altrettanto problematica piazza Maidan. Le opposizioni filo occidentali sono scese in piazza in questi giorni contro il presidente Gjorgje Ivanov, che dieci giorni fa ha concesso la grazia a più di cinquanta politici invischiati nell’oscuro caso di intercettazioni che ha visto coinvolto in buona parte personaggi appartenenti al governo precedente nonché personaggi legati al mondo dei servizi segreti macedoni. Una risoluzione, quella di Ivanov, che rappresenta soltanto una delle innumerevoli situazioni di crisi che da anni, dall’indipendenza della Macedonia, affliggono lo Stato balcanico. Soltanto un anno fa, nel maggio del 2015, la polizia di Skopije aveva sventato un tentativo di golpe che aveva avuto come principali protagonisti i militanti dell’Armata di Liberazione del Kosovo, riunitasi nella piccola città di Komonovo, a nord del Paese. Già in quell’occasione, il governo denunciò spinte di matrice straniera tese alla destabilizzazione del governo macedone. Dopo meno di un anno, la Macedonia piomba nuovamente nel caos a seguito delle decisioni del presidente Ivanov di proscioglimento dalle accuse dei politici e dei funzionari denunciati, ma soprattutto a seguiti di una campagna mirata da parte delle opposizioni, che non solo hanno boicottato l’incontro con l’UE di Vienna che avrebbe dovuto cercare un compromesso riguardo le politiche migratorie, ma soprattutto che hanno anche deciso di boicottare le elezioni di giugno che Skopije aveva indetto già per aprile.

Una situazione che per certi versi non può non ricordare quella che ha vissuto l’Ucraina. Un governo considerato filorusso, che si è opposto alle sanzioni alla Russia e che si è interessato al Turkish Stream; un governo considerato corrotto dalle opposizioni filoeuropee; tentativo di sovvertirlo con scontri di piazza e che contesta le elezioni; infine il progetto di un governo tecnico che si inquadri nel solco dell’entrata in Europa e nella NATO. Ecco quindi che non può non sorprendere il richiamo del presidente e di parte del governo macedone a misteriosi interessi esteri che hanno provocato prima lo scandalo intercettazioni e poi le proteste organizzate di piazza. Ma non può sorprendere soprattutto per chi osserva attentamente il percorso politico non solo della Macedonia, ma di tutte le repubbliche balcaniche sorte negli ultimi decenni. Strangolata da una corruzione sistemica e da un clientelismo politico sostanzialmente endemico nella regione balcanica, flagellata da divisioni etniche e culturali, ma soprattutto vittima di sé stessa e della sua povertà di risorse, mezzi, infrastrutture e società civile, la Macedonia è una repubblica che vive nel caos politico ormai in maniera cronica. Il 2015 e il 2016 hanno poi dato il colpo di grazia a una situazione di instabilità già particolarmente intensa con l’arrivo sulle sue frontiere di milioni di profughi, quelli che, in parte, ancora oggi vivono nel campo di Idomeni, Grecia settentrionale, a pochi passi dal confine. E una Macedonia così instabile e in preda ai movimenti di piazza diventa una lama a doppio taglio per tutti i Balcani e per tutta l’Europa. Meglio accettare un governo stabile ma non totalmente allineato, che governi una situazioni fortemente instabile e pericolosa, oppure lasciare il campo alla piazza e a un’opposizione “democratica” che boicotta le elezioni e decide di far cadere il governo a forza di molotov? Mentre insegnano la democrazia agli altri, gli amici della NATO probabilmente si sono dimenticati di come funzioni.