Da quasi un mese la capitale del Libano, Beirut, è epicentro di un’ondata di proteste popolari per denunciare la mala gestione dei rifiuti . Da mesi tutta la città è, infatti, letteralmente sommersa dall’immondizia, da quando, cioè, il ministro dell’Ambiente, Mohammed Machnouk, ha ordinato la chiusura della discarica di Naameh, alla periferia sud della città, in una delle zone più densamente popolate dell’intero Medio Oriente. La mancata apertura di un sito alternativo ha generato la rabbia dei cittadini che, il 22 agosto scorso, sono scesi in piazza con lo slogan #Youstink. La protesta popolare generata dalla mala gestione della questione rifiuti si è presto trasformata in una sommossa più violenta e critica nei confronti dell’operato dell’attuale leadership al governo. I rifiuti sono quindi del tutto marginali, sono solo stati “la goccia che ha fatto traboccare il vaso” , per usare le parole del premier libanese Tammam Salam, in un paese ostaggio di un equilibrio così fragile da sfociare nell’immobilismo della politica. Il Libano vive da più di vent’anni, ovvero dalla fine della guerra civile, in uno stato di calma apparente, ma che in realtà nasconde problemi di ogni genere da quelli quotidiani a quelli politici e geopolitici. La protesta #Youstink però, lungi dall’ essere un’edizione 2.0 della “Rivoluzione dei cedri”, rivolta “colorata” che nel 2005 portò alla fine della presenza militare siriana nel Paese, ha poco di “politico”.

Le manifestazioni nascono, infatti, da un bisogno basilare e reale della popolazione: quello del diritto alla salute, in una città, e in un Paese, dove solo la metà delle persone ha accesso diretto a una fonte d’acqua ufficiale o alla copertura totale di energia elettrica, dove un terzo dei giovani vive il dramma della disoccupazione e dove l’assistenza sanitaria è un miraggio per molti e un privilegio per pochi. La frustrazione dovuta alla mancanza di questi e altri servizi pubblici, unita all’immobilismo della politica, ha acceso la miccia della protesta, una protesta di popolo, non con numeri da capogiro, ma comunque un segnale per la classe dirigente al potere, ostaggio anch’essa di un sistema datato che andrebbe rivisto in maniera radicale. Il sistema libanese, figlio del Patto Nazionale del 1943, e che prevede un Presidente della Repubblica cristiano maronita, un Primo Ministro sunnita e un Presidente del Parlamento sciita, non è adeguato ai cambiamenti demografici in atto nel Paese dei cedri. Un caos istituzionale ulteriormente aggravato dallo stallo sulla mancata elezione del Presidente della Repubblica, un vuoto che dura dal maggio dello scorso anno e a cui, a breve almeno, non sembra esserci soluzione. I candidati in campo sono tanti quanti i movimenti e le coalizioni che compongono il panorama politico libanese, si va da Amin Gemayel, a Michel Aoun, fino a Samir Geagea, condannato all’ergastolo, ma successivamente scagionato, per il massacro di Sabra e Shatila.

L’incapacità di arrivare all’elezione del Presidente della Repubblica, una carica di scarsa importanza reale, ma di grande significato simbolico, è dovuta alla difficile situazione che il Libano vive da quattro anni, cioè da quando nella vicina Siria è in atto quella guerra che ha provocato morti e profughi a non finire, profughi che a migliaia si sono rifugiati proprio nel vicino Libano arrivando a sfiorare il milione e mezzo di presenze. Una situazione che rischia di far saltare il banco in quello che, per ora, è l’ultimo baluardo di normalità in una regione sconvolta dalle Primavere Arabe e dalla conseguente avanzata jihadista, e che ricorda in maniera piuttosto inquietante le cause di quella guerra civile che ha tenuto il Paese bloccato per più di vent’anni. Allora il “problema” erano i rifugiati palestinesi in maggioranza musulmani, oggi la situazione si sta esattamente replicando con i siriani, solo che ora , sussistono fattori di ulteriore rischio ed instabilità, come la presenza del jihadismo sunnita internazionale. La protesta #Youstink sommata ai già importanti problemi che sta vivendo il Paese dei cedri, se non debitamente controllata, rischia di portare ancora più incertezza . Un Libano instabile, con una Siria alle prese con una guerra interna senza precedenti, non giova a nessuno, anche se il rischio di infiltrazioni all’interno della legittima protesta degli abitanti di Beirut è sempre presente.