Il Libano torna alle urne dopo quattro anni. Il paese è chiamato ad eleggere i rappresentati municipali delle provincie. Nonostante le preoccupazioni, le elezioni iniziate lo scorso 8 maggio, andranno avanti almeno fino al 29, finché non saranno eletti tutti i consigli provinciali. Questa tornata elettorale assume un significato tutto particolare, infatti per anni la politica libanese è stata immobile, ostaggio dei partiti tradizionali e di un sistema costituzionale basato sulla rappresentanza religiosa. La crisi politica ,dovuta alla mancata elezione del presidente della repubblica, ha acceso lo scontro tra le opposte fazioni parlamentari, portando a un blocco legislativo che va avanti da novembre. Da più di due anni la politica libanese è  immobile. Le elezioni politiche, che dovevano svolgersi nel 2014, sono state rinviate due volte e il potere del parlamento è stato così esteso a due ulteriori mandati: la prima volta nel 2013 per 17 mesi, la seconda nel novembre del 2014 per 31 mesi fino al giugno 2017, data della prossima tornata elettorale. Il malcontento nei confronti della gestione dello stato da parte dei partiti tradizionali cresce.

La crisi dei rifiuti dello scorso anno e la conseguente nascita del movimento Youstink ne sono la prova. Nella società civile si fa strada la richiesta per una rappresentazione dal basso, come testimonia la buona performance elettorale di Beirut Madinati, formazione politica apartitica, formata in maggioranza da giovani e studenti, che alle ultime elezioni municipali della capitale è stata in grado di aggiudicarsi il 31% dei consensi. Il vento di cambiamento, partito da Beirut, sta pian piano contagiando l’intero paese. In tutto il Libano la società civile sta iniziando a organizzarsi contro lo strapotere dei partiti tradizionali. Come nel caso delle liste indipendenti di Dahieh, quartiere sud di Beirut a maggioranza sciita, che, senza successo, hanno provato a rompere il complesso sistema di potere di Hezbollah e Amal nei quartieri meridionali. Una vittoria di per se per i rappresentanti di Beirut Madinati che, nella capitale, nonostante le “larghe intese” in salsa libanese, sono riusciti comunque in un’ impresa più che storica. L’improvvisa organizzazione della società civile ha lasciato impreparati i maggiori partiti riuniti nelle alleanze parlamentari “14 marzo” e “8 marzo”. Ma, nonostante i tentativi di cambiamento, il vecchio sistema di potere sembra saldo in sella. La famiglia dell’ex premier Saad Hariri, figlio del noto Rafic ucciso nel 2005 in un attentato nel pieno centro di Beirut, è uno dei maggiori esempi di come nel paese dei cedri politica e affari vadano a braccetto. Vera e propria creatura della casa regnante saudita, la famiglia Hariri è stata tra i principali artefici della ricostruzione del Libano post guerra civile, combinando gli affari immobiliari, la finanza e la politica. Accusato dal governo siriano di essere tra i finanziatori dei gruppi jihadisti in Siria, Saad Hariri e il suo partito sono alle prese con scandali finanziari e di corruzione, come quello avvenuto nel corso delle ultime elezioni amministrative di Beirut.

Secondo fonti locali, nel quartiere di Tariq Jdide, zona a maggioranza sunnita con uno dei più alti tassi di povertà della città, i rappresentanti del Movimento per il futuro, partito il cui leader è proprio Saad Hariri, avrebbero pagato 100$ per ogni voto. I numerosi casi di corruzione e di brogli elettorali, almeno 596 solo nella regione del Monte del Libano, spiegano il successo inaspettato dei movimenti della società civile. Un segnale in vista delle prossime elezioni politiche. Il complesso sistema di potere che dagli anni ’90 spadroneggia nel paese rischia di crollare su stesso, incapace di fornire risposte adeguate a un paese vivace proiettato nel futuro.