Una notizia è scivolata via settimana scorsa nel disinteresse generale dei Media. L’attacco alla scuola superiore di Trollhattan da parte del giovane studente Anton Lundin Pettersson. Il ventunenne svedese, mascherato e armato di spada e coltelli, è entrato nell’istituto alla ricerca di alunni extracomunitari. È entrato mescolandosi agli altri ragazzi e subito ha iniziato a controllare, passando di classe in classe, il colore della pelle degli studenti finché non ha individuato il suo obiettivo. La prima vittima è stata un diciassettenne somalo, seguito da un assistente di origine siriana – che ha provato a fermarlo -, riuscendo anche a ferire altri due giovanissimi, prima di essere ucciso dalla polizia. A differenza dei frequenti casi che avvengono nei campus americani, siamo di fronte a un preciso “attacco razzista”. Pettersson non ha infatti scelto la “sua” scuola uccidendo a caso – come avviene di solito da parte di alunni emarginati in una sorta di delirio vendicativo nei confronti dei compagni e degli insegnanti -, ma ha scelto accuratamente come suo unico bersaglio i non-svedesi, di cui la scuola dell’obbligo è piena. L’attacco, non a caso, è avvenuto proprio lo stesso giorno in cui il governo aveva appena annunciato ufficialmente che si attendono 190.000 rifugiati entro la fine dell’anno.Il ministro degli interni svedese, Anders Ygeman, ha prontamente affermato: “Non possiamo condannare la nostra politica perché c’è un pazzo che uccide bambini”, lasciando intendere che si tratti di un tipico caso isolato di “lupo solitario” che nulla a che vedere con lo svedese medio. Eppure si tace delle due strutture di accoglienza che vengono date alle fiamme ogni settimana per evitare siano utilizzate per l’accoglienza dei migranti; come del sempre maggior seguito che lo Sverige Demokraterna – già saldamente secondo partito – ottiene, cavalcando l’onda del pericolo dell’immigrazione incontrollata.

Insomma, sotto l’immagine da cartolina dei Paesi nordici simbolo dell’accoglienza e dell’integrazione, cova un malessere diffuso; il timore di essere islamizzati e scavalcati dalle politiche progressiste sui migranti. La società si sta sempre più polarizzando in due schieramenti contrapposti: i “campioni dell’accoglienza senza se e senza ma” contro i beceri populisti anti-immigrati. Non c’è spazio per un serio dibattito e si vive navigando a vista, incalzati dall’emergenza perenne, nonostante la guerra in Siria sia già nel suo quarto anno. Gli stessi segnali arrivano dagli altri Paesi scandinavi, da quelli dell’est e dalla stessa Germania, dove l’improvviso buonismo della Merkel inizia a provocare l’insofferenza degli alleati bavaresi e aumentare il consenso verso il movimento identitario Pegida. Come in altri paesi d’Europa la maggioranza che governa è sempre più lontana dal sentire dell’elettorato e la “minoranza” – quando va a votare – s’indirizza verso i cosiddetti partiti populisti con grave scorno dell’elite al potere. Questo voto di protesta, che dovrebbe essere un segnale per i governanti dell’insofferenza verso le loro politiche, viene invece continuamente irriso. Sono “cittadini che sbagliano” quelli che nella solitudine dell’urna votano Front National o Lega Nord. “Sono partiti populisti che parlano alla pancia della gente” è l’accusa dell’establishment, che non si interroga del perché ci sia un tale bisogno. Non esiste il minimo dubbio che se la politica “tradizionale” svolgesse il proprio compito – quello di amministrare con lungimiranza il bene comune – non avrebbero un tale seguito. Invece i governi proseguono imperterriti nell’imporre le ricette stabilite a Bruxelles e a Francoforte, acuendo il distacco con il Paese reale. All’interno della loro torre d’avorio i politici non si preoccupano della sempre maggiore astensione elettorale, anzi quasi l’apprezzano; l’alta affluenza favorisce le forze antisistema, quindi è meglio che il cittadino sia rassegnato e resti a casa. Invece di ringraziare questi movimenti che almeno incanalano le pulsioni dell’elettorato all’interno di un percorso democratico, fanno di tutto per stigmatizzarli. Volutamente ignorando che è proprio la mancanza di rappresentatività a generare i “lupi solitari”, ma forse questi mostri in fondo fanno comodo. Compattano la “parte buona della società” e con il loro odio fanno ancor più risaltare il buonismo di comodo, evitando di dovere interrogarsi sulle vere cause del malessere e dell’emergenza