Il Medio Oriente si sta lasciando alle spalle gli accordi Sykes-Picot firmati nel primo Novecento tra inglesi e francesi sulle macerie dell’Impero Ottomano.

Una prima fase di ridimensionamento dei  confini c’era già stata nel 2003 con l’autonomia del Kurdistan di Massud Barzani, raggiunta nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein. A distanza di oltre dieci anni la stessa sorte toccata all’Iraq raggiunge anche il Paese limitrofo che si è visto disgregare in questi cinque anni di guerra civile divenuta internazionale e per procura: la Siria.

L’altro ieri, dopo una riunione nella città di Romeilan, nella provincia nord-orientale di al Hasaka, le autorità curdo-siriane hanno annunciato pubblicamente la creazione di un sistema federale autonomo. La nuova Federazione verrebbe introdotta nelle enclavi di al Jazeera, al Hasaka, Kobane e Afrin, nella provincia settentrionale di Aleppo, Kuri Sabi nel nord della provincia nord orientale di Raqqa. Come ha riferito un funzionario dell’amministrazione di Kobane, Idris Nassan, questa rappresenterà tutte le etnie che vivono nell’area: arabi, curdi, armeni, turcomanni, ceceni e siriaci. I confini della regione devono ancora essere stabiliti, ma, ha detto Nassan, “il piano prevede la creazione di aree di amministrazione democratica sotto la bandiera federale”.

La causa curdo-siriana è ben diversa da quella curdo-irachena, non solo per ragioni di peso demografico. I primi a differenza dei secondi sono stati in qualche modo integrati dal governo di Damasco. Nonostante le aperte ostilità tra i due schieramenti, in passato Bashar Al Assad ha preso in considerazione le richieste del Partito dell’Unione Democratica, concedendogli libertà e diritti comunitari. Inoltre a fare da collante tra il Baath e il PYD, c’è stato per anni il presidente turco anti-PKK Recep Tayyip Erdogan, un vero e proprio Sultano del terzo millennio dalle mire neo-ottomane. La richiesta dei curdi siriani infatti ha sorpreso per molti aspetti ed è stata criticata dalle forze lealiste quanto da quelle anti-governative. Una nota del ministero siriano per gli Affari esteri ha fatto sapere che qualsiasi annuncio di questo tipo “non avrà alcun valore legale e non avrà effetti giuridici, economici, sociali e politici, perché non riflette la volontà del popolo siriano”. La creazione di una federazione “influenzerà l’integrità territoriale della Siria, perché va contro la Costituzione e le risoluzioni internazionali”. Dal canto suo, l’opposizione ha rifiutato “qualsiasi tentativo di creare enti, regioni o dipartimenti di confiscare la volontà del popolo siriano”, come si legge in una dichiarazione pubblicato sul sito web. Il Cnfros ha avvertito che “l’ingiustizia causata da un individuo o da un gruppo sotto il governo della famiglia Assad non viene eliminata con l’applicazione di progetti unilaterali o preventivi, ma sostenendo la possibilità di una soluzione politica con la creazione di un esecutivo transitorio con tutte le prerogative”.

Ma la decisione dei curdi è arrivata durante i colloqui di pace a Ginevra e mira ad “internazionalizzare” la causa del Rojava (la carta da giocare sembra essere l’eroica resistenza di Kobane durante l’assedio degli uomini del Califfato). Le autorità del PYD sperano di ottenere l’appoggio di Russia e Stati Uniti. In mezzo però c’è la Turchia che non può assolutamente accettare la creazione di un Kurdistan, seppur piccolo, al confine (soprattutto perché dall’altra parte c’è il PKK). La Casa Bianca, che in Medio Oriente per ora ha sostituito l’interlocutore saudita con quello turco difficilmente sembra disposta a tradire il suo fedele alleato. Dall’altra parte il Cremlino avrebbe interesse ad appoggiare la creazione di un Rojava semi-indipendente per spaccare l’alleanza tra Washington e Ankara tuttavia vorrebbe dire incrinare i rapporti con il governo di Damasco. Il piano Bolton (spartizione della Siria in “Alawistan”, “Sunnistan”, “Kurdistan”, ecc.), per adesso, sembra dover attendere. Per fortuna della stabilità del Medio Oriente.

Articolo pubblicato in esclusiva per Gli Occhi della Guerra