Un tarlo guasta oramai da anni la diplomazia e le relazioni internazionali. È il tarlo del disordine mondiale, che rode con perseveranza sempre maggiore ed è periodicamente foriero di un continuo aggravarsi delle tensioni, degli squilibri e delle conflittualità tanto a livello globale quanto a livello regionale. Il nucleo centrale di questo sistema di instabilità planetaria è facilmente individuabile in un ampio settore che si espande tra il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Ucraina, sui cui territori sta andando in scena l’atto principale della moderna riproposizione dell’ottocentesco Great Game, il “Grande Gioco” per la supremazia planetaria tra Russia e Impero Britannico, tra un gigantesco impero terrestre e una ramificatissima potenza talassocratica. Oggigiorno, sebbene alla Gran Bretagna si siano sostituiti gli Stati Uniti d’America e a fianco della Russia sono emersi nuovi giganti come la Cina e paesi dotati di influenza regionale come l’Iran, l’entità della sfida vede di nuovo misurarsi tra loro due concezioni della geopolitica radicalmente diverse tra di loro, il cui attrito sempre maggiore presenta numerosi punti di contatto con l’equivalente ottocentesco piuttosto di assomigliare a una riproposizione della Guerra Fredda, come suggerito da numerosi commentatori. Questo perché rispetto alla contrapposizione globale, oramai estesasi alla dialettica multipolare, acquisisce maggior rilevanza la sfida geopolitica che vede contrapposte le grandi potenze in specifici settori regionali, all’interno della quale la geometria variabile delle alleanze e la rilevante influenza di attori locali di primaria importanza contribuiscono a aggiungere incertezza allo scenario. Se durante la Guerra Fredda i due blocchi si affrontavano per procura foraggiando contrapposizioni dettate principalmente dall’ideologia, tirando le fila delle parti in causa che si ritrovavano legate a doppio filo a Washington o Mosca da vincolanti accordi di natura militare, economica e politica, oggigiorno alle potenze regionali è delegato un ruolo maggiore. Esse sono libere di giocare le proprie carte, di curare i propri interessi, armonizzandoli con le controparti di maggior peso internazionale ma non ritrovandosi a ricoprire il ruolo di prestanome in una relazione di chiara sudditanza. Questo apre le porte alla conquista di spazi di influenza sempre maggiori da parte loro, nel caso in cui la potenza guida si ritrovi spaesata a causa dell’ondivago andazzo della sua politica estera.

Ad esempio, atteggiamenti paragonabili a quelli del doppiogiochista e ambiguo governo turco di questi tempi sarebbero stati bollati come pura e semplice insubordinazione durante la Guerra Fredda ma avrebbero costituito l’ordinarietà ai tempi del Grande Gioco. Questo perché la cesura dettata dalla contrapposizione USA-URSS era netta, ben marcata e decisa, presupponendo un muro invalicabile tra “noi” e “loro”, tra filoamericanismo e filocomunismo. A scrivere le regole del gioco era un’avversità ideologica che difficilmente lasciava spazio a chi si posizionava in una “zona grigia”, tant’è che a turno buona parte delle nazioni aderenti al Movimento dei Non Allineati si ritrovarono fisiologicamente sospinte a scegliere con quale dei due campi avrebbero stretto i vincoli e rafforzato i legami di natura economica: pur senza sfociare in una contrapposizione con la parte opposta, tali decisioni portavano queste nazioni a subire maggiormente l’attrazione gravitazionale di uno dei due poli geopolitici della Terra. Il Grande Gioco dell’Ottocento tra la Russia zarista e la Gran Bretagna (splendidamente raccontato da un avvincente e coinvolgente saggio di Peter Hopkirk) fu al contrario il regno delle zone grigie, delle ambiguità, dell’imprevedibilità. Le parti in causa, sfidandosi in una grande partita di scacchi su tutta l’area compresa tra il Medio Oriente, l’Asia Centrale, l’India e l’Himalaya, edificarono e disfecero alleanze, cercarono di imporre la forza del loro prestigio nelle relazioni internazionali per espandere i propri commerci e allargare la propria influenza militare, ma allo stesso tempo non riuscirono mai a controllare completamente alcune “schegge impazzite” che riuscirono a esercitare un’influenza sugli sviluppi del Great Game in determinate fasi del suo procedere: ad esempio, la Persia fu alternativamente alleata dei Romanov e della Regina Vittoria, e con i suoi comportamenti ambigui più volte portò i contendenti a dover rivedere i propri piani militari; l’Afghanistan, invece, si mantenne indomitamente indipendente rifiutando l’avanguardia commerciale russa e resistendo a ripetuti attacchi dell’esercito britannico, che nel XIX secolo subì numerose disfatte sulle montagne del Pamir.

Allo stesso modo, nell’area di maggior tensione che costituisce l’epicentro del nuovo Grande Gioco (e che in parte ricopre la regione geografica che fu teatro del primo) nel lungo periodo si sta rivelando sempre più importante il ruolo cruciale giocato da coloro che, pur nell’ambito di una specifica alleanza, riescono a mantenere la propria indipendenza e a esercitare una consistenza influenza. Oltre al citato esempio della Turchia, che in questo momento è il vero e proprio portavoce della NATO nell’area vicino orientale, si può rilevare l’accresciuta importanza dell’Iran, che pur saldando con gli affari una convergenza geopolitica con Mosca consolidatasi negli anni ha mantenuto la propria genuinità e la capacità di condurre una politica estera autonoma. La situazione di permanente disordine mondiale seguita al fallimento del disegno di egemonia unipolare coltivato dai vertici politici e militari USA a partire dai primi anni del nuovo Millennio e la successiva crisi economica che ha messo in discussione le basi stesse dell’imperante neoliberismo economico hanno portato al repentino archivio delle semplicistiche presunzioni di “fine della Storia” coltivati da coloro che dopo la caduta del Muro di Berlino e la disgregazione dell’URSS ritenevano inevitabile una progressiva estensione della supremazia americana a tutto il pianeta. Il nuovo Grande Gioco nasce come conseguenza diretta dell’emersione del multipolarismo dalle rovine del progetto neoconservatore, e al suo interno le maggiori sfumature e la maggior quantità di variabili in gioco rendono disponibile, per le parti in causa in teatri locali, una capacità di scelta ampia.

Tanto il sentimento religioso quanto l’evoluzione storica dei popoli e delle etnie assumono un’importanza primaria nell’indirizzamento delle scelte della geopolitica internazionale; se la Guerra Fredda viveva attraverso l’alimentazione di contrapposizioni artificiose tra popoli e Stati divisi a seguito della spartizione operata dai due pesi massimi in nome dell’ideologia (Corea del Nord contro Corea del Sud, Germania Est contro Germania Ovest, Vietnam del Nord contro Vietnam del Sud), il nuovo Grande Gioco è connotato dallo sfaldamento di entità statali costruite ad hoc, senza precisi riferimenti culturali o storici, proprio per il minor peso dettato dall’ideologia politica nella sua evoluzione. Le aspirazioni di popoli privi di un’entità statale o desiderosi di un riconoscimento autonomo, quali ad esempio i Curdi sparsi tra Turchia, Siria e Iraq o le genti russofone dell’Ucraina orientale, non sono per nulla secondarie e, anzi, permettono di evidenziare un’ulteriore caratteristica saliente dell’era del perenne disordine mondiale. Se a livello geopolitico sono emersi attriti significativi tra più Stati che, pur non mirando più all’assoluta egemonia mondiale, disputano tra di loro il predominio dell’influenza sugli sviluppi internazionali, d’altro canto sta progressivamente emergendo una contrapposizione non secondaria tra “globale” e “locale”. Il progressivo incedere della globalizzazione sta avendo il suo contraltare nella rinascita delle aspirazioni di popoli e gruppi tribali, la cui contrapposizione reciproca è alla base dell’instabilità di più nazioni. Questo dà un nuovo rilievo, ad esempio, alla partita a scacchi che vede affrontarsi la Russia di Vladimir Putin e la coalizione a guida USA nello scenario siriano. Entrambe le parti sono interessate al successo di una specifica fazione, ma la semplice imposizione della forza militare non rappresenta più una garanzia sufficiente per il suo conseguimento: il declinarsi del feroce conflitto civile in una serie di conflitti intestini rende necessario un lavoro multiruolo e, dunque, il coinvolgimento degli alleati locali. Le avanzate delle divisioni del governo di Damasco e la loro marcia sul sedicente Stato Islamico avvenuta sotto l’ombrello protettivo dell’aeronautica russa sono solo una delle tante manifestazioni dell’intervento di Mosca in Siria: in una tappa decisiva del nuovo Grande Gioco, Mosca sta conseguendo risultati migliori della controparte occidentale proprio per la sua comprensione di questo principio chiave della moderna geopolitica. Il sostegno ai gruppi alawiti, il rifiuto di legare l’intervento al mantenimento di Assad al potere e la preferenza espressa da Putin per la stabilità globale del governo prima ancora che della scelta degli uomini che in futuro dovranno guidarla, che sarebbe apparsa come un’intollerabile intromissione nella politica interna siriana, dimostrano lo spazio d’azione lasciato al locale nella moderna dialettica globale.

Nel lungo periodo, il nuovo Grande Gioco presenta potenzialmente rischi maggiori di quelli che portava con sé la perenne tensione internazionale della Guerra Fredda. Quest’ultima infatti fu dominata dal sostanziale equilibrio tra le forze dispiegate dalle superpotenze specialmente per quanto riguardava la mole di armamenti nucleari schierati, in ogni caso sempre sufficientemente elevato da rendere pura follia l’idea stessa di impiegarle in campo. Solamente nei giorni della crisi cubana del 1962 la Guerra Fredda rischiò seriamente di degenerare in un conflitto aperto; al contrario, le zone d’ombra che si possono riscontrare nel groviglio del nuovo Grande Gioco rendono possibile una degenerazione della situazione a partire da focolai accesisi improvvisamente, specialmente a seguito di azioni avventate o crisi coinvolgenti non le potenze di prim’ordine ma i loro alleati regionali. La crisi di Georgia del 2008, quella ucraina del 2014 e la turbolenza seguita all’abbattimento di un caccia russo da parte dell’aeronautica turca nello scorso mese di novembre hanno coinciso con punti di acutissima tensione nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti, che si sono affrontate a muso duro in tutte e tre le occasioni. La minaccia insita nel perenne stato di disordine mondiale è dunque aggravata da un senso di insicurezza strisciante, che si autoalimenta in continuazione in maniera imprevedibile, rendendo perciò sempre più difficile il ritorno a una pacifica e costruttiva dialettica diplomatica.