You’ve a great game before you”, scrisse nel luglio 1840 Arthur Conolly, agente del servizio segreto di Sua Maestà, al maggiore Henry Rawlinson. Il gioco a cui si riferiva era il confronto tra Russia e Impero britannico per il controllo dell’Asia centrale, dalle frontiere afghane a quelle indiane. Non è inverosimile pensare che qualche funzionario italiano abbia scritto qualcosa di simile nei suoi rapporti quotidiani alla Farnesina dall’ambasciata di Tripoli. Dai confini della Tripolitania fino a quelli della Cirenaica e del Fezzan, la Libia è divenuta infatti teatro di un pericoloso gioco fatto di diplomazia parallela, servizi segreti, compagnie petrolifere, milizie, generali decaduti, partiti islamisti e crimine organizzato. Un coacervo di confusione e frantumazione che non può far dimenticare l’importanza della stabilizzazione o della spartizione definitiva della quarta sponda, punto di equilibrio focale tra il Mediterraneo centrale, Suez e l’Africa Sub-sahariana.  Non meno rilevanti risultano essere le riserve petrolifere della ex colonia, stimate intorno ai 48 miliardi di barili cioè il 38% del totale degli idrocarburi presumibilmente disponibili in tutto il continente africano. Gli anni dell’embargo internazionale avevano fatto ristagnare la produzione fino a provocare un involontario aumento proporzionale di riserve rispetto al consumo che contemporaneamente si ebbe da parte degli altri paesi petroliferi. Poco prima dell’inizio della guerra nel 2011, la Libia era in grado di produrre 1.600.000 barili al giorno di cui solo 150.000 destinati al consumo interno.

Circa l’80% di queste riserve si trovano nel bacino della Sirte e nell’entroterra desertico della Cirenaica ma alla mezzaluna petrolifera – cui si aggiungono i giacimenti off-shore in Tripolitania e quelli nel Fezzan a ridosso del confine algerino – si affiancano grandi bacini sedimentari ancora non esplorati integralmente come Sirte, Murzuk, Ghadames, Kufra e la stessa piattaforma continentale di fronte alle coste cirenaiche. Inoltre il petrolio libico possiede due caratteristiche che fanno gola quali la sua natura light e sweet: un greggio “leggero”, cioè a bassa viscosità e densità, può essere trasportato più facilmente dagli oleodotti e la sua “dolcezza”, cioè la scarsa presenza di zolfo, lo rende pressoché esente dai costosi processi chimici di depurazione.

La mappa con i più importanti impianti di estrazione del petrolio nell'ex colonia italiana

La mappa con i più importanti impianti di estrazione del petrolio nell’ex colonia italiana

La corsa alla Libia ha visto tra i suoi principali concorrenti un insolito attivismo politico del Qatar, un attore che alla sua percepita marginalità ha fatto da contraltare una accorta azione diplomatica avviata nella metà degli anni ’90. Investire ingenti somme di denaro nelle più varie attività socio-economiche di Libia, Yemen, Sudan e Libano permise a Doha, già tra 2006 e 2008, di cogliere una serie di successi come lo sblocco dei negoziati tra ribelli huti e forze governative a San’a o l’avvio di negoziati tra i guerriglieri Darfur e il governo di Khartoum. Tuttavia è nella ex colonia italiana che i qatarioti hanno profuso una quantità inusitata di energie, anche militari, fin dalle prime fasi delle rivolte di Bengasi contro il regime. Con la caduta di Gheddafi, il Qatar riconobbe immediatamente il Consiglio Nazionale di Transizione come legittimo governo ad interim e si propose quale intermediario per la commercializzazione del petrolio libico; mentre con una mano distribuiva fino a 400 milioni di dollari di aiuti umanitari, con l’altra riforniva di armi le milizie sul terreno e oliava i compiacenti contatti libici come i fratelli ‘Ali e Isma’il al-Shalabi. Il primo, clerico di tendenze salafite esiliato dal 1999 al 2003 in Qatar, è uno dei più influenti imam libici vicini alla Fratellanza Musulmana mentre il secondo, meno uomo contemplativo e più uomo di azione, è l’attuale leader delle milizie islamiste note come Brigate 17 febbraio.  Oltre ai due fratelli, la figura più importante per Doha è stata però l’ambiguo ‘Abd al-Hakim Bilhag, combattente mujahidin contro l’Unione Sovietica prima, leader del gruppo terroristico anti-gheddafiano Libyan Islamic Fighting Group poi, il quale ha rappresentato gli interessi qatarioti in seno al Consiglio Militare di Tripoli e successivamente all’interno del partito al-Watan di cui è leader insieme ai fratelli Shalabi.

Se in un primo momento le dinamiche rivoluzionarie sembrarono premiare le scelte politiche di Doha, dal 2013 la situazione ha imboccato un pericoloso piano inclinato, dovuto allo scarso controllo delle milizie sul territorio e al fallimento di tutti i progetti post-primavera araba sostenuti dal Qatar come l’Egitto di Morsi e la Siria dei partiti islamisti ribelli. La parabola è stata inarrestabile e il giovane emiro, Tamim bin Hamad al-Tani, succeduto al padre nel giugno 2013, venne costretto a estradare molte personalità legate alla Fratellanza – la maggior parte delle quali, guarda caso, finì a Tripoli – per compiere uno sforzo di sartoria relazionale con gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Operazione quest’ultima che, come ha dimostrato la recente crisi diplomatica nel Golfo, non è servita a ricomporre la frattura tra paesi con interessi divergenti rispetto alla sorte dell’islam politico. Tuttavia proprio la consapevolezza del pericolo di isolamento cui il Qatar sarebbe andato incontro in Libia se il generale Haftar fosse riuscito a diventare il nuovo al-Sisi, spinse l’emiro a intensificare l’assistenza alla formazione Alba Libica.  La strategia del Qatar, fin dal 2011, aveva immaginato un orizzonte post-primavera araba in cui l’accesso ai paesi come Libia, Egitto o Siria sarebbe stato garantito dalle porte dell’emirato, in quanto principale interlocutore di un limitatamente legittimato islam politico. Ma la Libia ha rappresentato forse un passo più lungo della gamba per uno Stato così piccolo la cui forza diplomatica, più che su una strategia di insieme, trae la sua forza dal potere finanziario e dai contatti personali: quegli stessi contatti che molto probabilmente hanno reso il Qatar, volente o nolente, uno sponsor del terrorismo sotto i riflettori.  La nascita poi di un fronte “reazionario” interno al mondo sunnita, guidato da Abu Dhabi, il Cairo e Riyadh, non ha fatto altro che rendere Doha una sorta di paria per il quale neanche il sostegno della Turchia ha evitato una sonora sconfitta in Siria ed Egitto.

Un servizio di Al Jazeera in cui si parla di ‘crimini commessi da Gheddafi’ nel febbraio 2011, subito dopo lo scoppio delle proteste contro il rais a Bengasi: la tv satellitare del Qatar, con molti video rivelatisi poi falsi, ha avuto un ruolo di primaria importanza nello spingere la comunità internazionale all’intervento militare

La presenza degli Emirati Arabi Uniti in Libia è iniziata invece per l’interesse suscitato dalle grandi opportunità offerte dalla caduta del Colonnello. All’indomani della formazione del CNT le holding emiratine apparivano nelle liste di appaltatori e concorrenti in settori quali edilizia, energia, telecomunicazioni, infrastrutture, sanità; si trattava un’occasione perfetta per sfogare le necessità imprenditoriali di tutte quelle aziende rimaste vittime dell’esplosione della bolla immobiliare a Dubai nel 2009 e per le rilevanti opportunità energetiche che hanno permesso ad investitori come al-Gurayr Group di portare i propri investimenti da 2 a 5 miliardi di dollari tra 2011 e 2014.  Allo stesso tempo la Dp World, già responsabile della gestione di molti grandi porti egiziani, è riuscita a sedersi al tavolo dei negoziati per ottenere la concessione dei diritti di gestione sui porti libici. Lentamente l’interesse per la Libia ha trasceso il puro calcolo economico e durante la guerra gli Emirati divennero il principale finanziatore delle milizie Zintan, organizzando intese tra leader locali e tribali con personale diplomatico di Francia, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. La transizione libica viene infatti letta ad Abu Dhabi con crescente preoccupazione in relazione a dinamiche politiche interne: le rivolte arabe del 2011 avevano infatti ispirato una certa forma di attivismo politico negli Emirati del nord – dove lo iato socio-economico rispetto alla regione intorno alla capitale è notevole – concretizzatosi nella petizione per richiedere il suffragio universale e il conferimento di poteri legislativi al Consiglio Federale Nazionale.  Per il governo degli Emirati Arabi Uniti si trattava di un passo decisamente troppo ambizioso e potenzialmente lesivo degli interessi dell’emirato e l’associazione politica al-Islah (Riforma), legata alla Fratellanza Musulmana, divenne il principale obiettivo della repressione e l’inizio di una più vasta politica di contrasto alle formazioni islamiste in tutta la regione del Grande Medio Oriente, Libia inclusa.

Gli Emirati si schierarono così fin da subito con il governo di Tobruk e il generale Haftar, un impegno così importante da utilizzare le proprie forze aeree nel 2014 per sostenere gli sforzi di riconquista delle posizioni di Misurata e Alba Libica.

Tanto per Abu Dabhi quanto per il Cairo e Riyadh, la partita libica è un pezzo essenziale del progetto più ampio di eradicazione della Fratellanza e movimenti assimilabili in tutta la regione: l’obiettivo ultimo è salvaguardare la continuità di potere interno alle petro-monarchie sfruttando non solo la leva militare ma anche quella di lobbying nelle stanze dei bottoni, fondamentale al fine di creare il convincimento interno all’opinione pubblica della identità tra movimenti islamisti e gruppi terroristici jihadisti. Come ha osservato Mehran Kamrava in un articolo del 2014, Abu Dhabi e Riyadh sono divenuti in qualche modo i fautori di una “controrivoluzione”, correndo il rischio di trasformare definitivamente la crisi libica in un conflitto escatologico irrimediabilmente legato ad un insieme di guerre per procura nell’intero quadrante mediorientale. Emiratini e sauditi si sono mossi infatti anche in direzione di Marocco, Giordania, Oman e Bahrein, garantendo addirittura la salvezza della famiglia reale in quest’ultimo caso.

11 gennaio 2017: il Generale Haftar in visita presso la portaerei Kuznetsov nei pressi del porto di Bengasi

Nel grande gioco libico i fronti di Tobruk – quindi Egitto, Emirati Arabi Uniti, Ryad – e Tripoli – Qatar, Turchia – hanno visto l’ingresso e l’uscita di giocatori di peso ben diverso come Francia, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. Quest’ultimi, anche con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno preferito perseguire la strada del distacco iniziata ai tempi di Obama, riservandosi di intervenire in modo limitato unicamente per arginare la proliferazione di cellule jihadiste. Un tale vuoto è stato riempito quasi automaticamente dalle potenze regionali ed europee, inclusa una Russia nuovamente interessata alla penetrazione in Asia minore e Nord Africa per dare continuità agli sbocchi sul mare e, nello specifico caso africano, evitare che il continente diventi il primo fornitore di energia all’Europa. A questo si aggiunge la necessità impellente di mantenere il primato nel settore minerario e metallurgico, nel quale Mosca soffre la mancanza di materiali critici quali manganese, cromo, mercurio e titanio.

L’interesse russo per la Libia non è certamente paragonabile a quello per la Siria ma la vecchia legge per cui nella politica internazionale non è possibile che esistano posti vacanti ha trovato nuovamente applicazione: con il ritiro americano e la confusione che regna tra gli europei, Mosca ha colto l’opportunità di rimettere un piede in Africa e riprendere ad intessere tutti quei rapporti che sembravano essere deceduti insieme a Gheddafi. Tra 2004 e 2010 infatti, russi e libici avevano raggiunto un accordo per forniture militari dal valore di 4 miliardi di dollari in cambio della cancellazione dei debiti pregressi, con la promessa che nel giro di un decennio si sarebbe giunti intorno ai 10 miliardi di interscambio; una promessa che ebbe suggello con il ritorno di consiglieri militari russi tra le oasi libiche e con l’immissione di ufficiali arabi nelle accademie russe.  L’interesse economico si muove insieme a quello energetico, un settore, come già spiegato, ricco di opportunità che il gigante Rosneft non ha certo perso di vista firmando un accordo con la National Oil Corporation e acquisendo il 30% delle quote del giacimento al-Zohr da ENI.

Ma con quale squadra ha scelto di giocare la Russia di Putin? Semplicemente con quella che più si avvicina agli sforzi fatti in Siria per ritornare nel Mediterraneo, quindi all’Egitto di al-Sisi e al “debole uomo forte” Haftar di Tobruk, il quale ha fatto sfoggio di questa ossimorica caratteristica con il suo giro turistico a Mosca e sulla portaerei Kuznetsov. Tuttavia, a differenza del Qatar e degli Emirati Arabiti Uniti o della Turchia, Mosca non è legata a nessuna paura diretta nei confronti dei movimenti islamisti ma al massimo ne riconosce la pericolosità per i propri alleati regionali, un ragionamento che non impedisce in alcun modo di tenere aperti, in modo tutto sommato slanciato, anche i rapporti con il governo nazionale di Fayez al-Serraj. Riempire un vuoto richiede infatti la capacità di poter stare comodi sulla sedia e non in una precaria posizione derivata da una illogica preclusione di altre possibilità oltre a quelle offerte dai propri alleati più immediati.

L’Italia sostiene apertamente il governo di Al Serraj, ma restano aperti anche i canali con altre forze operanti nel suolo libico 

L’orso russo non è da solo e in Libia giocano anche attori come Italia, Francia e Regno Unito, più in competizione che in accordo. Parigi e Londra decisero che nel 2011 fosse giunto il momento di liberarsi di Gheddafi ed estromettere l’Italia dalla quarta sponda, rafforzando le rispettive posizioni in Nord e Centro Africa.  I due governi attualmente sostengono pubblicamente Fayez al-Serraj ma sotto traccia, neanche poi così velatamente, hanno finanziato e supportato anche militarmente gli sforzi del generale Haftar in Cirenaica (centro di interesse per TOTAL e BP) e delle milizie vicine a Tobruk nel Fezzan (importante per il controllo delle frontiere con il Niger da cui la Francia importa buona parte dell’uranio per le sue centrali nucleari e per il ritorno nell’Africa francofona). Inoltre appoggiare l’Est del paese è stato, per Hollande prima e molto probabilmente per Macron oggi, la leva più sicura per garantirsi l’accesso al mercato egiziano. Ad aprile 2016 infatti, Parigi firmò con il governo di al-Sisi un pacchetto di accordi economici che ha coinvolto le aziende militari ad alta tecnologia (Airbus Space System, Dcns, Coface, Dassault Aviation) e i gruppi imprenditoriali Vinci Construction Grands Projets e Bouygues.

L’Italia in questo grande gioco Mediterraneo è sembrata per molto tempo un vaso di coccio tra vasi di ferro, soggetta alla gravità politica altrui.

A ben guardare, Roma invece ha saputo muoversi con il giusto protagonismo nella sua ex colonia, sigillando i propri interessi energetici in Tripolitania e sforzandosi di sterilizzare il conflitto all’interno delle tre regioni tramite accordi segreti mediati dai servizi, patti tra tribù e con i vicini algerini e tunisini.  L’ambasciata italiana è l’unica attualmente in funzione e alla guida della missione è giunto un diplomatico arabofono di lungo corso come Giuseppe Perrone; lo stesso generale Haftar sa perfettamente di avere bisogno dell’Italia – e dell’ENI – per un eventuale futuro ruolo politico e i russi non fanno mistero di sentirsi a proprio agio a lavorare con gli italiani.  Inoltre, nonostante la crisi nei rapporti con l’Egitto, Roma ha a disposizione la carta degli Emirati Arabi Uniti con i quali intrattiene cordiali relazioni e solidi interessi commerciali e finanziari che le permettono, pur se a distanza, di mantenere capacità di manovra e influenza anche nell’area di gioco della Cirenaica.  Un grande gioco di ombre nel Grande Medio Oriente.