Poniamo che un popolo venga costretto ad anni di ristrettezze economiche e di riforme “lacrime e sangue” per pagare un debito pubblico insolvibile. Poniamo poi che a questo popolo venga concesso il voto, che le urne dichiarino che il partito di governo ha formalmente vinto, ma che i partiti di opposizione potrebbero mettersi insieme per governare, in quanto rappresentanti della maggioranza della popolazione. Poniamo infine che il Presidente della Repubblica, non contento di questa possibile coalizione perché contraria alle politiche imposte da una banca, decida comunque di assegnare la formazione del governo ad un partito, a costo della paralisi istituzionale. Quello che sta succedendo in questi giorni a Lisbona è il delitto semi-perfetto della democrazia rappresentativa da parte della tecnofinanza. C’è un mandante: la BCE. C’è un esecutore: il presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva. C’è una vittima: il Portogallo. Sia ben chiaro, purtroppo quello che sta succedendo nel Palácio de Belém è tutt’altro che anticostituzionale. Il Presidente, nelle sue prerogative, ha concesso l’incarico di formare il governo nazionale al partito che formalmente ha vinto le elezioni. Il problema nasce nel momento in cui questo partito, cioè i socialdemocratici del premier Pedro Passos Coelho, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa, non ha evidentemente i numeri per governare. Il risultato delle elezioni aveva infatti certificato non solo l’incapacità di raggiungere la maggioranza assoluta, ma i giorni successivi hanno anche dimostrato l’impossibilità di un’alleanza con il principale partito di opposizione, il partito socialista di Costa.

Mentre si svolgeva questo dramma nelle fila del partito di governo e nelle stanze del potere di Lisbona, nascevano ferventi trattative nei partiti di opposizione: infatti, è importante sottolinearlo, la Costituzione di Lisbona prevede la possibilità di costituire un governo “di opposizione” se i partiti non vincitori delle urne uniti raggiungano la maggioranza del Parlamento. Giunti quindi alla possibilità di formare una grande coalizione postelettorale composta da Partido Socialista, Bloco de Esquerda e Partido Comunista, coalizione che avrebbe raggiunto e superato la soglia dei 115 seggi del Parlamento lusitano, anzi giungendo a 122, il Presidente della Repubblica ha comunque deciso di incaricare il premier uscente di formare il Governo, nonostante il rischio elevatissimo che non trovi alleati e che si vada incontro, almeno nei prossimi sei mesi (questi i tempi tecnici prima delle prossime elezioni), alla paralisi istituzionale. Quello che fa ancora più rabbrividire nella tragedia che si sta attuando a Lisbona è l’assoluta tranquillità con cui il Presidente portoghese ha giustificato la sua scelta, affermando, senza troppi giri di parole, che “in quarant’anni di democrazia, nessun governo in Portogallo ha mai dovuto dipendere dall’appoggio di forze anti-europee”. Ci si potrebbe chiedere di quale democrazia stia parlando: evidentemente non quella che prevede che la maggioranza parlamentare governi perché scelta dal popolo.

Uno schiaffo alla democrazia, costituzionalmente accettato, che ricorda, per certi versi, le scelte di Napolitano dall’ultima volta che l’Italia fu chiamata alle urne. Quello che sconforta è l’ennesima prova di come ormai le istituzioni finanziare europee siano in grado non solo di orientare le scelte politiche dei governi nazionali, ma anche di evitare a priori la nascita di governi contrari alle sue politiche, con l’appoggio delle istituzioni politiche e culturali degli Stati. Un ennesimo campanello di allarme che sembra suonare nel vuoto dell’Europa, se si pensa che la stampa internazionale, ad eccezione (e non casualmente) del conservatore ed euroscettico Telegraph, stia colpevolmente tacendo su questo concreto e pericolosissimo attacco alle basi fondamentali di ogni sistema democratico. Un pericolo sempre più reale, ma che sembra essere la via preferita dall’eurocrazia: rapida, semplice e sicura.