di Marta D’Arcangelo

Da Lisbona a Vladivostok, il 9 maggio è una giornata di festa, ma per motivi differenti. Se chiedeste ai passanti di Madrid o di Roma cosa si celebri in questa data, quasi sicuramente non saprebbero rispondervi; la risposta corretta è: “la giornata dell’Europa”, in onore del discorso del 9 maggio 1950, ritenuto fondativo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, e quindi della U.E. Se poneste invece la stessa domanda a un passante di Mosca o di San Pietroburgo, senza esitazione direbbe così: il 9 maggio è il “giorno della vittoria”. A queste latitudini si commemora il 9 maggio 1945, quando la Germania nazista capitolò firmando la resa. Da Lisbona a Vladivostok, insomma, due ricorrenze coincidenti ma diverse, e con risonanze altrettanto diverse: potrà essere capitato anche a voi, infatti, di vedere sulla nostra tv nazionale la parata della vittoria sulla Piazza Rossa, ma probabilmente non avete sentito alcuna notizia sulla cosiddetta “festa dell’Europa”. Volendo, si potrebbe quasi sostenere che la nascita dell’Europa così come la conosciamo nel maggio 1950 si debba anche agli eventi del maggio 1945; questa prima ricorrenza, però, in Europa non si celebra, come se non fosse affar nostro. Anzi, direbbero le malelingue, la si copre addirittura con un’altra festa. Certo, abbiamo le liberazioni dei diversi paesi dal nazifascismo, abbiamo la giornata della memoria, onoriamo i nostri partigiani. Ma le cerimonie commemorative del 9 maggio 1945, che ogni anno si tengono in molti paesi ex sovietici, vengono spesso presentate dai nostri media come una pura esibizione di potenza militare, con particolare riferimento a Mosca. Cosa che, in effetti, non si può totalmente negare, visto il dispiegamento di mezzi militari durante le celebrazioni suddette, voluto ultimamente durante la presidenza Putin (e specialmente durante il settantesimo anniversario della vittoria, lo scorso anno).

IMG_1365

Tuttavia, parlare soltanto di una Russia che mostra i muscoli sembra riduttivo. Innanzitutto, un semplice numero può aiutarci a capire come mai i russi tengano tanto a questa data: si stima infatti che siano circa 25 milioni i cittadini sovietici che hanno perso la vita durante la guerra. Una guerra non vista solo da lontano, non vissuta passivamente, ma trascorsa interamente come lotta contro un invasore fisico, oltre che avversario politico: la Germania nazista. E così il 9 maggio è, a onor del vero, una vittoria, e non solo una liberazione; ed una vittoria pagata a caro prezzo, contro un nemico individuato e specifico. Sin dal 1965, il giorno della vittoria venne commemorato ufficialmente nell’ex URSS, mentre dopo la caduta del colosso sovietico la cerimonia ha vissuto diversi anni in sordina, e nei Paesi Baltici ufficialmente non si celebra più. Ultimamente, però, nella Federazione Russa l’orgoglio della vittoria è addirittura rinverdito. Nel 2005, quando Putin aveva ormai saldamente in mano la situazione, dopo gli anni di profonda crisi attraversati dal Paese, si poteva finalmente celebrare in pompa magna il sessantesimo della vittoria, e veniva lanciato lo slogan: “ja pomnju, ja gorzhus’!”, “io mi ricordo, io sono fiero!”. Da allora, i vari e complessi sentimenti che animano le celebrazioni del 9 maggio non sembrano che essere rinvigoriti. Un giro per le vie di Mosca, già dai giorni antecedenti alla cerimonia, può chiarire le idee: in tanti punti della città le bandiere sventolano e si allestiscono palchi per discorsi e concerti, adulti e bambini passeggiano indossando il cappellino verde militare detto “pilotka”, o il nastro nero e arancione dell’Ordine Militare di San Giorgio. La gente sembra percepirla come una vera festa, e in grande stile. Durante la mattina del 9 maggio sfilano poi i carri armati e i militari sulla Piazza Rossa, in una parata chiusa al pubblico e visibile di fatto solo alla tv; i cori e le impressionanti scenografie non lasciano indifferenti, complice forse anche il bellissimo sole che splende sul Cremlino: le nuvole infatti vengono artificialmente bombardate e disidratate, per evitare che la parata si celebri sotto la pioggia. Non è fantascienza, e non è nemmeno un segreto militare: tutti a Mosca sanno che il giorno della vittoria semplicemente non può piovere. Una mera esibizione della potenza dei mezzi ex sovietici? Forse. Ma non è certo finita qui.

IMG_0682

IMG_1343

Da pochissimo tempo esiste, infatti, anche un 9 maggio “civile”, che niente ha a che vedere coi carri armati. Viene celebrato poche ore dopo la parata del mattino, nelle stesse vie del centro, e si chiama “Bessmertnyj polk”, “reggimento immortale”: le persone comuni scendono in piazza con le foto degli antenati e degli amici che hanno perso la vita dal 1941 al 1945, mostrando a tutti i loro volti, i loro nomi. Oltre alla pilotka e al nastro nero e arancione, usano indumenti color verde militare, portano da qualche parte uno stemma con falce e martello, oppure la bandiera della Russia, e si vedono addirittura alcune immagine di Stalin. Nel frattempo, i corpi di polizia presenti in massa mantengono l’ordine. La critica nasce facile: la manifestazione non è spontanea, si dice, è controllata; l’accento punta sulla guerra, anziché sulla pace; si ricordano momenti e personaggi storici legati anche a dei grossi crimini, c’è una nostalgia irrazionale dei tempi andati, un nazionalismo incontrollato che a volte si ispira alla destra e a volte al comunismo… Eppure, tra le vie della capitale, marciando per ore insieme ai manifestanti, si può cercare di capire qualcosa in più di questo. Certo, la Russia non è famosa per le manifestazioni spontanee, ed in effetti il percorso della marcia del “Reggimento immortale” è totalmente transennato, il flusso della folla viene regolamentato dalle forze di polizia, addirittura sulla piazza Rossa si intravedono due cecchini su un tetto. Ma, nel mezzo del corteo, la gente canta e balla; gli agenti in tenuta antisommossa indirizzano tranquillamente le persone verso la metro più vicina, fanno sedere gli anziani stanchi. Tanti studenti lavorano come volontari distribuendo acqua ai manifestanti, altri vanno a salutare i veterani per i quali sono state allestite le tribune sulla Piazza Rossa, ringraziandoli per la vittoria e regalandogli garofani rossi. E’ questo lo stato militare di cui spesso si sente parlare? A noi può sembrare strano passare attraverso ad un metal detector per entrare in metropolitana o per partecipare a un corteo, ma la Russia ha imparato sulla propria pelle, e non per televisione, cosa sia il terrorismo, cosa sia il caos, e oggi cerca di difendersene. Peraltro, con un buon grado di successo.

Coloro che tra noi si sentono più “internazionalisti”, criticano alla Federazione il suo diffuso e forse anche crescente nazionalismo. Prima della caduta dell’URSS, la popolazione paradossalmente vedeva gli USA di buon occhio e, non molti anni fa, aspirava all’Europa. Ora, invece, la sensazione è quella che sia USA che Europa abbiano chiuso le porte in faccia al gigante dai piedi di argilla che instabilmente si affacciava al mondo occidentale cercando di abbracciare le logiche. Ed ecco rinascere quel senso forte di orgoglio e di patria. Per quanto riguarda il 9 maggio, non deve stupire più di tanto se durante la manifestazione si sentono di tanto i cori “Russia! Russia!”: la seconda guerra mondiale da queste parti si chiama per l’appunto “Grande Guerra patriottica”, ed è una questione a due, tra l’URSS e l’invasore Germania. Quello che fa storcere il naso ai democratici europei è infine il fatto che, per le strade di Mosca, sembrino ottenere consenso i leader dal pugno duro, anche qualora non siano personaggi integerrimi. Il punto, dicono i difensori del presidente, è che negli ultimi 15 anni l’inflazione è passata dal 36 al 6% circa, il debito pubblico dal 78 al 12% del PIL, e via dicendo. “Putin non è un bene né un male, ma è un uomo che sa e può governare questo Paese; ultimamente, con la crisi facciamo fatica, ma la crisi non è certo colpa di Putin, e resistiamo”: ecco la riposta che ci sentiamo dare da diversi manifestanti. Al calare del sole artificiale del 9 maggio, finito il corteo, ci avventuriamo sull’isola della ex fabbrica Krasnyj Oktjabr’, sul fiume Moscova: è uno dei punti di ritrovo dei giovani intellettuali, che vestono alla moda occidentale, e non differiscono poi molto da un hipster di Berlino o di Milano. Sono loro, almeno in parte, i potenziali “dissidenti” del governo Putin. Qui i ristoranti di noodles o tex-mex sono più costosi che altrove, una palestra offre personal trainer per ottenere una forma fisica perfetta, e circolano solo Porsche Cayenne. E’ questa l’alternativa della nuova intelligentsija alla Russia di Putin?