Vero e proprio “cane sciolto”, uomo politico dotato di un fortissimo carisma e di una personalità vulcanica che gli hanno consentito di conquistarsi una presa solida sul suo elettorato ma, al tempo stesso, lo hanno portato a incorrere in numerose gaffe divenute oramai celebri, il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, nei suoi primi cento giorni di mandato, ha decisamente impresso un segno profondo nella realtà del suo paese.

Il 71enne Duterte ha alle spalle una formazione giurisprudenzale e una carriera politica costruita essenzialmente a Davao City, centro cittadino situato nell’isola meridionale di Mindanao. Della terza più grande città della Repubblica, infatti, Duterte è stato sindaco per ben 22 anni, ricoprendo sette mandati in tre periodi distinti (1988-1998, 2001-2010, 2013-2016) dominando la scena locale dopo la Rivoluzione del 1986 che consentì alle Filippine di liberarsi dalla dittatura di Fernando Marcos. L’esperienza da sindaco di Davao City gli ha consentito di acquisire notorietà a livello nazionale. Nel corso dei suoi mandati, l’attuale presidente si è contraddistinto nell’applicazione di uno standard di comportamento basato al tempo stesso su politiche finalizzate a uno sviluppo sociale generalizzato, investimenti in settori chiave per la modernizzazione dei servizi e durissimo rigore contro la criminalità.

Tra le iniziative più significative, nel suo mandato da sindaco, si possono infatti citare l’introduzione del primo numero di sicurezza (9-1-1) gratuito dell’Asia, la promulgazione di un Codice per lo Sviluppo delle Donne, volto a comprimere le disuguaglianze di genere in tutti i contesti sociali, una drastica politica di contenimento della criminalità attuata attraverso la diffusione di telecamere in tutti gli angoli della città e, soprattutto, l’inquadramento e la specializzazione dei corpi di polizia. I dati statistici sull’effettività dei risultati conseguiti dalle amministrazioni di Duterte nel contenimento della criminalità sono altamente contrastanti e tutt’oggi ampiamente discussi. In ogni caso, Rodrigo Duterte nel corso degli anni è finito per essere identificato come un solerte fustigatore della malavita, nonostante le numerose denunce di omicidi extragiudiziali di spacciatori, tossicodipendenti e rapinatori da parte delle forze di polizia nel corso dei suoi mandati, riuscendo a creare un’immagine di sé che ha contribuito ampiamente al suo successo alle elezioni presidenziali dello scorso 9 maggio.

Dopo una lunga e accesa campagna elettorale, Duterte si è imposto con 16,6 milioni di voti, pari al 39% dei suffraggi, distaccando di circa 6,6 milioni di voti il suo principale avversario Mar Roxas. Dal suo insediamento al palazzo presidenziale di Manila, l’ex sindaco di Davao City ha imposto una svolta alla politica del governo filippino, riuscendo sin dall’inizio a far pesare le proprie decise convinzioni personali. Nonostante l’intervallo temporale relativamente breve trascorso dall’ascesa di Duterte alla presidenza, è ora possibile tracciare un primo bilancio di un’esperienza di governo caratterizzata sinora per la sua atipicità. Vale lo stesso per il suo interprete principale, un uomo politico che sembra nato per polarizzare attorno a sé i pareri dell’opinione pubblica in un senso o nell’altro. La più nota, contestata e drastica politica messa in atto dalla presidenza Duterte è senz’altro l’estensione all’intera nazione delle pratiche decisamente poco ortodosse utilizzate dalle forze di polizia di Davao City per contrastare le gravi piaghe del traffico di droga e della tossicodipendenza.

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Vigilantes delle forze di polizia filippine sulla scena del delitto di uno spacciatore (AFP Photo/Noel Celis)

È indubbio che nelle Filippine sussistano complicatissimi problemi relativi a queste delicate questioni: dati del Dipartimento di Stato USA e delle Nazioni Unite hanno tracciato un quadro decisamente fosco riguardo la diffusione di un pericoloso tipo di anfetamina, il cosidetto shabu, e hanno quantificato le allarmanti dimensioni del traffico illegale di droga nel paese. Si calcola, infatti, che il narcotraffico nelle Filippine muova ogni anno un giro d’affari superiore ai 9 miliardi di dollari, controllato da criminali affiliati principalmente alle Triadi cinesi e al famigerato Cartello di Sinaloa messicano. La reazione del governo dopo l’ascesa di Duterte è stato a dir poco draconiana: la Philippine National Police, l’esercito nazionale e la Philippine Drug Enforcement Agency sono state letteralmente sdoganate, lanciate in una durissima campagna repressiva nella quale poca o nessuna distinzione è fatta tra consumatori, piccoli spacciatori e grandi trafficanti. Come promesso in campagna elettorale, Duterte ha seminato il terrore nel mondo della droga delle Filippine legittimando a livello nazionale l’uso della forza e il ricorso a omicidi extragiudiziari e concedendo ai sospetti, dichiarati colpevoli in partenza, la semplice possibilità di scelta tra l’arresto, la scomparsa e la “resa”.

Il governo, infatti, desideroso di far apparire la campagna come una vera e propria guerra di liberazione nazionale dalla droga, ha offerto una scappatoia ai possibili bersagli della lotta al narcotraffico e alla tossicodipendenza, offrendo loro la possibilità di costituirsi volontariamente. Nei primi cento giorni di Duterte, sono state 730.000  le persone che hanno scelto di seguire questa via, mentre si stima che gli uccisi nelle campagne repressive condotte dalle forze di sicurezza oscillino tra i 2500 e i 3500. Duterte, come confermato dalle sue ultime contestate dichiarazioni, non intende assolutamente fermarsi. La sua condotta aggressiva ha trovato l’approvazione di due storici avversari del governo centrale filippino, che sfruttando le posizioni comuni contro il narcotraffico hanno approfittato del contesto favorevole per interrompere la propria politica di ostilità verso Manila: il Partito Comunista Filippino e il Fronte Islamico di Liberazione del popolo Moro.

La durezza, molto spesso rapida a sfociare in brutalità, dimostrata da Rodrigo “The Punisher” nella lotta alla diffusione della droga nelle Filippine si accompagna, come ai tempi dei suoi mandati a Davao City, all’implementazione di politiche da welfare state. James Gabrillo ha sottolineato su “The National” gli investimenti in “agricoltura, istruzione, sanità e sicurezza”. Su quest’ultimo tema le Filippine hanno impostato una nuova rotta, iniziando la costruzione di un moderno sistema di prevenzione e preparazione alle potenziali calamità naturali. Ora più che mai necessario dopo i devastanti effetti del Tifone Haiyan del 2013. L’amministrazione Duterte ha introdotto un sistema centralizzato di risk management e ha annunciato il lancio di un numero di emergenza nazionale attivo 24 ore al giorno. Al tempo stesso, la crescita sensibile dell’economia filippina ha consentito l’implementazione di investimenti massicci in infrastrutture, a cui la presidenza ha accompagnato un rallentamento dell’attività di estrazione mineraria nelle regioni più vulnerabili sotto il profilo ambientale.

An aerial view of a town devastated by super Typhoon Haiyan in Samar province in central Philippines November 11, 2013. Dazed survivors of super Typhoon Haiyan that swept through the central Philippines killing an estimated 10,000 people begged for help and scavenged for food, water and medicine on Monday, threatening to overwhelm military and rescue resources. (Erik De Castro/Reuters)

Vista aerea di un villaggio colpito dal tifone Haiyan nel Novembre 2013 (Erik De Castro/Reuters)

Anche nei rapporti internazionali Duterte si è sinora presentato alla maniera di un Giano Bifronte o, ancora meglio, con un atteggiamento che si potrebbe definire caleidoscopico: irruenza, lungimiranza e spregiudicatezza convivono nelle azioni internazionali del 71enne presidente filippino, il quale ha voluto far pesare la sua personalità anche nel campo della diplomazia, con la sua natura decisamente focosa. Gli strali veementi contro Obama, le accuse contro le ingerenze degli USA, ex padrone coloniale delle Filippine, e i diversi incidenti diplomatici sfiorati da Duterte vanno di pari passo ad azioni che mostrano un’effettiva comprensione delle prospettive strategiche di Manila nella sua regione di riferimento.

Duterte, infatti, si è evidentemente reso conto della necessità di un maggiore avvicinamento alla Cina. Il dragone asiatico rappresenta un sistema economico complementare e attraente per quello filippino anche se con quest’ultimo Manila ha recentemente avuto un contenzioso riguardante la sovranità delle isole del Mar Cinese Meridionale. In circa tre mesi, Duterte ha capovolto la politica strettamente filoamericana del predecessore Benigno Aquino, gettando le basi per una convergenza verso la Cina – e di conseguenza con la Russia – attraverso l’annuncio della fine delle esercitazioni militari congiunte tra le Filippine e Stati Uniti, decisamente poco gradite dal governo di Pechino. L’imminente viaggio verso la capitale cinese del presidente filippino, che incontrerà Xi Jinping tra il 19 e il 21 ottobre prossimi, rappresenterà l’occasione per comprendere appieno le prospettive reali della nascente e imprevedibile intesa strategica nell’area del Pacifico Occidentale, così importante dal punto di vista geopolitico.

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Ambasciatore cinese Zhao Jian incontra Rody Duterte

Concludendo l’analisi sull’inizio del mandato di Rodrigo Duterte da presidente delle Filippine, è opportuno soffermarsi su un dato significativo: i sondaggi condotti dall’agenzia Pulse Asia riportano un consenso del 91% da parte dei filippini circa l’operato del loro attuale leader. Si tratta di numeri di grande importanza, che consentono di inquadrare Duterte nel contesto storico contemporaneo del suo paese: asceso al potere dopo una serie di governi inefficienti, corrotti e, in certi casi, a dir poco parassitari, Duterte è stato abile a presentarsi come un uomo nuovo, una personalità di rottura, un fattore di cambiamento. La sua figura di uomo d’ordine ha aumentato la sua popolarità nell’elettorato. Tra i filippini è comune l’idea della positività delle sue azioni.

Gli arbitri delle forze di sicurezza, le centinaia di morti di cui non si potrà mai provare l’effettivo coinvolgimento nella narco-criminalità, i dati effettivi che non riportano sostanziali miglioramenti sotto il profilo della lotta al crimine, vengono appiattiti da un’opinione pubblica giunta a un totale discredito delle precedenti esperienze di governo e delle figure dominanti nei governi passati. Il Giano Bifronte delle Filippine, in cento giorni ha saputo imprimere una svolta di matrice decisamente personale alla politica del paese, combinando campagne militari e investimenti sociali, replicando in maniera maggiorata quanto proposto nelle sue esperienze da sindaco. Cento giorni, tuttavia, non sono praticamente nulla rispetto alla complessiva durata di sei anni del mandato presidenziale filippino: proprio i prossimi mesi saranno cruciali per capire quali saranno le prospettive future delle Filippine, tanto sul piano interno quanto su quello esterno. Queste ultime rispecchieranno con efficacia il contesto storico contemporaneo del paese o saranno il prodotto esclusivo della politica personale di un presidente decisamente diverso da ogni suo predecessore?