Gettando definitivamente la maschera e compiendo una clamorosa inversione di marcia, il Donald Trump Presidente degli Stati Uniti ha tradito il Donald Trump candidato, ordinando l’attacco missilistico contro la base aerea siriana di al-Shayrat e passando la metaforica “linea rossa” dell’offensiva diretta contro le forze del governo di Bashar al-Assad, che anche Barack Obama non era riuscito ad oltrepassare nella rovente estate del 2013. Nonostante la pioggia di missili Tomahawk proveniente dai cacciatorpediniere USS Ross e USS Porter abbia causato, sotto il profilo materiale, danni relativamente limitati (tra cui la distruzione di sei caccia MiG-23 e di una stazione radar), le conseguenze politico-diplomatiche dell’azione unilateralmente condotta dalle forze armate di Washington sono numerose, dirompenti e potenzialmente destabilizzanti per gli scenari internazionali.

La dinamica che ha condotto al raid statunitense, infatti, è stata scatenata dalle accuse lanciate contro il governo di Damasco per il presunto attacco chimico condotto il 4 aprile scorso nella provincia di Idlib, sulla cui inconsistenza si era parlato nei giorni scorsi sulle colonne de L’Intellettuale Dissidente. Le accuse contro Assad sono state valido pretesto per l’esternazione del cambio di rotta da parte dell’amministrazione Trump, del voltafaccia consumatosi nel corso di poco più di una settimana: dalle parole possibiliste sul futuro di Assad pronunciate dal Segretario di Stato Rex Tillerson nella giornata del 30 marzo ai missili su al-Shayrat il passo, confermato da una nuova dichiarazione del leader della diplomazia di Washington fondata sul mantra “Assad must go, è stato breve ma inesorabile. Oltre che un vero e proprio tradimento delle dichiarazioni programmatiche della sua campagna elettorale, le mosse di Trump e del suo governo testimoniano un’ulteriore, grave vulnus dell’azione dell’amministrazione di Washington: la totale assenza di una strategia di fondo in grado di guidare in maniera organica il percorso geopolitico di Washington, che dopo il tramonto dell’era Obama necessitava una svolta decisa.

La risibile ambizione di Trump, Tillerson e colleghi, ovverosia la trasposizione in campo politico-diplomatico dell’art of the deal degli uomini d’affari quale chiave del successo, si è rivelata fallace alla prova dei fatti, rendendo di conseguenza l’amministrazione vulnerabile alle influenze dei tradizionali apparati di potere statunitensi, tra i quali a prevalere sono stati, in maniera incontestabile, i vertici del Pentagono e gli esponenti del “Deep State” neoconservatore. La conseguenza, sul piano internazionale, è stata il ritorno in auge della dottrina dell’unilateralismo: l’America di Trump, lungi dal farsi isolazionista, pare intenzionata a rilanciare la linea guida strategica tanto cara all’amministrazione Bush e tanto deleteria per gli scenari geopolitici internazionali, Medio Oriente in particolare. Se, come scritto da Diego Fabbri nel numero di Limes di febbraio, era difficile aspettarsi che con Trump gli Stati Uniti potessero rinunciare alla loro vocazione “imperiale”, al tempo stesso un cedimento tanto repentino e incondizionato alle logiche di gruppi di potere in partenza tanto ostili al tycoon repubblicano era decisamente impronosticabile.

Macerie di edifici abbattuti nel corso dell’attacco delle forze statunitensi contro la base aerea situata nella provincia di Homs.

Ha vinto l’establishment, come ricordato giustamente da Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerra e Marcello Foa nel suo blog sul sito de Il Giornale: i missili lanciati contro la base aerea sita nella regione di Homs hanno provocato danni ben più gravi di quelli apportati materialmente, che come detto sono stati oltremodo contenuti. Con la sua azione, infatti, nella notte tra giovedì e venerdì Washington ha creato un precedente pericolosissimo, rinfocolando le tensioni internazionali e lanciando un chiaro avvertimento a tutti i Paesi che, in un modo o nell’altro, potrebbero essere considerati nemici degli Stati Uniti. Il ritorno in sella dei NeoCon, infatti, riporta in superficie gli Axis of Evil, gli attacchi preventivi e le retoriche unipolari che sembravano esser stati archiviati con la fine dell’era Bush e seppelliti definitivamente il 20 gennaio scorso al termine della presidenza di Barack Obama. Il passaggio del testimone nella consulenza strategica del Presidente tra il “generale preferito di Trump” Michael T. Flynn e il duo costituito dal Segretario alla Difesa James Mattis e dal nuovo National Security Advisor H. R. McMaster ha avviato la svolta interventista dell’amministrazione, che a partire dall’ampliamento del budget militare ha voluto ben mettere in chiaro la nuova, ambigua interpretazione dello slogan America First! 

La frenetica risposta degli Stati Uniti alla Siria di Assad consente di leggere in maniera certamente più chiara e di assegnare maggiore concretezza alle dichiarazioni che, nelle scorse settimane, tanto Trump quanto Rex Tillerson avevano esternato nei riguardi della Corea del Nord, Paese ritenuto in cima alla lista degli “Stati canaglia” da parte della leadership di Washington e nei confronti del quale l’opzione militare è stata più volte caldeggiata. Al tempo stesso, le ripercussioni politiche dell’attacco dei Tomahawk contro al-Shayrat non mancheranno di investire l’Iran, che tra poco più di un mese sarà chiamato a un cruciale voto presidenziale nel quale le mosse di Trump potrebbero favorire la frangia più conservatrice ostile ad Hassan Rouhani. Corea del Nord, Iran, Cuba, Venezuela: le già problematiche relazioni di diversi governi con Washington saranno certamente tarlate dal sospetto di un possibile “colpo di testa” unilaterale da parte americana in caso di aggravio improvviso delle tensioni bilaterali.

Se per gli scenari internazionali tira aria di tempesta, nel teatro mediorientale il putiferio si è già completamente scatenato. Il genio è definitivamente uscito dalla lampada: con la sua irresolutezza Washington ha portato al crollo della fragile architettura costruita nel corso degli ultimi mesi per avviare i processi di stabilizzazione degli scenari in Siria ed Iraq. A gioire per la presa di posizione contro Damasco da parte dell’amministrazione Trump sono stati, in primis, il Presidente turco Erdogan e il Primo Ministro israeliano Netanyahu, oltremodo rinfrancati dalla speranza che la vicinanza di Washington possa contribuire a un recupero delle rispettive possibilità strategiche nella regione, via via deterioratesi nel corso degli ultimi anni. Erdogan, vicino alla prova del nove del referendum costituzionale, è nuovamente partito lancia in resta contro Assad, archiviando nel dimenticatoio i recenti tentativi di distensione con Iran e Russia che avevano condotto ai colloqui di Astana; il contributo turco alla pacificazione della Siria risulta in questo modo praticamente compromesso. Nei cieli siriani si sta inoltre consumando la speranza di poter assistere, nei prossimi anni, a una distensione tra Mosca e Washington: le durissime reazioni di Putin alla mossa di Washington lasciano ben poco spazio a un processo di dialogo che, se già in precedenza era da considerare problematico, appare ora più che mai fuori discussione. Anche su questo tema, fondamentalmente, l’establishment ha completamente inghiottito Trump.

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Rex Tillerson con Vladimir Putin. Nominato con l’intento esplicito di fungere da mediatore per il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, l’attuale Segretario di Stato ed ex CEO di Exxon Mobil ha ben presto finito per adeguarsi alle volontà degli apparati di potere su cui l’attuale amministrazione fa affidamento per garantirsi stabilità.

Mentre il Deep State prende sopravvento oltre Atlantico e nella stanza dei bottoni rientrano gli artefici di tanti disastri del recente passato, appare più che mai realistico ipotizzare che nei prossimi mesi gli scenari internazionali facciano registrare un rinfocolamento del “Grande Disordine Mondiale” a cui, sull’ultimo numero di Limes, il Professor Aldo Giannuli ha dedicato un’interessante analisi. Sebbene Trump avesse inizialmente aperto a un riconoscimento del sistema multipolare, dopo pochi mesi dal suo insediamento il cambiamento di rotta è stato bruciante e, duole dirlo, desolante. Desolante per chi aveva creduto, seppur senza riporre eccessive speranze in Trump, in una possibile discontinuità col recente passato della politica statunitense e ancor più desolante per milioni di americani che hanno votato una piattaforma elettorale dichiaratamente “anti-establishment”. Per concludere, sono decisamente efficaci le parole di Marcello Foa:

“Resta una sola flebile speranza: che si tratti di un riposizionamento transitorio e non di una resa. Che l’uomo sia capace di riscattarsi. Ma probabilmente, a questo punto, più che una speranza è un’illusione”.