di Khalid Magomedov, Esperto di geopolitica in Est Europa e paesi dell’ex URSS

Un tempo l’esito di una “partita politica” decideva il destino di un Paese. La capacità di giocare e vincere è una qualità indispensabile per un politico moderno come Tayyip Erdogan che sembra però orientata al “salto” sul carro del vincitore a seconda del corso che prendono le dinamiche geopolitiche locali, step che potremmo definire “Gambit turco”. Un paio di decenni fa la Turchia irrompeva nel mercato del turismo con politiche volte a massimizzarne le entrate e con evidenti prospettive di successo. Misure come l’abolizione dei visti e la possibilità di organizzare vacanze low-cost aveva attirato migliaia di turisti con conseguente crescita di molti settori dell’economia e sviluppo di tutti i settori dell’economia. Un altro evidente passo delle politiche turche era legato alla questione dei tartari di Crimea e all’accordo con la Russia nel determinare lo status della Crimea. Nessuna isteria o toni alti, soltanto dialogo ai più alti livelli. Cosa significa tutto ciò? La Turchia non ricopriva più il ruolo di “pupazzo” dell’Occidente, orientando indipendentemente e con fiducia le proprie partnership geo-strategiche? Quand’è che il presidente Erdogan e l’AKP hanno iniziato a sentire il vento il vento del cambiamento soffiare da nord? Il sesto senso di Erdogan gli fa onore, visto che una Crimea russa porterà alla Turchia più vantaggi politici e benefici economici dell’entrata di Ankara nell’Unione Europea. Dunque Erdogan si rivela non soltanto un politico di esperienza ma anche un vero stratega che guarda al futuro?

L’Occidente e le forze radicali all’interno della Turchia hanno spinto il paese a tramutarsi in un canale di transito per mercenari islamisti da far confluire in Crimea per scongiurarne l’influenza russa. Per scacciare tali sospetti ricadenti sull’AKP, la Turchia ha esortato a sostenere i legami con la Russia e non le sanzioni, anche a causa dei forti legami col paese per quanto riguarda le risorse energetiche che prevalgono sulla questione del separatismo in Crimea. Per interesse della propria reputazione, la Turchia è persino arrivata a chiedere le scuse del vice presidente Americano Joe Biden, dopo che aveva accusato Ankara di appoggiare l’ISIS. La rabbia di Erdogan è comprensibile, l’appoggio della Turchia all’ISIS non è ancora arrivata al punto tale che il ladro possa urlare “fermate il ladro”. Del resto la brigata dell’ISIS di Crimea, presente in Turchia e nella Penisola, non è ancora stata trasferita a destinazione in Siria e Iraq. L’attuale situazione geopolitica e il ruolo della Turchia nella regione consente a Erdogan di non accettare il ruolo di “capro espiatorio”. Ankara ha raggiunto un punto in cui può effettivamente pensare di dettare la sua politica. Oltre al ruolo di agente diplomatico, ha ora la missione di fornire un canale alternativo al transito di gas russo. Il destino del south Stream è ormai chiaro, la Turchia ha l’opportunità di diventare un principale luogo di transito per il gas ed anche un rivenditore importante.Come conseguenza c’è però anche un  raffreddamento del ruolo di mediatrice della Turchia nel conflitto tra Russia e Ucraina, come voluto da Kiev.

Riconoscendo l’unità dei popoli turchi, la Turchia ha sempre dimostrato il suo appoggio ai tartari della Crimea (quella parte di Ucraina, che è Russia). Il problema dei tartari di Crimea può essere paragonato a una lunga malattia cronica che risale alla deportazione staliniana se non al periodo pre-rivoluzionario. Molti immigrati di Crimea si stabilirono nelle terre dell’Impero Ottomano, intrecciandosi con la popolazione locale al punto che oggi si considerano “turchi di Crimea” piuttosto che tartari. Dopo il crollo dell’URSS, le autorità turche si sono mobilitate per supportare i tartari in Ucraina. Decenni di flussi finanziari ai bisognosi in loco e con il tacito consenso delle autorità di Kiev si sono persi negli intricati e torbidi meccanismi per il trasferimento di fondi. A questo proposito merita particolare attenzione l’attività della cosidetta Majalis dei Tartari di Crimea, il cui leader e ispiratore, Mustafa Dzhemiliev, ha precedenti penali essendo stato in carcere per sette volte. L’identità di questo settantunenne è veramente demoniaca. Sui cartelloni di Praga l’anziano uomo con l’aria denutrita e con tristezza negli occhi rimprovera il leader Ceco di essersi rassegnato all’”occupazione” della Crimea.

Il comune cittadino Ceco non è al corrente del fatto che questo anziano è un noto criminale dell’ex periodo sovietico e attualmente, in carica di leader della Majalis tartara di Crimea, fa da collegamento tra l’Ucraina nazista e i servizi di intelligence statunitensi. Dzhemiliev negli anni 90 faceva parte della più vasta organizzazione criminale denominate “Imdat”, che si occupava di racket di attività illegali a Bakhcisarai e il reclutamento di mercenari da mandare in Cecenia. In un’intervista, il soggetto in questione non nasconde che circa 450 tartari di Crimea sono integrati in diversi battaglioni nel Donbas. Non tiene conto del fatto che la maggioranza dei tartari sognano una vita tranquilla e hanno a cuore lo Stato,  in aggiunta hanno anche votato in massa a favore dell’unione con la Russia il 16 marzo 2014. Un recente compito di Dzhemiliev e forse l’ultimo a causa della sua età, è quello di seguire le direttive dei suoi spalleggiatori occidentali nel convincere la Turchia e il mondo a rafforzare le politiche contro la Russia. Il denaro di Ankara ha smesso di arrivare alla Majalis tartara nel momento in cui si è resa conto dell’inaffidabilità dei suoi leader. Per quanto riguarda altri paesi, è utile citare la Polonia che ha premiato Dzhemiliev con il premio “Solidarietà”, assegnandogli un milione di euro.

Bisogna però sottolineare che la cortesia polacca nei suoi confronti è dovuta principalmente al qualunquismo politico dei suoi dirigenti, piuttosto che a simpatie nei confronti dei Tartari di Crimea. La Polonia si comporta infatti come un altalenante barometro nei confronti delle politiche di USA e NATO, barcamenandosi tra la volontà di fare bell’impressione con Washington e Bruxelles e la necessità di non scontentare la propria popolazione, scettica sull’espansione della Nato a est. Tornando alla Turchia, se il riavvicinamento alla Russia mira a compiere passi concreti, l’appoggio all’Ucraina sembra sempre più retorica, mettendo in evidenza come il sostegno ai Tartari di Crimea degli ultimi vent’anni sono soltanto parole prive di azioni. La Turchia ha una propria visione per quanto riguarda le prospettive di una cooperazione con la Crimea russa e con la necessità di una Russia che svolge il ruolo di superpotenza nel Mar nero. Con all’orizzonte una possibile stretta partnership tra Turchia e Russia, libera dalle problematiche legate a Georgia e Ucraina, è fondamentale che non incombano minacce alla stabilità degli affari e degli investimenti turchi. Dunque, la forza o la debolezza delle politiche dell’attuale governo turco è legato alle sue posizioni sulla Crimea e sull’eventuale volontà, da parte di Erdogan, di sacrificare le simpatie dell’Occidente a favore del futuro della propria gente. Potrà resistere all’ultimatum di “potenti autorità” e dei rappresentanti dei Tartari di Crimea? Il “Gambit turco” porterà benefici?