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Tira una brutta aria a Kiev dopo l’elezione di Donald Trump. Il disastroso governo di Poroshenko, finora sempre appoggiato e sostenuto da Washington, teme giustamente di essere scaricato dal nuovo inquilino della Casa Bianca; l’espressa volontà di incontrarsi con Putin appena dopo l’insediamento e i discorsi fatti in campagna elettorale sulla “revisione” della Nato, fanno giustamente tremare le gambe a tutti coloro che hanno preso le chiavi del potere in seguito al golpe di piazza Maidan, cavalcando l’onda russofobica. Con un’economia disastrata, una corruzione endemica, un conflitto ancora aperto con le regioni secessioniste e una moneta svalutata, l’Ucraina attende l’arrivo di un inverno che si preannuncia più freddo di quello che già prevedono i metereologi: gli ultimi datti sulle forniture di gas russo all’Europa infatti evidenziano la crescita di 13,05 miliardi nei primi dieci mesi del 2016 rispetto all’anno precedente. Questo è all’origine anche del nervosismo che agita la cancelliera tedesca perché, come spiegatole dal presidente russo e dal ministro del gas Aleksander Novak, la quantità di gas stoccata nei depositi ucraini non è sufficiente per soddisfare il fabbisogno interno. E’ facile così prevedere che ricominceranno i prelievi non autorizzati sulle forniture dirette in Europa. Alla tensione tra i due Paesi per il conflitto nel Donbass mai sopito e per i debiti ancora da saldare da parte di Kiev, si aggiunge anche il problema delle forniture alla città ucraina di Genicheck che, per il sistema chiuso del trasporto di gas del Paese, deve ancora essere rifornita dalla Crimea. Il governo centrale avrebbe dovuto provvedere a costruire una conduttura di 100 chilometri per raggiungerla, ma pare non disponga di risorse sufficienti per finanziare il progetto. Anche lo scorso anno la penisola – che ora fa parte a tutti gli effetti della Federazione Russa – ha fornito il gas al distretto ucraino senza essere ancora stata pagata, ma le autorità locali hanno già assicurano che non interromperanno le forniture alla popolazione che, per altro, è in maggioranza russofona.

Ruslan Ostashko su PolitRussia.com – Quando l’economia va a rotoli, i servizi sono impossibili da avere, più del 50% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, e un gelido inverno è alle porte, chi riscalderà i cuori degli autarchici amanti del Maidan, che hanno già incominciato a dubitare del luminoso futuro dell’Ucraina?

Il vero problema semmai è per il gas diretto verso l’Europa che, in caso del ripetersi di furti e contenziosi irrisolti, sarà facilmente bloccato come misura precauzionale nei confronti delle autorità ucraine e come evidente arma di ricatto diretta verso i Paesi che la sostengono. La Commissione Europea ha più volte cercato di mediare tra i due Paesi e, sotto la palese pressione della Germania, ha già autorizzato l’aumento delle forniture – dal 50% all’80% della capacità della conduttura – in transito per il Nord Stream, incorrendo nell’ira di Kiev che in questo modo vede ridursi le royalties per il passaggio del gas sul suo territorio. La stima del costo opportunità, che la Naftogas (Società Nazionale Ucraina) ha registrato, di questo mancato introito si aggira attorno ai 425 milioni di dollari. Proprio per prevenire l’eventualità di subire delle interruzioni nelle forniture, il governo tedesco sta accelerando la realizzazione del raddoppio del gasdotto (Nord Stream 2) che, aggirando il territorio ucraino, liberebbe la sua dipendenza dalle tubature ucraine e trasformerebbe Berlino in un hub gasifero per il centro e il nord Europa. La Commissione, stando il “peso politico” della Germania, non si è mai opposta al progetto, a differenza di quanto è accaduto per l’Eni nel sud Europa. Con la Germania che lavora per i propri legittimi interessi, il risultato delle elezioni in Bulgaria e Moldavia (dove hanno vinto i candidati filorussi) e la normalizzazione delle relazioni russo-turche con ripresa del progetto Turkish Stream, il governo di Poroshenko incomincia a sentirsi isolato e a temere che la “leva” del ricatto energetico venga meno. Così a Kiev già tremano in vista del 20 gennaio – giorno dell’insediamento ufficiale del nuovo presidente – e non certo per il freddo.