Pochi ricorderanno il tentativo della “rivoluzione verde” pilotata da Washington, Londra e Parigi per rovesciare il governo islamico iraniano degli Ayatollah. Appena dopo le elezioni di ottobre del 2009 il piano prevedeva la creazione dall’esterno di una mobilitazione di massa facendo leva sull’accusa dei brogli da parte del vincitore e presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, l’instaurazione di un governo di transizione diretto dal suo oppositore Musavi, il quale avrebbe dovuto privatizzare il settore del petrolio, e rimettere sul trono della monarchia restaurata il figlio dell’ex Scià, Reza Ciro Pahlavi. Per legittimare questo piano di destabilizzazione (Hillary Clinton, allora Segreteria di Stato Usa, in un’intervista rilasciata alla CNN ammise: “lavoriamo dietro le quinte, abbiamo fatto molto […] per rafforzare i manifestanti senza esporci”), ci furono tre elementi fondamentali: il saggio “L’Hitler iraniano” di Amir Hossein Jahanshahi, uomo d’affari e fondatore di un canale televisivo anti-governativo trasmesso a Londra, le invettive del filosofo Bernard Henri Levy ed infine il libro di conversazioni tra Reza Pahlavi e Michel Taubmann, giornalista e presidente del Cercle de l’Observatoire, il club dei neoconservatori francesi. Nonostante l’engagement del circo mediatico occidentale, la contestazione si limitò alla borghesia dei quartieri nord di Teheran, in particolare i giovani, senza penetrare nell’Iran profondo.

“La rivoluzione verde” è un fantasma che ritorna sempre. Soprattutto in questi mesi di riapertura dopo l’accordo nucleare raggiunto il 14 luglio scorso a Vienna e approvato ieri al Majlis (Parlamento iraniano) con 161 voti favorevoli, 59 contrari e 13 astenuti. L’attuazione di questa intesa prevede l’eliminazione delle sanzioni in due fasi principali e finora l’unica concessione fatta dagli iraniani è l’accesso degli ispettori dell’Agenzia atomica al sito di Parchin. Tutto questo chiaramente è reversibile: sia nel caso in cui l’Iran non rispetti il programma accettato a luglio 2015, sia se Stati Uniti e Unione Europea re-introdurranno le sanzioni senza nessuna giustificazione.

Se prima nell’immaginario occidentale l’Iran era considerato il male assoluto, oggi è diventato all’improvviso una civiltà millenaria con la quale è necessario dialogare. Mai fidarsi delle capriole diplomatiche e giornalistiche. L’Ayatollah Ali Khamenei, da realista politico qual è, ha infatti frenato l’entusiasmo e avvertito i suoi. Parlando pochi giorni fa durante l’incontro con i direttori dell’Istituto di Radio e Televisione iraniana il leader religioso ha spiegato come sia in corso “una guerra morbida” – diversa da quella “convenzionale” – che mira a “rovesciare il governo e sovvertire i principi della rivoluzione”, sottolineando “il ruolo fondamentale che avranno i media in quanto “strumenti per lottare contro questo nemico invisibile”. Khamenei si è rivolto principalmente ai giovani e alla tutela della loro libertà individuale, culturale e spirituale. “È su di loro che il nemico fa leva”, ha affermato. Aggiungendo: “lo scopo della guerra morbida è quello di seminare tra i nostri giovani false idee riguardanti il mondo occidentale, in particolare europeo e statunitense. Vengono diffuse immagini seducenti di Paesi ricchi, apparentemente sicuri e senza problemi sociali. Viene offerta loro l’illusione che l’attuale situazione in Iran è vergognosa e che dobbiamo fare progressi”. La paura del clero iraniano sta in un nuovo tradimento dei giovani di estrazione borghese che vivono a Nord di Teheran. Lì dove le ville, i ristoranti, e i negozi di lusso sovrastano la capitale, dove le ragazze passeggiano con il loro naso rifatto in bella vista, dove i programmi televisivi che non hanno nulla da invidiare a Mtv sono entrati nelle case degli iraniani, dove i ragazzi hanno trovato il modo per aggirare le restrizioni su internet e pubblicano le loro foto su Facebook. Lì dove non è più Iran, ma è già Occidente. La “guerra morbida” è cominciata da un pezzo.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale