Tutti ricordiamo quell’11 settembre. Quel giorno il mondo è cambiato. Il 27 novembre del 2002 venne istituita in seno al Congresso americano la “National Commission on Terrorist Attacks upon the United States”, meglio conosciuta come “9/11 Comission”. Il compito di questo organismo fu quello di “predisporre un completo resoconto sulle circostanze in cui avvennero gli attentati dell’11 settembre 2001” ed esaurì il suo lavoro nell’agosto 2004 con la pubblicazione del rapporto finale. Dopo aver intervistato più di 1200 persone, incluso l’intero governo Bush e Clinton, ed esaminato quasi due milioni e mezzo di documenti classificati, giunse alla conclusione che gli attacchi furono dovuti non tanto all’organizzazione e alla preparazione degli esecutori, quanto piuttosto all’osceno fallimento delle agenzie di intelligence preposte alla sicurezza nazionale. Il deputato Thomas Kean, a capo della Commissione, ebbe a dire poco dopo la pubblicazione che il Presidente Bill Clinton e il Presidente George W. Bush, durante i loro rispettivi mandati, non erano “stati serviti bene” dalla CIA e dall’FBI. Un fallimento che si era ripetuto poco tempo prima con l’imbarazzante caso delle armi di distruzione di massa in Iraq, il “casus belli” fantasma che a quanto pare era stato smantellato già negli anni ’90. Ma come è stato possibile che la più grande, articolata e potente organizzazione di spionaggio mondiale, la quale da sola pesa sulle casse di Washington più di 40 mila miliardi delle vecchie lire, non sia stata in grado di prevedere cosa Bin Laden e i suoi stessero organizzando? Come hanno fatto a non accorgersi che l’Arabia Saudita, tradizionale alleato americano nel Golfo Persico, finanziasse i gruppi wahabbiti che sfociavano nelle reti dell’integralismo islamico che aveva trovato accoglienza nel regime dei Mullah afghani? Come è stato possibile per Mohammed Atta, capo dei dirottatori dell’11 settembre, reclutare i suoi uomini in una moschea di Amburgo senza che né i tedeschi né gli americani se ne accorgessero? Robert Baer, operativo della CIA in Medio Oriente per 21 anni e fonte di ispirazione per il film “Syriana”, nel suo libro autobiografico ha dato una risposta semplice e inquietante: “Pensavo di combattere il Male, ho capito troppo tardi che mi si chiedeva di ignorarlo”.

Con la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti si trovarono nella falsa convinzione di aver acquisito un dominio unipolare sugli andamenti storico-politici degli anni ’90. E poiché non esisteva più un Impero del Male o una cortina di ferro oltre cui allungare gli occhi ed infiltrare uomini per carpire informazioni su cosa l’altra parte avesse intenzione di fare con i propri missili balistici, anche la CIA si adagiò in un comodo giaciglio imbottito di falsa sicurezza, ambizioni politiche, ego personale e scarsa avvedutezza. Gli errori evidenziati nel rapporto della 9/11 Commission (mancanza di informazioni, scarsa condivisione e cooperazione tra agenzie, eccesso di fiducia nello spionaggio “elettronico” e “tecnologico”, superbia della sicurezza e assenza di immaginazione) furono la conseguenza della trasformazione della CIA da agenzia di spionaggio ad apparato burocratico utile per bypassare il cursus honorum regolare e giungere ai vertici del potere. Per comprendere al meglio cosa significasse in termini operativi tutto ciò, possiamo citare nuovamente l’esperienza di Baer il quale racconta di come nel 1995, in seguito alla scoperta del tradimento di Rick Ames, fosse iniziata una purga all’interno dell’agenzia, portata avanti dall’agente dell’FBI (eterna nemica) Ed Curran. Centinaia di agenti furono licenziati per frequentazioni sospette, tutti gli agenti di accesso all’estero (cioé coloro che vengono utilizzati poiché possono arrivare a reclutare informatori) vennero scaricati. Questa massiccia caccia alle streghe indusse la CIA a rischiare ancora di meno e il risultato fu che non c’era nessun informatore in nessuna delle otto sedi dell’Asia Centrale e del Caucaso di cui Baer era supervisore. In quelle stesse regioni in cui l’agenzia non aveva più orecchie né occhi le formazioni talebane e quelle integraliste islamiche stavano lavorando alacremente per impiantare i campi di addestramento di al-Qa’eda. Oltre alla totale assenza di informatori, il nuovo indirizzo politico portò alla nomina di dirigenti, nella direzione operativa, che avevano lavorato solo come analisti e mai condotto operazioni all’estero; a questo si aggiungeva una pressoché totale assenza di controllo sui fondi che venivano destinati a consulenze da migliaia di dollari e che in realtà erano solo un enorme buco nero per stornare il denaro stanziato dal Congresso.

Per capire quanto cieca fosse diventata la CIA nella metà degli anni ’90, Baer cita una ricerca che effettuò nel 1997 presso la Direzione Informativa dove venivano raccolti tutti i rapporti che giungevano, per essere analizzati, dai desk operativi. Le informazioni sui pasdaran, il corpo delle guardie della Rivoluzione Islamica iraniane, responsabili del finanziamento di Hezbollah e di numerosi attentati terroristici, erano iniziate a calare drasticamente verso la fine degli anni ’80 fino al 1997, dove non risultava neanche un rapporto, sebbene l’anno prima proprio quest’ultimi avessero fatto saltare in aria la caserma al-Khobar in Arabia Saudita e attaccato l’edificio della Guardia Nazionale Saudita uccidendo ventiquattro americani. Questa volontaria cecità era estesa pressoché in buona parte del Medio Oriente e in tutte le comunità islamiche europee. Nessuno a Washington si preoccupò dei contatti esplorativi tra un emissario egiziano di Bin Laden e i servizi segreti iraniani, neanche quando nel 1996 un funzionario dello spionaggio di Teheran incontrò Bin Laden stesso in Afghanistan. Questo perché i vertici dell’NSC (Consiglio di Sicurezza Nazionale) erano troppo impegnati a tutelare i propri interessi economici dati dalla presenza di compagnie petrolifere in quelle zone tormentate. Sempre nel 1996, Baer chiese l’autorizzazione ad intercettare una struttura clandestina dei pasdaran sul Caspio per tentare di capire quali contatti avessero creato con le reti integraliste dell’Asia Centrale. Sheila Heslin, funzionaria dell’NSC e sottoposta del deputato Rand Beers, si oppose per paura delle ripercussioni che ci sarebbero state sulle commesse petrolifere dell’Amoco in Azerbaigian, guarda caso una società di cui ella era proprietaria di migliaia di dollari in azioni. Così come Tony Lake, consigliere del Presidente per la Sicurezza Nazionale, possedeva azioni della Exxon e lo stesso Clinton, in cambio di fondi per la campagna di rielezione, avesse favorito gli interessi di una compagnia petrolifera per mezzo di un mediatore ricercato internazionale per bancarotta fraudolenta, tale Roger Tamraz. Che il petrolio sporcasse tutta Washington era anche abbastanza prevedibile, ma la gravità era data dal fatto che i vertici della sicurezza nazionale, per puri interessi economici, preferivano far finta di non sapere che l’Arabia Saudita, con i soldi guadagnati dalla vendita dell’oro nero, finanziava il terrorismo wahabbita di Bin Laden. E in Europa la situazione non era certamente più incoraggiante. Le sedi della CIA sul Continente furono totalmente ridimensionate o direttamente chiuse, pochi erano i funzionari che parlavano arabo e non c’era nessun informatore infiltrato nelle moschee o nelle vaste comunità islamiche tedesche, francesi e inglesi. E poiché era lo Zio Sam ad occuparsi della sicurezza atlantica, per quale motivo i servizi di sicurezza europei dovevano preoccuparsi di qualche imam che predicava la guerra santa?

La sicurezza nazionale negli Stati Uniti venne distrutta dal “politically correct”, dalle guerre tra funzionari per il controllo dei propri feudi di potere, dal carrierismo, dagli interessi economici e partitici delle grandi lobby nel controllo del petrolio mediorientale. Quando il DGSE, i servizi segreti francesi, abituati dalla guerra di Algeria ai gruppi armati islamici, avvertirono nel 1997 la CIA che cittadini algerini erano stati addestrati in campi allestiti in Afghanistan da Bin Laden, l’agenzia avrebbe dovuto capire che qualcosa era in preparazione in quel paese lontano. Ma gli americani erano troppo impegnati a godersi la vittoria di Pirro sull’Unione Sovietica e i vertici politico-istituzionali a litigare tra di loro per avidità, opportunismo e interessi partitici. Questa illusoria sicurezza e totale incoscienza non poteva durare a lungo. L’11 settembre 2001, davanti a tutto il mondo, arrivò il conto da saldare e fu un conto molto amaro se si pensa che l’ultima linea difensiva per la Casa Bianca furono i coraggiosi passeggeri del volo United 93 e non la Cia, l’Fbi, l’Nsa o qualsiasi altra mega agenzia succhia soldi pagata con le tasse dei cittadini americani. Sulle cause degli attentati di quel giorno si è scritto e detto tanto, e una parte dell’opinione pubblica ha avanzato anche la teoria di un più vasto complotto organizzato per giustificare le guerre di Bush. Sarebbe bello se così fosse, poichè significherebbe che dietro ad una trama così abilmente orchestrata ci siano state almeno delle menti brillanti con un preciso disegno geopolitico. La verità purtroppo è che 3000 persone sono morte per l’incapacità, l’avidità e la cecità politica che spesso sono più pericolose dei grandi piani diabolici. Come ha detto Paolo Scotto di Castelbianco, funzionario dell’intelligence italiana e attuale responsabile delle comunicazioni, “nella mia carriera ho incontrato troppi grandi cretini ma nessun Grande Vecchio”.