Il recente documentario dello pseudo intellettuale franco-sionista, paladino del bombardamento umanitario, Bernard Henry Levy, “Peshmerga”, sembra suggerire tra le righe l’eventualità che la lotta e l’impegno del popolo curdo, in Iraq quanto in Siria, contro l’entità terroristica nota col nome di Stato Islamico (al-Dawla al-Islamiyya), sia meritevole di veder riconosciuto il diritto del suddetto popolo alla propria autodeterminazione, sconvolgendo totalmente la cartina geografica e politica del Levante. Allo stesso tempo sottolinea quanto il governo regionale del Kurdistan iracheno, sotto la sapiente guida di Mas’ud Barzani, sia stia distinguendo per rispetto dei diritti civili (donne in primo luogo), efficienza infrastrutturale e ovviamente, dulcis in fundo, libertà economiche. È abbastanza evidente come tale descrizione combaci perfettamente con il profilo ricercato da ogni potenziale investitore internazionale pronto a saccheggiare ingenti risorse naturali stando comodamente sdraiato a bordo piscina di uno dei recenti lussureggianti alberghi costruiti ad Erbil.
É altresì evidente che, mai come ai giorni nostri, il principio di autodeterminazione dei popoli spesso vada a confondersi con forme sempre più subdole di penetrazione imperialistica. Negli anni recenti abbiamo spesso assistito all’autodeterminazione di popoli che non sono popoli ed alla creazione di Stati che non sono Stati (vedi Bosnia – Erzegovina, Kosovo o Sud Sudan). Questo non è sicuramente il caso del popolo curdo che ha sicuramente delle particolari peculiarità nazionali (dopotutto lo ha anche dimostrato con il suo più che ambiguo ruolo nel genocidio armeno) e possiede in sé quella asabiyyah (spirito o solidarietà di gruppo) di cui tanto parlava nei suoi scritti il sociologo ante litteram Ibn Khaldun. Tuttavia la creazione di un eventuale Stato curdo, oltre a sconvolgere i già delicati equilibri dell’area (come reagiranno le popolazioni di etnia curda che vivono in Turchia ed Iran ad esempio), ancora una volta comporterebbe l’imposizione di un modello di costruzione statuale culturalmente estraneo all’area ed una nuova forte ingerenza occidentale, con un Kurdistan nuovo Israele in cui le componenti radicali (PKK) vengono per ovvie ragioni estromesse una volta raggiunto l’obiettivo dell’autonomia. Barzani dopotutto è stato alleato del governo turco in lotta proprio contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

Si potrebbe argomentare che i Curdi abbiano mostrato più di chiunque altro una capacità di assorbire idee estranee alla loro tradizione culturale (marxismo-leninismo, nazionalismo, anarchismo, ed anche liberalismo) di gran lunga maggiore rispetto ad altre popolazioni vicine. Tuttavia l’eventuale creazione di uno Stato curdo, sulle stesse basi che hanno portato al fallimento di altre entità statuali, andrebbe solo ad implementare con quasi cento anni di ritardo i Trattati di Sevres che già ne prevedevano la creazione ignari della reazione turco-kemalista. E comporterebbe una ulteriore divisione e disgregazione dell’area in un momento storico in cui al contrario sarebbe necessaria maggiore unità. Allo stesso tempo è altresì difficile pensare che Siria e Iraq possano mantenere intatti i loro confini una volta superate le rispettive crisi interne. Il discorso sul concetto di Stato nell’area del Levante è ben più complesso di quanto si possa immaginare e non si risolverà certamente disegnando nuovi confini sulla carta geografica. Il problema più evidente con il quale abbiamo dovuto confrontarci, soprattutto a seguito delle recenti rivolte nei paesi arabi, è stato proprio ciò che lo studioso Nazih Ayubi ha definito come sovra-estimazione dello Stato arabo. Di fatto gli Stati dell’area, una volta liberatisi dalla morsa imperialistica, hanno iniziato ed essere percepiti come potenziale minaccia dall’Occidente in quanto portatori di ideologie nazionalistiche (panarabismo di Nasser, baathismo di Aflaq), volte anche alla distruzione dell’avamposto coloniale ebraico nel Levante. Tuttavia questi Stati, per quanto strutturalmente organizzati in modo militare, sono sempre rimasti estremamente deboli proprio dal punto di vista politico-istituzionale e della stessa legittimazione popolare, perduta completamente una volta sconfitti nelle diverse guerre arabo-israeliane. Per quanto la figura di Nasser fosse estremamente carismatica e godesse di una immensa popolarità ai suoi tempi e per quanto egli abbia cercato in ogni modo di monopolizzare e sottomettere al suo volere l’Islam in Egitto, rimaneva comunque il portatore di una ideologia modernizzante e soprattutto “laica” di matrice occidentale percepita come estranea alla tradizione culturale araba e islamica dell’area. Il problema della suddetta “laicità” dello Stato è il primo punto da tenere in considerazione.

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In rosso le zone di distribuzione dell’etnia curda

Lo sviluppo storico dell’Islam è stato totalmente diverso da quello del cristianesimo. Il profeta Muhammad, al contrario di Gesù Cristo, minacciato e perseguitato dai suoi nemici a la Mecca, al posto del martirio e del sacrificio scelse la via della migrazione e della lotta contro i suoi rivali: l’aristocrazia meccana. E di fatto creò nella città di Yathrib una comunità in cui la religione fungeva da sovrastruttura ideologica alla politica e le due cose si confondevano tra loro. E questa comunità politico-religiosa creata dal profeta Muhammad è considerata il concreto esempio storico di perfetta società islamica che agli occhi di molti pensatori radicali deve sempre essere imitato. L’Islam è dunque allo stesso tempo religione e mondo, din wa-dunya e religione e Stato, din wa-dawla. É abbastanza ovvio a questo punto che l’imposizione dall’alto della modernità “laica” occidentale in società ancora fortemente impregnate di religiosità abbia prodotto degli effetti quantomeno deleteri. Lo stesso processo di disgregazione dell’Impero Ottomano, per tutto il corso del XIX e dell’inizio del XX secolo, come afferma lo studioso greco Dimitrios Stamatopoulos, si è caratterizzato per la progressiva sostituzione di sistema di riconoscimento comunitario a predominanza religiosa con un sistema laico basato sul riconoscimento etnico di minoranza nazionale. Un processo che di fatto è stato imposto dalle forti ingerenze delle potenze europee negli affari interni dell’Impero. Allo stesso tempo non si può fare a meno di osservare che, a livello terminologico, la parola “Stato” nel senso occidentale del termine ed il suo corrispettivo arabo dawla hanno significati profondamente diversi. In ambito europeo la parola Stato rende l’idea di stabilità e continuità delle istituzioni mentre il suo corrispettivo arabo ha l’accezione estremamente negativa di flusso circolatorio e alternanza nei rivolgimenti della fortuna. Non c’è dubbio che la parola ummah (comunità), nel senso specifico di comunità culturale, spirituale e politica allo stesso tempo, in ambito arabo e islamico, abbia un significato ed una importanza molto più profonda di qualsiasi altro concetto di Stato o sistema politico. La parola dawla infatti, nella storia islamica, è stata utilizzata principalmente per definire quelle dinastie regnanti (Omayyadi e Abbasidi) che sono succedete ai primi quattro califfi “ben guidati” a seguito della fitna (la guerra civile scoppiata dopo la morte del terzo califfo Othman), ponendo di fatto fine alla cosiddetta età dell’oro dell’Islam. E questa parola implica e definisce qualcosa, un sistema, eminentemente politico e sottolinea la definitiva separazione della sfera spirituale da quella politica. E non esiste Islam senza una “governance” (il termine inglese è d’obbligo) islamica.

É abbastanza paradossale che l’entità terroristica Stato Islamico, che si ritiene ispirata dal puro Islam delle origini, abbia proprio scelto tale parola per auto-definirsi. Ma tutto ciò non fa che sottolineare ulteriormente il cortocircuito tra tradizione, modernità e addirittura post-modernità che sta alla base della loro ideologia. Infatti lo stesso concetto o idea di Stato Islamico rappresenta, secondo le parole dell’attento studioso Wael Hallaq, una impossibilità ed una assoluta contraddizione in termini, in quanto mai nel corso della storia islamica sono esistiti Stati islamici. Lo Stato-nazione è un concetto moderno che non ha niente a che vedere con l’idea di comunità islamica (ummah). Insomma dove c’è lo Stato non c’è l’ummah e dove c’è l’ummah non c’è lo Stato. L’ummah rifiuta il concetto stesso di sovranità dello Stato, in quanto al suo interno la sovranità appartiene solo a Dio. Dunque l’Islam senza governance islamica non può esistere. E l’implementazione del diritto islamico, Shari’a, all’interno degli angusti confini dello Stato-nazione di matrice europea non ha alcun senso. Senza considerare che questo stesso diritto islamico, frutto del secolare lavoro di interpretazione dei testi sacri, Corano e Sunna, è oggigiorno stato violentato dalla codificazione in norme scritte derivata dall’occupazione coloniale europea. La mancata metabolizzazione dell’imposizione di un modello percepito come estraneo, cui si aggiunge il fallimento/tradimento di quei contratti sociali che garantivano una labile stabilità ed anche alcune evidenti ingerenze straniere a cui comunque non si può attribuire la maggior parte delle responsabilità, salvo il caso libico, ha determinato il definitivo crollo di queste entità statuali. Allo stesso tempo l’esperimento di governo della Fratellanza Musulmana in Egitto è miseramente fallito per il semplice fatto che i problemi di natura macroeconomica non si risolvono leggendo i versetti del Corano. Così l’insipienza degli uomini posti nei ruoli chiave del governo ha fatto fallire anche quella che sembrava essere una potenziale soluzione alternativa in cui elementi occidentali si mischiavano a quelli più propriamente islamici.

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Carta geografica dei confini attuali

Osservando la carta geografica dell’area con un approccio di tipo geopolitico ci rendiamo conto immediatamente che gli Stati che mostrano maggiore solidità e capacità di resistenza, ad esclusione di Iran e Turchia; Israele merita un discorso a parte, sono quelle monarchie che si affacciano sul Golfo Persico ma che, di fatto, non hanno niente a che vedere con ciò che solitamente definiamo “Stato”, ed al loro interno non esiste alcun apparato statale. Queste entità associano e fanno combaciare perfettamente assolutismo monarchico ed assolutismo capitalistico-finanziario. Una sintesi politico-economica che, associata ad una stretta alleanza militare con gli Stati Uniti e ad una evidente quanto malcelata comunità d’intenti con Israele, consente loro di garantirsi stabilità interna e nessun tipo di ingerenza internazionale. La ricchezza è la loro garanzia per la stabilità (essere un rentier state produce i suoi frutti se hai le giuste amicizie), nonostante spesso si cerchi di dare spiegazioni legate maggiormente ad alleanze di natura etnico-tribale che sicuramente hanno avuto un ruolo decisivo nel caso della costituzione del Regno dell’Arabia Saudita o del Regno di Giordania (entrambi comunque creazioni dell’imperialismo britannico) ma che, allo stesso tempo, si possono limitare al solo momento costitutivo mentre successivamente hanno assunto solo il carattere delle più classiche unioni matrimoniali d’interesse. Tuttavia queste monarchie non possono propriamente essere definite come Stati, né dal punto di vista occidentale e nemmeno se si prende in considerazione quella stessa tradizione culturale dalla quale loro pretendono di discendere e della quale si fanno esportatori in tutto il mondo ricoprendo con un velo religioso islamico ogni ambigua operazione; sia essa di carattere politico, militare o economico. La stessa denominazione ufficiale del Regno di Arabia Saudita al-Mamlaka al-ʿArabiyya al-Suʿūdiyya suggerisce questa marcata contraddizione visto che i termini arabi mulk (regno o monarchia) e malik (re) abbiano, se riferiti agli uomini, una connotazione estremamente sfavorevole. Infatti il titolo di “re” veniva spesso utilizzato per riferirsi ai sovrani degli infedeli. I vari monarchi dell’Europa cristiana e l’imperatore bizantino erano noti collettivamente come muluk al-kufr (re della miscredenza) e muluk al-kuffar (re dei miscredenti).  Inoltre, nelle raccolte di Tradizioni islamiche c’è un hadith, attribuito al profeta Muhammad, in cui si trovano ben elencati in ordine di merito e di preminenza alcuni fra i principali titoli di sovranità usati dai musulmani. Secondo questa tradizione il Profeta avrebbe detto:

“Dopo di me i califfi, dopo i califfi gli amir (emiri), dopo gli amir i re, dopo i re i tiranni”.

Dunque nemmeno il wahabismo saudita che ancora una volta si ritiene portatore del messaggio islamico originale pur essendo semplicemente il prodotto a-culturale di una setta eterodossa non è estraneo a delle forme di corto circuito linguistico-culturale che contribuiscono a creare confusione nell’odierno panorama dell’area; oltre a finanziare apertamente quei gruppi militanti estremisti che stanno mettendo a ferro e fuoco Siria e Iraq. Alla luce di quella che è l’odierna situazione dell’area levantina continuare a proporre come soluzione un’ulteriore disgregazione delle odierne entità statuali che imponga nuove formazioni statuali ancora una volta in base a principi di matrice occidentale è priva di senso quanto il proporre di risolvere la crisi economica generata dall’implementazione di politiche neo-liberiste con l’ulteriore implementazione in forme più estreme di quelle stesse politiche.

P.S. Forse il popolo curdo merita un proprio Stato, ma di sicuro nessuno merita Bernard-Henry Levy.