Infido e mutevole, il movimento terrorista internazionale ha conosciuto nel più recente periodo una trasformazione strutturale autodiretta, indirizzata ma non sviluppata concretamente da strateghi esterni, che ha portato progressivamente all’accentuazione della globalità del Terrore per mezzo della sua radicalizzazione locale. Il fondamentalismo colpisce oramai con stilettate improvvise e brucianti in diversi angoli del globo, i cui latori sono gruppi autocefali locali o, nei casi estremi, sostenitori esterni delle formazioni terroriste agenti per emulazione, da veri e propri “cani sciolti”. Negli ultimi mesi commando di ridotte dimensioni hanno colpito da Parigi a Dacca, da Bruxelles a Istanbul, passando per Ankara, Tunisi e Orlando, imponendo ogni volta un pesante tributo di sangue e amplificando in tal modo di fronte ai nemici contro cui il movimento jihadista è in lotta la percezione sulla forza, l’organizzazione e la pericolosità dei terroristi.

Attraverso il locale, il Terrore si è fatto globale: a questa evoluzione, che diversi paesi, occidentali e non, stanno subendo con profonda difficoltà, contribuisce continuamente la strategia propagandistica del sedicente Califfato dell’ISIS, che pretendendo di far rivivere i tempi del Dar-el-Islam ha offerto a gruppi armati di tutto il mondo inquadrabili nel filone del jihadismo di trovare un’affiliazione generale cui fare riferimento, essendo il nome e i simboli dell’ISIS divenuti un vero e proprio “brand” da sfruttare e veicolare per mezzo di azioni compiute ai quattro angoli della Terra. La globalità del nuovo Terrore è esaltata dalla sua sempre più accentuata liquidità e da una notevole pervasività consentita dalla delocalizzazione di cellule indipendenti che agiscono in maniera autonoma e talvolta non coordinata con i centri di potere territoriale del Califfato in rovina in Siria ed Iraq; ciò che maggiormente impressiona della svolta imprevedibile operata dal Terrore è la capacità da esso dimostrato di saper interiorizzare le strategie di comunicazione, propaganda e, addirittura!, marketing dell’Occidente per poterle poi volgere contro quest’ultimo con risultati materiali ma soprattutto psicologici devastanti.

Cinte sempre più d’assedio le roccaforti in Siria e Iraq, martellate per mesi dai devastanti raid aerei russi le sue disorganizzate milizie e in via di amputazione le vie di comunicazione interne al suo territorio sempre più ristretto, il sedicente Stato Islamico sta conoscendo recentemente un periodo di fortissima crisi militare; esso riesce a essere dannoso e a seminare morte tra i suoi nemici solo ricorrendo nuovamente a una guerra asimmetrica portata avanti per mezzo di odiosi attentati, tra cui l’ultimo, terrificante sferrato contro la martoriata città di Baghdad nella giornata dell’1 luglio, cui ricorre per suggestionare e alimentare la sua immagine davanti al pubblico dei potenziali aderenti sparsi in Europa, Africa e Medio Oriente che rappresenta da sempre la sua unica fonte di reclutamento e dal cui afflusso ripetuto non ha potuto sinora prescindere.

Il Terrore moderno sa curare la sua immagine: la scelta dell’autoproclamato Califfato di agglomerare attorno a sé formazioni sparse nei vari continenti non è dettata esclusivamente da una cieca volontà espansionistica dei vertici di Raqqa ma è altresì funzionale all’accrescimento del potere di persuasione dell’ISIS nei confronti dei potenziali foreign fighters. Al fine di salvaguardare la territorialità sempre più precaria della capofila del Terrore e rafforzarne il deperito potenziale militare, i suoi leader cercano di veicolare nel mondo l’immagine di un ISIS tentacolare, avente gioco facile a insinuarsi come quinta colonna all’interno del territorio “nemico”. Come detto, il terrorismo guidato o sponsorizzato dall’ISIS ha incorporato in maniera efficace numerosi assunti della teoria della comunicazione occidentale, e la sua azione è tanto più profonda quanto più l’effetto psicologico del “marchio” del sedicente Stato Islamico risulta dirompente nella mentalità dei cittadini delle nazioni bersagliate dagli attacchi. È infatti scioccante l’asimmetria che si può constatare tra la relativa esiguità dei mezzi, oltre che degli uomini, impiegati nelle più recenti azioni dei fondamentalisti e le travolgenti conseguenze da esse provocate sul mondo delle istituzioni dei paesi occidentali.

Le nuove metodologie adottate dal Terrore rendono di conseguenza molto più laborioso e intricato il processo volto al suo sradicamento: rispetto allo sgretolamento dell’entità territoriale autonoma costruita dagli uomini di Al Baghdadi, processo in ogni caso tuttora in atto e ben lungi dall’esser completamente concluso, il contrasto alla guerriglia terrorista dei gruppi autocefali è un tema che agglomera al suo interno campi d’analisi e azione diversi, ricchi di insidie e problematiche. Come una sorta di grottesca idra, l’ISIS è una creatura a cui spuntano sempre nuove teste mano a mano che la base del collo si avvicina a essere completamente recisa, e ciascuno dei capi rappresenterà in futuro un nuovo avversario, un’ulteriore minaccia da affrontare con risolutezza.

Sfuggono ai tentativi di comprensione del fenomeno fondamentalista gli obiettivi e le strategie verso cui tali formazioni, cellule in gran parte latenti in diversi paesi del mondo ma sempre pronte a risvegliarsi e colpire in maniera inaspettata, potrebbero orientarsi in caso di definitiva sconfitta militare del sedicente Califfato. Essendo oramai scoperto il gioco subdolo portato avanti per anni da paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia, i primi manovratori politici del jihadismo militante contemporaneo, ed essendo oramai sfuggita al controllo dei suoi ex patroni la struttura costruita attraverso i lauti finanziamenti da essi erogati a lungo, la necessità di capire quali siano le finalità a cui tendono le formazioni affiliate all’ISIS e agli altri principali gruppi fondamentalisti è ora più che mai impellente. Sebbene sia possibile ipotizzare un riflusso degli attacchi terroristici in quanto a intensità e frequenza a seguito della definitiva distruzione del sedicente Califfato, non è possibile ritenere a priori legare gli esiti della partita in corso all’interno delle nazioni in cui operano i gruppi autonomi da quella geopolitica in svolgimento in Medio Oriente, né al tempo stesso negare la possibilità che a seguito della caduta di Raqqa i vertici dell’ISIS possano riciclarsi e stabilire una nuova centrale operativa in nuove roccaforti mediorientali.

La formazione di gruppi terroristici interni a paesi lontani dagli scenari più caldi di guerra è stata conseguenza di un processo tanto lungo quanto ignorato dai dirigenti principali di nazioni che, come insegnano il caso del Belgio e della Francia, praticamente dall’oggi al domani hanno scoperto l’esistenza di centri di aggregazione del terrorismo in quartieri degradati e dimenticati alla periferia delle loro capitali. Il processo di sradicamento, alienazione e dissociazione di migliaia di cittadini di paesi occidentali dalla società e dai contesti entro cui si sono ritrovati a vivere ha creato il terreno fertile per il proliferare dei germi del terrorismo. Più della blasfema velleità dei leader del Terrore di parlare in nome della comunità dei credenti e di sentirsi preposti a garantire ai loro fedeli l’immortalità in seguito alla lotta contro i “Crociati”, a risultare decisive per consentire il massiccio esodo di foreign fighters e lo sviluppo di un sistema di “franchising del Terrore” sono state forze storiche decisamente più immanenti e, alla prova dei fatti, complementari.

Il verificarsi della crisi economico-sociale che ha scosso negli ultimi anni le nazioni occidentali ha ingigantito le falle del modello multiculturale, portando allo sviluppo di sacche di intolleranza e rancore su cui ha avuto poi influenza determinante il movimento di proselitismo dell’ideologia wahabita finanziato dalle cascate di petrodollari distribuite dall’Arabia Saudita e dai suoi paesi satelliti, che con la conseguente diffusione sempre più endemica di un’ideologia settaria ha fornito ai jihadisti una concreta base di reclutamento. Il problema del contenimento del terrorismo risulta dunque endemico, e va affrontato con un’azione multilivello complessa, decisamente non alla portata della miope classe dirigente occidentale odierna. La deflagrazione indiscriminata del Terrore, infatti, va considerata come una componente rilevante di un più ampio problema generale riguardante le distorsioni e gli squilibri interni a un intero modello sociale che si trova oggi privo di punti di riferimento, sperduto ed isolato. Astuti conoscitori della psiche occidentale, i tagliagole di Raqqa comprendono la gravissima crisi vissuta dall’Occidente e marciano sulle difficoltà dei loro nemici tentando in tal modo di alleggerire le pressioni insostenibili che da mesi oramai minacciano di schiacciarli.
Vero e proprio Giano Bifronte, il Terrore manifesta alternativamente il suo volto “radicato” e il suo volto “liquido” al fine di tenere il più possibile in allerta e tensione la coalizione dei suoi avversari. L’unica maniera per affrontare a viso aperto e sconfiggere definitivamente entrambe queste sue manifestazioni è rappresentata da un piano di azione sistemico che consenta al tempo stesso di superare lo sradicamento di decine di migliaia di persone e colpire indirettamente il mondo del terrorismo internazionale sul terreno propagandistico, campo in cui sinora esso è riuscito a esprimere le massime potenzialità e sul quale va assolutamente arginato, al fine di prosciugare le fonti da cui l’ISIS e i gruppi affini traggono la propria forza di sostentamento.