Le qualifiche, la pole position, i box, le interviste post gara, il pubblico; sono elementi questi che caratterizzano un week end di Formula Uno, uno degli sport più seguiti al mondo e che in Europa attrae milioni di spettatori. Anche in questo fine settimana è prevista una gara, con tutti i ‘riti’ del caso e gli elementi sopra citati; la ‘vita quotidiana’ di un gran premio automobilistico però, questa volta si svolge (come da 12 anni a questa parte) in uno scenario fatto di sangue e repressioni violente. Si corre in Bahrein, dove i chilometri di asfalto che segnano le curve del circuito poggiano su un deserto macchiato non di rosso Ferrari, ma di un rosso sangue che ricorda quanto avviene da 5 anni a questa parte del paese [1] [2]. E’ ancor più triste sapere che, nella stragrande maggioranza dei casi, lo spettatore della gara non conosce lo scenario politico e sociale del paese arabo e non sa che quello spettacolo sta andando avanti in un contesto di violenza e prevaricazione. L’organizzazione del gran premio, è autentico sfizio personale della casa reale degli Al Khalifa, la quale piuttosto che spendere enormi somme per finanziare squadre di calcio od eventi internazionali, come i ‘vicini’ qatarioti o gli sceicchi di Dubai ed Abu Dhabi, ha preferito nel 2004 legare il proprio nome ad una gara di Formula Uno; nessuna visione strategica, nessun investimento per il turismo, solo il fatto (a quanto pare) che a molti rampolli della dinastia che governa con il pugno di ferro il paese piace di più l’automobilismo rispetto al calcio.

Un passatempo per gli Al Khalifa, che però per la FOA, la società di Bernie Ecclestone che gestisce i diritti di immagine della Formula Uno e che dirime calendari ed appuntamenti della kermesse automobilistica, frutta parecchi milioni di Dollari indispensabili per mandare avanti uno dei divertimenti preferiti del pubblico europeo. Così poco importa che alla vigilia di ogni gran premio, le autorità del Bahrein arrestino centinaia di dissidenti ed oppositori, poco importa che dietro al duello Hamilton – Vettel e Mercedes – Ferrari, ci sia lo zampino (ed il portafoglio) di una delle famiglie reali più repressive del medio oriente, alleata di ferro di quell’Arabia Saudita che finanzia il terrorismo e che lede anche i più basilari diritti dell’uomo. Il Gran Premio del Bahrein nasce, come detto, nel 2004; in quello stesso anno nel calendario della Formula Uno viene inserita per la prima volta anche una gara in Cina, presso il circuito di Shangai: ebbene, molte organizzazioni e molti governi hanno protestato all’epoca contro la FOA per l’organizzazione di un gran premio in un paese che non rispetta i diritti umani e dove non vi è democrazia, ma ovviamente le critiche e le attenzioni in tal senso sono state volte verso la gara cinese e non una sola parola a suo tempo è stata spesa per l’appuntamento bahreinita. E’ la stessa ipocrisia dell’occidente che viene fuori soprattutto in queste occasioni; per l’organizzazione delle Olimpiadi di Pechino 2008 e di Sochi 2014, si è urlato da più parti al boicottaggio, con tanto di proteste ufficiali di molte cancellerie occidentali e di diverse ONG, mai nessuno ha sollevato però la questione etica di impiantare il circo della Formula Uno praticamente nel giardino di casa degli Al Khalifa.

Subito dopo la prima edizione, a dir la verità, alcune critiche sono state mosse; essere hanno riguardato, in ordine di importanza: l’orribile gusto della bevanda data ai piloti giunti sul podio (il tradizionale champagne non è ammesso per via del divieto di vendita e consumo di alcolici), l’orrendo premio consegnato a Michael Schumacher giunto primo in quella gara (voleva simboleggiare la torre simbolo del circuito, ma assomigliava di fatto ad un cestino della spazzatura), infine i gravi problemi inflitti ai motori delle vetture per via della sabbia del deserto. Stop, nessuna critica a quanto perpetuato dalla famiglia reale, nessun accenno al fatto che si è svolta una gara in uno dei paesi in cui la repressione delle autorità è tra le più potenti e brutali dell’intero scacchiere internazionale. Vero che nel 2004 si è ancora ben lontani dalla cosiddetta ‘primavera araba’ ed ancora il mondo non ha avuto modo di vedere le strade di Manama insanguinate e con a terra i corpi dei dissidenti sciiti esanimi; ma è pur vero che all’epoca la retorica dell’esportazione della democrazia e dei valori occidentali, teorizzata da Bush al momento dell’attacco a Baghdad del 2003, non ha mancato di fare breccia e presa nella popolazione europea ed ha giustificato le rimostranze contro l’opportunità di ospitare un gran premio a Shangai od un’Olimpiade a Pechino. Eppure come detto contro gli Al Khalifa non si è mosso un dito. Non lo si è fatto nemmeno nel 2005, quando il gran premio si è corso il 3 aprile di quell’anno, esattamente il giorno dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II ed incredibilmente gli organizzatori della corsa hanno vietato il minuto di silenzio in onore del Pontefice appena deceduto, con Ecclestone che ha accettato la situazione senza protestare e con i governi forse troppo impegnati nel cavalcare l’emozione di quelle ore dell’opinione pubblica per recriminare contro una palese violazione della sensibilità di gran parte del pubblico della Formula Uno.

L’unica volta in cui le vicende politiche interne del Bahrain hanno cozzato con gli interessi milionari del mondiale di automobilismo, è stata nel 2011; la rivolta della maggioranza sciita contro la dinastia sunnita era appena iniziata, troppa la tensione per poter far svolgere in sicurezza la competizione e dunque sponsor multinazionali e quant’altro hanno fatto marcia indietro evitando la trasferta nel deserto. Ma anche dopo quella data, nessuna protesta mossa e nessuna associazione umanitaria scandalizzata per il fatto di gareggiare con il patrocinio di un governo protagonista di torture, uccisioni e repressioni. Anche quest’anno lo spettacolo della Formula Uno va avanti in una pista messa su dal sangue dei petrodollari; al semaforo verde, si urli pure ‘Forza Ferrari’, ma si sappia che quelle auto e quei piloti forse ignari del contesto in cui si trovano, corrono in una pozza di sangue, con i motori accesi lì in mezzo al deserto per volontà di un sultanato arrogante e repressivo, complice di quel terrorismo che, giusto per chiudere questo circolo perverso, ha fatto scendere la lacrimuccia a quegli stessi spettatori pronti a gustarsi lo spettacolo comodamente dal divano.

[1] http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/bahrain-la-primavera-dimenticata/

[2] http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/bahrain-la-democratizzazione-incompiuta/