di Lorenzo Vita

“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.” Con queste parole del poeta Fernando Pessoa, il cantore lusitano dell’inquietudine, si potrebbe dare un quadro più o meno veritiero del Portogallo scaturito da queste elezioni di ottobre. Nessuno vince, nessuno perde. Futuro incerto e con l’unica certezza che le lacrime e sangue già versati in maniera copiosa sono una strada ancora percorribile. È un Portogallo che si è presentato a queste elezioni in piena fase di “compiti a casa” e in piena cura made in Schaeuble. La cura della Troika, un anno dopo la fine formale del commissariamento, vede finalmente i suoi “magistrali” effetti e sembra tutt’altro che finita. Sebbene i dati macroeconomici affermino che il Paese si starebbe lentamente riprendendo rispetto all’abisso della crisi con PIL in leggero aumento e deficit sotto la soglia del 3%, dall’altro lato, il pericolosissimo rovescio della medaglia è già sotto gli occhi di tutti: un innalzamento vertiginoso del debito pubblico, giunto al 130%, che comporterà inevitabilmente un nuovo piano di risanamento tradotto in tagli al sociale, privatizzazioni e innalzamento delle tasse. Il tutto mentre esplode la fuga di mezzo milione di cittadini per cercare fortuna nel resto del mondo: un’emigrazione di portata enorme se si pensa che il Portogallo conta circa dieci milioni di abitanti.

Con queste premesse, con un leader dell’opposizione agli arresti per corruzione, un premier uscente che si dice pronto a fare anche di più di quanto richiesto dalla BCE, con una sinistra che cavalca l’onda del dissenso all’austerità e i movimenti nazionalisti del tutto assenti dall’agone elettorale, il Portogallo è andato alle urne più con frustrazione che con un’idea chiara del proprio futuro, e la frustrazione è dimostrata dai dati. Metà della popolazione non vota, metà del Paese vota per partiti che non propongono alternative al piano di risanamento, mentre i pochi ancora non completamente discantati o inebriati, cercano un’alternativa nella sinistra radicale. Resta però il dato fondamentale, tipico del sistemo politico portoghese, decisamente granitico e con un sistema di interessi radicato da secoli, che a differenza della Grecia del primo Tsipras e di Alba Dorata, Lisbona almeno in senso relativo, premia chi ha governato in tempi di crisi sottostando senza mezzi termini alle lacrime e sangue pretese dalla Troika, segno che lo spauracchio del commissariamento e il terrore di una nuova crisi, hanno anestetizzato l’opinione pubblica nella placida illusione dei partiti tradizionali. Ne esce un sistema parlamentare per adesso inchiodato all’ingovernabilità, e destinato al déjà-vu del governo tecnico in salsa liberista. Con una coalizione di centrodestra, il Portugal a Frente del premier Pedro Passos Coelho, vincente ma impossibilitata a governare se non scendendo a patti con il Partido Socialista di António Costa, già contrario al governo di coalizione.

Così come appare difficilissima la consegna dello scettro del Governo a un’improbabile alleanza dei socialisti con il Bloco de Esquerda, il movimento che raccoglie la galassia dell’estrema sinistra portoghese, dai trotzkisti, ai delusi socialisti. Bloco e partito comunista che rappresentano gli unici movimenti apertamente contrari ai dettami della Troika, ma non anti-europei, e che entrano come piccoli arieti in un quadro politico caratterizzato dai tradizionali partiti di governo che rappresentano centri di interesse consolidati da tempo immemore, dove i partiti di oggi sono gli eredi dei partiti e delle classi dirigenti che governano il Paese da sempre. Se l’estrema sinistra catalizza i voti contrari all’austerità e raddoppia i consensi, fa riflettere rispetto all’Europa, ma non meravigliare per la storia portoghese, l’assenza dei movimenti di estrema destra dall’agone politico, movimenti che non sono mai riusciti ad imporsi nell’immaginario collettivo come portatori di istanze di cambiamento, ma come semplice retaggio di un passato salazarista che ancora scotta nell’opinione pubblica lusitana. E mentre in Grecia si spera ancora in Tsipras o si consegnano i cuori ad Alba Dorata, mentre nella vicina Spagna si confida in Podemos o nelle nuova destra moderata di Ciudadanos, il Portogallo ci consegna ancora una volta l’immagine di un Paese senza illusioni, con i sogni riposti in un cassetto e con la voglia di non sentirsi altro che lo studente modello, Forse, per i fautori dell’austerity, il risultato più gradito.