La situazione in Turchia ha ormai raggiunto un livello di drammaticità tale che sorge lecito chiedersi per quanto ancora gli islamisti dell’AKP riusciranno a mantenere il potere. La deriva autoritaria di Tayyip Erdogan sta creando serio malcontento persino all’interno del suo entourage, mentre a livello internazionale l’immagine del paese è pesantemente danneggiata a causa di tutta una serie di gravi episodi: la repressione di Gezi Park; la persecuzione di giornalisti e intellettuali; gli scandali finanziari di alcuni membri del governo; l’appoggio turco all’ISIS, con tanto di rifornimento di armi ai jihadisti e cure mediche negli ospedali in Turchia; dalle continue denunce nei confronti di politici, studenti, personaggi mediatici e comuni cittadini per “ingiurie al Presidente” alla questione curda, ancora irrisolta e con tanto di promesse non mantenute da parte dell’esecutivo AKP. A tutto ciò si aggiungono i recenti attentati, tra cui l’attacco al pullman della squadra di calcio del Fenerbache, ancora avvolto da mistero e gli altri attentati messi a segno negli ultimi mesi dal gruppo di estrema sinistra Dhkp-C, tra cui il sequestro e l’uccisione del procuratore Mehmet Selim Kiraz, responsabile delle indagini sulla morte di Berkin Elvan, un quindicenne colpito alla testa da una capsula di gas lacrimogeno nel giugno 2013, durante le proteste antigovernative a Gezi Park. Un’occasione d’oro per il governo AKP e per Erdogan, il quale ha immediatamente provveduto con la consueta repressione, facendo oscurare per ore Facebook Twitter e Youtube con il pretesto della “propaganda terroristica”. Provvedimento tra l’altro già preso in altre occasioni dal governo Erdogan, curiosamente sempre prima delle elezioni.

E’ una questione d’immagine

Tayyp Erdogan appare molto preoccupato per la propria immagine e ben poco per quella che sta dando a livello internazionale. E’ di giovedì 10 aprile la notizia che un tribunale di Ankara ha condannato il leader del partito laico repubblicano CHP, Kemal Kilicdaroglu, a risarcire Erdogan con una somma di circa 3.800$; la sua colpa sarebbe quella di averlo offeso . 1 Kilicdaroglu è soltanto l’ultima di una lunga lista di persone prese di mira dal presidente turco per “averlo insultato”: studenti, giornalisti, politici, personaggi dello spettacolo, vignettisti; tra gli sventurati lo scrittore Erol Ozkoray, i vignettisti Ozer Aydogan e Bahadir Baruter, la giornalista Mine Bekiroglu e persino l’ex miss Turchia Merve Buyuksarac. 2 3 4 Erdogan segue le orme del suo “ex collega” egiziano Mohamed Morsy, anch’egli ossessionato dalla propria immagine al punto tale che la Arabic Network for Human Rights Information aveva denunciato il triste record dell’ “epoca Morsy” per quanto riguarda le denunce nei confronti di giornalisti e personaggi legati ai media. Secondo tale rapporto il numero di denunce sarebbe di quattro volte maggiore rispetto all’era Mubarak e ventiquattro volte più grande rispetto a quella di Sadat. Erdogan sembra invece intenzionato a voler battere il record per quanto riguarda il numero di giornalisti incarcerati, con un discutibile primato che ha fatto piombare la Turchia al 154esimo posto su 180 nell’indice sulla libertà di stampa. 5 6 Non sarà un caso che il presidente turco ha recentemente e nuovamente chiesto la scarcerazione dell’ex presidente islamista egiziano Morsy, anch’egli come Erdogan legato a un partito politico di area Fratelli Musulmani. 7 8

Un paragone inopportuno

A fine gennaio Erdogan aveva respinto le accuse di autoritarismo, affermando di voler più che altro fare riferimento alla figura della Regina Elisabetta di Gran Bretagna, come dimostra la recente apertura del nuovo palazzo presidenziale ad Ankara, con 1.150 stanze, sorvegliato da più di mille guardie e costato circa 615$ milioni. Secondo Erdogan il palazzo sarebbe il simbolo del nuovo “risorgimento turco”, ma sono in molti a considerarlo soltanto l’ennesimo delirio di onnipotenza da parte di un presidente sempre più solo. 9 10

Secondo al-Arabiyya, il presidente turco avrebbe inoltre fatto ingenti spese per quanto riguarda la sorveglianza contro le intrusioni e le intercettazioni, evidentemente ancora scottato dallo scandalo finanziario che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 avevano messo in serio imbarazzo l’ex premier, coinvolgendo diversi esponenti del suo entourage tra cui i figli di tre ministri e diversi funzionari pubblici e durante il quale sarebbe trapelata una registrazione dove Erdogan e suo figlio Bilal avrebbero discusso sulle modalità con cui far sparire grosse somme di denaro.

Gli aiuti all’ISIS e agli islamisti daghestani

Nel 2014 la Turchia è stata colta in flagrante diverse volte mentre trasferiva carichi di armi dirette ai jihadisti in Siria e mentre curava terroristi dell’ISIS nei propri ospedali ad Adana e a Gazantiep. Nell’autunno 2014 Muharrem Ince, deputato del CHP, aveva chiesto spiegazioni ad Ankara in seguito alla comparsa di alcune foto che ritraevano Abu Muhammad, un comandante dell’Isis, mentre riceveva assistenza medica gratuita presso l’ospedale di Hatay, dopo essere stato ferito in una battaglia a Idlib. Un altro deputato del CHP ed ex mufti, Ihsan Ozkes, ha invece dichiarato che numerosi jihadisti, molti dei quali ceceni e tunisini, sono stati ospitati in un edificio del Direttorato per gli Affari Religiosi (Diyanet) sempre nella provincia di Hatay, sotto la supervisione del MIT (i servizi segreti turchi) per essere poi utilizzati contro il PKK e il PYD nel nord della Siria. Vi è poi il caso di un filmato nel quale si vedono due jihadisti dell’Isis avvicinarsi al confine con la Turchia proprio mentre passa una camionetta dell’esercito di Ankara. Dal veicolo scendono alcuni militari che si avvicinano alla recinzione e si intrattengono in conversazione con i jihadisti che poi si allontanano facendo segno di vittoria verso i militari. In Turchia sono poi stati segnalati diversi esponenti del jihadismo ceceno e daghestano, tra i più noti, Israil Akhmednabiev (Sosiko) e Movladi Ugdanov; di quest’ultimo sono noti diversi indirizzi a Istanbul e tre numeri di telefono, tutti turchi. Alcune fonti sostengono poi che Islam Matsiev, uno degli amministratori del Kavkaz Center (sito propagandistico legato all’Emirato del Caucaso), sia stato ospitato per diverso tempo in Turchia. 11

La questione curda

Per quanto riguarda il “problema curdo”, Erdogan non ha messo in pratica alcuna misura concreta per giungere a una soluzione; la “solution process,” lanciata nel 2013, è tutt’oggi priva di risultati evidenti, con ovvio disappunto da parte della leadership curda. 12 Il presidente turco è inoltre recentemente entrato in conflitto con il governo, da egli stesso nominato lo scorso agosto, dichiarando che “non esiste un problema curdo” in Turchia. Il capo dello Stato, che secondo la costituzione dovrebbe essere super-partes, si è detto contrario alle ultime trattative fra il governo di Ankara e il leader storico del Pkk Abdullah Ocalan, con la mediazione del partito legale curdo Hdp. 13 Tutto ciò non stupisce, vista la posizione turca durante l’assalto dell’ISIS a Kobane nel quale i blindati turchi non hanno mosso un dito per fermare l’ISIS, in quanto molto più occupati a bloccare migliaia di volontari curdi che volevano unirsi ai militanti in difesa di Kobane. Nessuno si è però preoccupato dei jihadisti dell’Isis che facevano tranquillamente avanti e indietro tra Turchia e Siria e venivano curati in ospedali turchi nelle zone di Hatay e Gaziantep.

Guai in vista

Il noto giornalista turco Cengiz Candar ha fornito un quadro molto chiaro: le elezioni del prossimo giugno potrebbero terminare con risultati non graditi al presidente Erdogan; l’AKP è probabile che non otterrà la maggioranza assoluta e bloccare i social network è uno dei vari modi per “sbarazzarsi di controlli ed equilibri”. Gli utenti sono però riusciti ad aggirare i blocchi, tanto che in quelle ore il parlamentare Kemal Kilicdaroglu twittava che “la libertà di espressione non può essere limitata” e che “i turchi sfideranno le restrizioni”. Il Today’s Zaman ha poi messo in evidenza una situazione non particolarmente rassicurante per quanto riguarda il management economico-finanziario e i rapporti con la Banca Centrale, con un possibile tentativo di rimpiazzare i dirigenti con personaggi vicini al presidente, tra cui il genero Berat Albayrak e già coinvolto nelle inchieste per corruzione del dicembre 2013. 14 S Sul piano interno il dissenso nei confronti di Erdogan cresce, anche in ambienti precedentemente a lui vicini; a livello internazionale l’immagine del paese è notevolmente compromessa e vale la pena iniziare a chiedersi fino a che punto i paesi “alleati” della Turchia siano disposti a tollerare le spinte autoritarie di Erdogan, fattore di non poco conto considerata la situazione di estrema instabilità in cui si trova l’intero scenario mediorientale, con equilibri in costante mutamento.