Molto più vulcanico che istrionico, senza lasciar trasparire particolarmente il sottile, politicamente scorretto e oramai notorio sarcasmo che ha caratterizzato i suoi interventi precedenti, forte del consenso conquistato nel corso dell’intera campagna delle primarie, Donald Trump ha potuto presentarsi alla convention nazionale del Partito Repubblicano a Cleveland, Ohio, nelle vesti di rappresentante, investito dalla legittimazione elettorale, dei sentimenti e degli obiettivi politici dell’intero popolo del Grand Old Party. L’accettazione della candidatura conquistata dal tycoon newyorkese nel corso di uno dei più avvincenti round della storia delle primarie presidenziali americane arriva a circa un anno dall’annuncio della discesa in campo da parte di Trump, e conclude una corsa che ha spiazzato gli analisti politici americani, travolto i gruppi di potere tradizionalmente maggioritari in campo repubblicano e svelato apertamente numerose connotazioni della società americana contemporanea, soggetta a pulsioni, timori e tensioni largamente sottovalutate nelle annate precedenti. Come più volte ribadito in precedenti analisi pubblicate nei mesi scorsi su “L’Intellettuale Dissidente”, infatti, è bene sottolineare come la scarsa comprensione del fenomeno-Trump da parte non solo dei suoi avversari in campo repubblicano ma anche, e soprattutto, di numerosi componenti del sistema informativo e giornalistico sia stata la conferma di un’analoga, e decisamente più grave, mancanza di comprensione degli sviluppi interni e delle dinamiche in atto all’interno della società americana e del mondo politico a stelle e strisce.

Nel suo discorso conclusivo alla convention di Cleveland, Donald Trump ha compiuto un ulteriore salto di qualità nel suo metodo comunicativo, e dimostrato una volta di più la versatilità e la capacità di adattamento che gli hanno consentito di uscire vincitore dalla campagna elettorale delle primarie e di sconfiggere avversari troppo legati a vecchi schemi, dogmatismi e specifici centri di potere. Dall’ironico, rude e sfrenato Trump dei primi mesi, infatti, si è passati dapprima, in concomitanza con i primi voti in Iowa e New Hampshire, a osservare un candidato capace di saper canalizzare la sua contestazione anti-sistema nell’alveo di un riscoperto, e sino ad allora poco considerato, ultraconservatorismo e, infine, ad assistere all’entrata in scena del Trump candidato presidenziale, che ha voluto presentarsi alla convention repubblicana come l’unico uomo capace di unire il Grand Old Party contro i democratici. Ai discorsi pieni di gaffe, al programma confusionario e nebuloso di dodici mesi fa, alle prime mosse di un uomo che ha guadagnato credito dapprima per la sua palese diversità dai “volti noti” del Partito Repubblicano e in seguito attraverso la sistematica demolizione delle loro anacronistiche prese di posizione, sono subentrati interventi sicuramente meno mediaticamente clamorosi e proposte politiche sicuramente più organizzate e sistematizzate rispetto al passato, sebbene al loro interno sia possibile riscontrare ancora alcune semplificazioni decisamente vistose. Il magnate di New York, che ha sottolineato a più riprese la sua volontà di parlare a nome della nazione, ha inoltre acquisito nel corso del tempo la capacità di saper esporre le sue tesi più radicali in maniera ben più diplomatica rispetto al passato, e nuovamente ha visto nella comunicazione personale l’elemento decisivo a suo favore: oltre a promuovere le sue posizioni politiche personali, infatti, Trump ha necessità di convincere tanto gli elementi della base ancora restii a dargli credito quanto alcuni settori dei vertici delle reali possibilità detenute per la vittoria alle presidenziali, e dunque dell’inevitabilità della sua candidatura per propiziare il successo repubblicano. A tal fine, Trump nel suo discorso di Cleveland ha voluto contrapporre due immagini antitetiche: da un lato, ha presentato la Clinton e il Partito Democratico come i portavoce e gli artefici del caos, dall’altro ha voluto porsi come l’uomo intenzionato a riportare ordine e sicurezza negli Stati Uniti d’America.

Ordine e sicurezza. Due istanze ritenute dominanti da Trump, la cui commistione rappresenta il filo rosso che unisce tra di loro le differenti parti del discorso e in nome delle quali il candidato repubblicano promette di spendersi in caso di elezione a partire dall’insediamento alla Casa Bianca. Di fronte al popolo repubblicano che ha premiato a larga maggioranza le sue prese di posizione, Trump annuncia dunque una svolta significativa del movimento conservatore americano, leggibile alla luce del mutato stato di cose nel contesto interno americano e in quello planetario: ordine e sicurezza sono le parole chiave tanto dei progetti di Trump per le politiche interne agli USA quanto per quelli riguardanti le future mosse dell’America nello scacchiere internazionale. Proprio sul programma di Trump per quanto concerne gli affari geopolitici è opportuno focalizzarsi con doverosa attenzione; esso è stato molto meno commentato delle roboanti esternazioni di Trump riguardanti delicate questioni interne come l’immigrazione clandestina e la proliferazione delle armi, ma è altamente importante per inquadrare con precisione il fenomeno-Trump nel contesto storico, politico e sociale degli USA di oggi. Al tempo stesso, analizzando il programma di Trump in tema di esteri, si possono riscontrare anche alcuni limiti oggettivi della piattaforma su cui si basa la sua candidatura, a cui egli dovrà obbligatoriamente rimediare per potersi giocare al meglio le sue carte a novembre.

È nella geopolitica made in Trump, infatti, che si può leggere la strategia, dialetticamente rude ma elettoralmente premiante, con cui Trump è riuscito ad accattivarsi consensi tanto ampi e generalizzati: le sue dichiarazioni, infatti, disegnano un mondo in cui l’America si trova costretta a dover subire problematiche e difficoltà di varia natura e specie, dovute essenzialmente a fattori esogeni alla realtà del paese. Trump punta a pungere nel vivo l’orgoglio di milioni di statunitensi, ritrovatisi spaesati e disorientanti a causa del continuo succedersi di crisi e tensioni negli ultimi anni, rinforzando nelle loro menti l’idea della possibilità di ricostruire la grandezza dell’America, che è ritenuta zavorrata da una serie interminabile di complicazioni per le quali non sono considerati colpevoli i cittadini americani in sé, ma esclusivamente le classi dirigenti che hanno condotto le politiche del paese negli ultimi anni. In tal senso, in una stessa visione d’insieme vengono accorpate tra le motivazioni della diffusione sempre più incontrollata del caos le scellerate politiche statunitensi in Medio Oriente dal 2001 a oggi, le distensioni tuttora in atto nei rapporti diplomatici con Cuba e Iran, il lassismo di certi alleati europei della NATO nella contribuzione agli sforzi militari dell’alleanza e l’ascesa economica della Cina. America First! sarà, nelle intenzioni di Trump, il motto del suo discorso d’insediamento in caso di elezione alla Casa Bianca; l’ascesa del tycoon mostra quindi uno spaccato interno alla società americana entro il quale si possono leggere insicurezza, timore e diffidenza, nonché forti critiche all’operato delle ultime amministrazioni presidenziali (Bush jr. e Obama) sullo scenario internazionale. All’interventismo sfrenato dei predecessori Trump contrappone un ripiegamento su sé stessa dell’America che richiama parzialmente il mito dell’isolazionismo coltivato dagli Stati Uniti tra le due guerre mondiali: nulla di più diverso tentativi di realizzare concretamente il modello unipolare e inaugurare la prospettiva di un mondo governato economicamente, politicamente e militarmente da Washington, già bocciati dal susseguirsi degli avvenimenti ma perseguiti, in maniera più o meno continua a seconda dei frangenti, fino ai primi anni dell’amministrazione Obama. Il fenomeno-Trump, sul piano della politica internazionale, giunge come nemesi storica del neoconservatorismo, dottrina a lungo egemonica nel Partito Repubblicano e stroncata impietosamente al suo interno a seguito dei ripetuti fallimenti della leadership del Grand Old Party nell’individuazione di una concreta alternativa a Trump, essendosi uno dopo l’altro ritirati Jeb Bush, Marco Rubio e Ted Cruz.

La matrice di provenienza di Donald Trump non poteva che portare alla costruzione di un programma elettorale finalizzato, in primissima istanza, a considerare “ordine e sicurezza” non come fini in sé stessi, ma come funzioni imprescindibili per il conseguimento dell’obiettivo di fondo del ritorno alla sicurezza economica. L’approccio di Trump alla geopolitica non fa in questo senso eccezione, dato che alle accuse di favoreggiamento al disordine e al caos internazionale lanciato nei confronti dei bersagli dei suoi strali si accompagnano sempre precise sottolineature degli enormi costi affrontati dagli Stati Uniti a seguito delle scelte peregrine dei suoi governi, mentre al tempo stesso la contrapposizione con la Cina è pensata essenzialmente in termini di faccia a faccia tra sistemi economici. In prospettiva di un futuro ruolo da presidente, Trump non ha escluso la possibilità di compiere alcuni passi indietro riguardo all’impegno USA nella NATO proprio per poter ridurre gli elevati costi associati al mantenimento dell’Alleanza Atlantica, giungendo perfino a paventare la possibilità di non estendere automaticamente l’appoggio militare americano a un paese aggredito che non avesse adempiuto agli oneri di spesa richiesti dal trattato associativo.

Analizzando gli obiettivi di politica estera di Donald Trump, si legge un sistema decisamente meno raffinatamente costruito rispetto alle intricate e estese strategie neoconservatrici, al cui interno si possono leggere allo stesso tempo elementi razionali e contraddittori. Non si può negare, come detto da Trump, il ruolo determinante giocato dagli USA nella deflagrazione del caos in Medio Oriente né, al tempo stesso, la dimensione colossale delle cantonate prese da Hillary Clinton nel corso del suo mandato da Segretario di Stato. Al tempo stesso, tuttavia, è difficile inquadrare una visione di insieme che possa fare da presupposto a un piano di azione organico prese di posizioni su ambiti molto diversi tra loro e, in alcuni casi, non complementari. La contestazione fatta da Trump alla riapertura a Iran e Cuba, infatti, sembrerebbe dettata da calcoli elettorali piuttosto che da esigenze strategiche concrete e, in generale, il quadro complessivo basato su “ordine e sicurezza” appare un contenitore forse troppo ampio entro cui racchiudere il complesso di obiettivi in campo esterno e interno di un’eventuale amministrazione Trump. Seppur più “presidenziale”, più unificatore e meno contradditorio rispetto al passato, in definitiva Trump deve sicuramente limare alcune parti del suo programma per poter giocare al meglio le sue possibilità di vittoria nei confronti di Hillary Clinton. Tra queste figura senz’altro la politica internazionale, ambito nel quale Trump necessita di fare maggiore chiarezza circa i suoi intenti definitivi e, soprattutto, dare maggiore profondità alle sue prese di posizione che necessitano di venire organizzate le une rispetto alle altre: solo così si potrà ritenere effettivamente sviluppata e dispiegata un’autonoma “dottrina Trump”.