Da quando nel 2014 l’Arabia Saudita ha intrapreso la sua guerra personale contro lo Yemen sono morte più di 10.000 persone, di cui almeno 3.200 sono vittime civili. La scorsa settimana è stato pubblicato dal Segretariato Generale delle Nazioni Unite il report annuale che contiene le informazioni sulla situazione dei bambini nelle zone di conflitto. Il lavoro di monitoraggio che questo organo svolge si avvale del supporto informativo di tutte le entità presenti nelle zone di guerra per tutelare la difesa dei diritti umani, dalle ONG ai canali meno limpidi e istituzionali, indi per cui il risultato di questo lavoro è solitamente affidabile. Da quando sono ricominciati i bombardamenti nei confronti dei ribelli Houthi nel marzo del 2015, le bombe sganciate dalla coalizione saudita hanno provocato, solo tra i bambini, 510 morti. Il documento pubblicato dalle United Nations insiste che almeno altri 667 bambini siano rimasti feriti più o meno gravemente, e vedendo le poche immagini che a volte arrivano dallo Yemen si può immaginare l’effetto che un’esplosione possa provocare sul corpo di un ragazzo nemmeno adolescente. Proprio per questo si pensa che molti di quei giovani, troppo giovani, 667 feriti non ce l’abbiano fatta. Inoltre nel report reso pubblico la scorsa settimana ci sono chiare prove che dimostrano come la maggior parte dei bombardamenti compiuti da parte di Riyadh abbiano avuto come obiettivo scuole e ospedali. Testuali sono le parole che si possono trovare scritte nelle pagine del fascicolo pubblicato dal Segretariato Generale: “Le violazioni dei diritti umani dei bambini sono aumentate proporzionalmente all’inasprirsi del conflitto. Ed è provato che la coalizione a guida saudita abbia portato a termine numerosi attacchi contro infrastrutture mediche e scolastiche.”

Fino a qui sembra che le Nazioni Unite abbiano fatto il loro lavoro. E invece no, se per lavoro si intende la difesa del diritto di un bambino di non essere bombardato mentre studia in una scuola. Perché l’unica difesa che sembra interessare a questa vergognosa entità “politica” occidentale è quella degli affari. Sempre e solo affari economici. Perché mentre i ribelli Houthi, le forze del governo e le milizie filo-governative sono nella “lista nera” delle Nazioni Unite da 5 anni, Riyadh questo lunedì ha chiesto che il nome del suo paese venisse tolto dalla lista stilata dal Segretariato Generale, definendo le parole pubblicate da quest’ultimo “estremamente esagerate.” “Noi usiamo i sistemi di bombardamento più precisi in circolazione”, hanno fatto sapere. L’inviato saudita alle United Nations Abdallah Al-Mouallimi ha chiesto questo lunedì che il report venga corretto immediatamente, perché le accuse riportate non riflettono in alcun modo la realtà. “Nel caso ci fossero vittime civili e di bambini causate dai bombardamenti di Riyadh – ha continuato Al-Mouallimi – il numero sarebbe sicuramente inferiore a quello presentato nel report.”

L’inviato saudita non ha fatto in tempo a concludere la sua arringa che l’invertebrato Ban ki-Moon, ridestatosi trasognato dal suo colpevole stato di perenne, vigliacca reticenza, ha fatto sapere attraverso il suo ufficio: “L’Arabia Saudita sarà temporaneamente rimossa dalla lista dei paesi che compiono gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini nelle zone di guerra.” La rivista Foreign Policy ha dichiarato che i diplomatici sauditi abbiano presentato un vero e proprio ricatto ai più alti funzionari delle Nazioni Unite. Ovvero, o voi togliete il nome del nostro paese dalla lista di coloro che compiono crimini di guerra nei confronti dei bambini, oppure noi convinceremo i governi arabi della zona e i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica ad interrompere i rapporti economici con le U.N. Non sia mai. E allora con un colpo di bianchetto via il nome dell’Arabia Saudita. Quello si leva con un colpo di bianchetto si, ma il ricordo dei bambini morti mentre giocavano in strada o studiavano a scuola no, quello no.