Ci risiamo. Come nel più banale remake di uno splatter di serie b, come in un dejà vu fin troppo vicino nel tempo, gli eventi si ripetono. Non serve guardarsi molto indietro per rivedere una piazza gremita, che protesta per quella o per quell’altra ragione, l’importante è che si inauguri la solita caccia alle streghe. È così che per tutta la scorsa settimana a Yerevan, capitale dell’Armenia, si sono susseguite una serie di proteste (per il momento pacifiche) contro l’aumento delle tariffe per l’energia elettrica del 16,7%, vale a dire 48,78 Dram, o 5 Rubli e 60 Copechi, o 0,09 Euro per kWh. Così che, a più riprese, dal 19 al 23 giugno poche migliaia di persone sono scese in piazza Libertà nella capitale per protestare contro i rincari decisi da “Armenian Electric Networks”, compagnia controllata al 100% dalla russa “Inter RAO”. Le sollevazioni contro la compagnia sarebbero dettate da sospetti di corruzione all’interno della stessa, motivo per cui il presidente armeno Serzh Sargsyan si sia mosso immediatamente affinché la società fosse sottoposta ad investigazioni, ed in ogni caso ha promesso che il governo centrale si farà carico delle spese dovute all’aumento dei prezzi tramite bilancio pubblico, tagliando i fondi destinati alla difesa.

Il sit-in di protesta pacifica, che si è tenuto inizialmente di fronte al teatro dell’opera di Yerevan per poi spostatosi verso Viale Baghramyan, dove si trova la residenza presidenziale, è stato guidato dal movimento “No to robbery”, spalleggiato dal partito di opposizione “Nasledye” (Heritage), ed insiste nel voler rivendicare oppressione e corruzione del governo in carica, e che quindi quest’ultimo debba essere immediatamente sollevato dal mandato. Ciò che viene sottolineato dalla stampa locale è come la polizia si sia destreggiata in una pacifica azione di contenimento, invitando i manifestanti ad abbandonare le strade illegittimamente occupate. Non soddisfatti, nelle ore successive gli oppositori si sono lanciati in una invettiva contro l’“occupazione russa”. È evidente come la situazione stia assumendo gradualmente i connotati di una protesta di massa contro il governo centrale e gli ottimi rapporti con la Russia, primo partner commerciale del Paese. La pietra dello scandalo si identifica nell’adesione da parte dell’Armenia all’Unione Economica Eurasiatica, che prevede la creazione di un’area di libero scambio tra Russia, Bielorussia, Kazakhstan e la stessa Armenia a partire proprio da quest’anno. I problemi per Yerevan inizierebbero proprio se il popolo dovesse iniziare a dubitare della correttezza della scelta di entrare nella EEU.

La preoccupazione per gli eventi della capitale armena è stata già espressa dai vertici del governo russo, con comunicati ufficiali di Dmitry Peskov, portavoce ufficiale del presidente Putin, e del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Vari analisti ed esperti fanno notare come l’ondata di proteste proseguirà con relativa certezza dal momento che, come si è visto, domenica in serata i capi dei dimostranti hanno rifiutato le proposte avanzate dal governo circa l’assunzione in carico da parte della cosa pubblica delle spese eccedenti. Sembra quanto mai pretestuoso e tendenzioso questo comportamento, e non fa che alimentare i sospetti di quella che è stata già ribattezzata come l’“Elettro-Maidan”, visto il nesso causale con le sollevazioni e le similitudini – si spera solo lontane – con i fatti della piazza di Kiev.

Secondo ciò che il direttore del Centro per gli Studi Geopolitici della Federazione Russa, Valery Korovin, ha dichiarato a RIA Novosti, tali proteste assumono le usuali caratteristiche delle rivoluzioni colorate che hanno colpito i Paesi ex membri dell’Unione Sovietica che, nelle modalità con le quali si verificano, sono riconducibili ad un modello preconfezionato Made in the US da strateghi americani. La ragione di fondo che starebbe alla base di tali nuovi mosse sarebbe quella di chiudere alla Russia l’ultimo collegamento via terra con l’Iran, e quindi lo sbocco sui mari caldi. Inoltre, un assoggettamento dell’Armenia all’imperialismo americano chiuderebbe così il cordone sanitario che Washington sta cercando di costituire intorno alla Russia, così da accerchiarla a Sud e ad Ovest ed isolarla territorialmente. L’Armenia – così come lo era in passato l’Ucraina – costituisce un importante partner strategico per la Russia, così come Mosca lo è per Yerevan. Il Cremlino, infatti, rappresenta il contrappeso fondamentale nell’equilibrio della calda regione del Caucaso, da decenni dilaniata da guerre per la rivendicazione di questo o quell’altro territorio – la stessa Armenia è coinvolta nel conflitto per la potestà del Nagorno-Qarabag con l’Azerbaigian, e la presenza delle forze di peace enforcement russe hanno momentaneamente congelato il conflitto.

L’eventualità di una perdita di stabilità della zona caucasica condurrebbe senza dubbio ad un ampliamento a macchia d’olio del focolaio di crisi della zona mediorientale, caricando in capo agli Stati Uniti l’ennesimo tassello in un mosaico di guerra e distruzione in nome della “democrazia”. La lista si allunga, dopo Iraq, Syria, Egitto, Libia e Ucraina, il prossimo obiettivo di Obama sulla via per Mosca è un piccolo e povero stato dell’Europa sud-orientale che, tra tutte le sue difficoltà, cerca di rimanere a galla in un’area in cui affondare è semplicissimo – soprattutto se ti viene legato al collo il gravoso macigno del liberalismo.