La luce in fondo al tunnel non si intravede, anzi, sembra di essere in un buio sempre più impenetrabile, che difficilmente può dissiparsi. La Grecia, oggi, vaga in un dantesco limbo finanziario e, come un Caronte imperturbabile ed impotente, il Fondo Monetario traghetta il Paese ellenico da una sponda all’altra dello Stige, tentando ora di riaccompagnare Atene in superficie, ora accostandosi alle porte dell’Inferno. E secondo quanto dichiarato nel pomeriggio di giovedì dal capo del FMI Christine Lagarde, Tsipras e compagni sono più vicini alla sponda maledetta del fiume. Ebbene lo spettro della Grexit sembrerebbe configurarsi sempre più come una realtà concreta del prossimo futuro, e le istituzioni lo ammettono oramai con malcelata disinvoltura. In occasione della Conferenza dei G7 di Dresda, proprio la Lagarde ha dichiarato di fronte ai media tedeschi che non vi sono ragioni tali da insistere su una riuscita ottimistica delle trattative tra creditori e obbligati, e che quindi l’Europa dei 19 potrebbe nel giro di 5 mesi tornare a contare 18 membri: Atene deve restituire 300 milioni di euro entro il 5 giugno, e coprire delle tranche di rimborso all’istituzione per 1,6 miliardi entro la fine del prossimo mese, in un contesto di assoluto stallo delle trattative sulla ristrutturazione del debito corrente e sulla possibilità di nuove iniezioni di denaro fresco nelle casse del Paese dell’Egeo. Uno scenario raccapricciante che convince mercati e opinione pubblica della potenziale realizzazione del “peggio”,sebbene gli eurocrati rassicurino che quand’anche la Grecia dovesse realmente tornare a battere moneta nazionale, non ci dovrebbero comunque essere rischi sulla sopravvivenza della valuta unica continentale.

Le conseguenze per il sistema economico europeo, ceteris paribus, sarebbero relativamente trascurabili, se l’episodio restasse isolato. Certo, la povera Grecia si troverebbe ad affrontare un inevitabile quanto fatale default, che non impatterebbe direttamente sulle altre economie deboli del continente per opera del Quantitative Easing di Mario Draghi, così che la torta avvelenata dei debiti di Atene sia digerita con la moneta stampata da Francoforte e non caricata sui bilanci degli istituti privati. L’allarme vero e proprio è la speculazione finanziaria su quei Paesi che, nel breve periodo, risentirebbero del crack greco, mettendo a repentaglio un equilibrio già estremamente instabile sul quale danzano pericolosamente le loro economie, Italia in primis. Perché si, Tsipras e il battagliero Varoufakis non sono riusciti a mettere a punto un piano d’azione efficace, pur sempre rivendicando la volontà di negare un regime di austerity ai già esausti cittadini greci. Cosa che, purtroppo, in Italia non accade, con tassazione esasperata e riforme elettoriali-dittatoriali in cantiere. Non si sa se augurarsi un abbandono dell’Euro, così da creare un importante precedente da imitare per la nutrita frangia di scettici che nel continente continua ad ingrossare le sue fila; sta di fatto che, in ogni caso, si tratterebbe di un fallimento di portata politica eccezionale. Tutti coloro che sulla moneta unica avevano sognato, costruito un futuro, speculato, messo la faccia, dovranno fare i conti con la delusione di una strategia pluridecennale non riuscita. Il j’accuse non sarebbe però da rivolgere soltanto alle amministrazioni di ogni singolo stato, che sì, mal si sono adeguate, in buona parte dei casi, all’avvento di questa nuova economia europea. Ma già a dieci anni di distanza da Maastricht, ci si era resi conto che l’Europa aveva crisi di legittimità, democraticità e soprattutto identità.

La Grecia, qualora decidesse effettivamente di tornare alla dracma, compierebbe una scelta di protesta, oltre che di necessità, contro un’Europa tecnocratica che non è stata in grado di accogliere fino ad ora le esigenze dei suoi cittadini, prostrandosi alle rigide quanto immorali regole del mercato, mai riuscendo ad infondere quel sentimento di comunità che all’indomani del conflitto mondiale si era ardentemente desiderato. L’integrazione europea passa sì dall’economia prima che dalla politica, ma senza “l’umanita” istituzionale, la strada resta interrotta.