Sono da poco passati dieci anni da quel tragico 4 marzo dove, per salvare Giuliana Sgrena, giornalista de “Il Manifesto”, perse la vita uno dei più abili funzionari del “Sismi”, Nicola Calipari. Quel giorno Calipari non venne ucciso dal fuoco nemico. Al contrario, il pericolosissimo blitz architettato per salvare la vita dell’ irresponsabile giornalista, la quale non ha mai dimostrato una grande gratitudine verso le forze armate anche dopo l’accaduto, riuscì perfettamente. Quel giorno invece Calipari venne ucciso da quello che doveva essere il “fuoco amico”: una raffica di mitragliatrice colpì la macchina in cui viaggiavano Calipari e la Sgrena, uccidendo il primo e ferendo la seconda. La raffica venne esplosa ad un posto di blocco americano sulla Irish Route da un marine (oramai ex-marine), tale Mario Louis Lozano.

Ma cosa successe in seguito a Lozano? Ci fu un giusto processo? Quel che accadde ebbe dell’incredibile: non solo il processo non vide vincitrice la parte lesa, ossia lo Stato Italiano e la famiglia Calipari, ma l’assenza dell’imputato sul suolo italiano finì per far valere, come condizione fondamentale, l’improcedibilità di Lozano. In definitiva, il processo non ebbe mai inizio. La strategia della difesa dell’ ex-marine trovò i propri fondamenti proprio su questa semplice regola, la quale raccolse i frutti sperati, nonostante la famiglia di Calipari non fosse rimasta a guardare. Riprendendo un articolo de “IlSole24Ore”, datato 22 ottobre 2007, possiamo leggere le dichiarazioni dell’allora avvocato della famiglia Calipari, Franco Coppi:” Il governo Usa ci ha trattato da pezzenti, prendendoci a schiaffi in faccia, rispetto a questa faccenda. In questa storia, in questo processo, noi aspettiamo la decisione di Lozano nel confrontarsi con questa accusa. Lui ha tutto il mondo a disposizione ma non venendo in Italia impedisce il realizzarsi di un nostro diritto ad avere un processo, a capire, ad accertare cosa è avvenuto”. L’ultima frase di Coppi rappresenta il motivo per il quale questo processo avrebbe avuto una rilevanza enorme. Non interessava infatti agli inquirenti semplicemente condannare Lozano e fargli pagare il danno provocato, ma capire se l’errore fu solo suo, quindi meramente colposo, oppure se dietro al gesto del marine ci fosse stato un ordine ben preciso, partito dal centro di comando. In tal caso il fatto sarebbe stato ben più grave, dal momento che le istituzioni americane erano al corrente del blitz in corso per salvare la Sgrena.

Probabilmente, anche a causa del timore verso questa vicenda e il clamore che avrebbe potuto provocare, il processo venne stroncato sul nascere. Gli Stati Uniti infatti ottennero la richiesta di assumere la giurisdizione esclusiva del caso, nonostante tale richiesta fosse stata contraddetta da un precedente storico, ossia quando gli stessi Stati Uniti, durante il sequestro dell’ Achille Lauro, chiesero l’immediata estradizione dei terroristi catturati a Sigonella. La Corte di Assise, il 25 ottobre del 2007, decise di prosciogliere da ogni accusa Lozano e si piegò alle richieste (o ordini) americani, scrivendo così una delle pagine più oscure della giustizia italiana, una pagina in cui tutto il nostro servilismo venne una volta per tutte a galla per come è, putrido e viscido. Stesso discorso vale per la nostra diplomazia: purtroppo, specialmente davanti ai potenti “alleati” americani, la diplomazia italiana perde di ogni valore, si auto-reprime, si svilisce e infine si scioglie, come neve al sole. Peccato che oramai per sciogliere questa neve non serva più il sole, ma basti anche solo il calore prodotto da un lumino. Dopo dieci anni Lozano è libero. Dopo dieci anni Calipari è ancora morto, sempre più morto.