Mentre l’accordo tra la Russia e gli Stati Uniti è in un “limbo” – parole di Lavrov -, o meglio, morto come ha annunciato ieri il Dipartimento di Stato americano, si delinea già il primo bilancio dell’intervento di un anno (30 Settembre 2015) in Siria. L’aviazione e la marina russa hanno colpito più di 30.000 obiettivi, inclusi impianti estrattivi, raffinerie mobili e autocisterne per bloccare una consistente parte del “bilancio” dell’Isis. Se lo scopo iniziale del dispiegamento era di impedire l’imminente caduta di Damasco, in breve tempo il supporto russo ha consentito all’esercito siriano di tornare all’offensiva e – grazie alla collaborazione di Hezbollah e dell’Iran – di riconquistare più del 20% del territorio caduto in mano all’Isis. Il punto di svolta si è raggiunto lo scorso marzo con la riconquista di Palmira e della autostrada che collega l’antica città con il nord del Paese. Al di là delle implicazioni geopolitiche che l’eventuale perdita dell’alleato siriano avrebbe comportato, il ragionamento del Cremlino si basava anche sui dati dei foreign fighters presenti in Siria: almeno 2.500 russi e altri 3.000 provenienti dalle repubbliche ex-sovietiche. Caduta Damasco questi veterani sarebbero tornati da vittoriosi in Cecenia, Daghestan e in Asia Centrale per imporre un Califfato dall’innegabile appeal mediatico. Ufficialmente, infatti, lo scopo della missione russa è sempre lo stesso: preservare i confini attuali della Siria, tutelare le minoranze (alawita, cristiana e sciita), non il mantenere a ogni costo Assad al potere, ma vigilare sulla futura transizione politica, mantenendo al contempo le basi navali sul Mediterraneo.

L’intervento militare – il primo fuori dai confini dai tempi dell’Afghanistan – è servito indubbiamente per dimostrare lo stato di prontezza dell’esercito russo e come vetrina per i nuovi mezzi e armi sviluppate negli ultimi anni e anche per rafforzare la collaborazione con altri attori regionali come l’Iran e l’Iraq. L’atteggiamento iniziale del Cremlino è stato quello di puntellare il regime, impedendo la vittoria e il dilagare dell’Isis fino al Libano, confidando di imporre uno stallo che avrebbe costretto gli sponsor dei “ribelli” (Usa, Turchia, Francia, Arabia Saudita e le altre petromonarchie) a trovare una soluzione diplomatica del conflitto. Questo è stato lo spirito che ha condotto agli accordi di Vienna e alla recente intesa con Washington per una tregua umanitaria. Di fronte alle continue violazioni del cessate il fuoco da parte dei “ribelli” e alla palese mancanza di volontà americana di rispettare i termini dell’accordo, ormai la Russia si è convinta che l’unica soluzione al conflitto sia di tipo militare. L’escalation di raid e bombardamenti su Aleppo est di questi ultimi giorni, rientra in una strategia volta a piegare la resistenza e il “sequestro” dei 200mila abitanti da parte degli jihadisti. Lo scopo dei bombardamenti è ora quello di distruggere ogni infrastruttura indispensabile alla sopravvivenza nei quartieri occupati, offrendo al contempo la possibilità ai civili assediati di fuoriuscire dalla città e alla resa dei terroristi.

Una strategia già sperimentata a suo tempo a Grozny, che comporta l’utilizzo di munizionamento “pesante” (bombe da bunker e razzi termobarici) per obbligare l’esodo della popolazione e permettere all’esercito di entrare in città per ripulirla dai miliziani. L’accelerazione a questo modus operandi è stata data dopo la palese incapacità americana di dividere i “moderati” dagli jihadisti e dalla volontà di risolvere l’assedio prima del probabile insediamento della Clinton alla Casa Bianca. Non rimane quindi che attenderci ogni giorno nuove accuse di violazioni dei Diritti umani da parte del sedicente Osservatorio Siriano basato a Londra e delle iniziative dell’Onu per nuove tregue, che non farebbero altro che permettere ai terroristi di rifornirsi di nuovi armi e di prolungare l’agonia di Aleppo. Nel frattempo gli sponsor dell’opposizione senza se e senza ma ad Assad studiano le contromosse per controbattere all’offensiva aerea; indecisi se consegnare le pericolosissime armi antiaeree portatili ai “ribelli” o artiglieria mobile per colpire le piste da cui partono i raid, con il rischio che siano utilizzate contro i civili. L’unica certezza è che, dopo l’accordo tra Putin ed Erdogan, il tempo per i terroristi stringe e che i russi con i loro alleati sono ormai decisi a risolvere il conflitto sul campo nel minor tempo possibile.