Legalità, legittimità, autorità. Tre concetti cruciali, tre capisaldi irrinunciabili per i governanti di qualsiasi Stato, tre voci distinte che, secondo i principi di corretta gestione della sfera governativa, dovrebbero accordarsi all’unisono in un ensemble armonico. Auspicarsi che ciò si verifichi continuativamente è, oggigiorno, ottimistico persino negli Stati caratterizzati da consolidati e longevi apparati democratici; irrealistico, invece, in contesti delicati come quello libico, in cui poteri esterni hanno cercato di imporre motu proprio legittimità, legalità ed autorità in maniera arbitraria. L’ONU ha cercato infatti di porre fine al travaglio di un paese sconvolto dalla guerra civile e dal continuo conflitto tra i diversi gruppi tribali imponendo quello che nelle ottimistiche aspettative dei delegati del Palazzo di Vetro, presieduti dal tedesco Martin Kobler, avrebbe dovuto essere un “governo di unità nazionale” presieduto da Fayez al-Sarraj, politico scarsamente noto nel suo stesso paese e con alle spalle una carriera di rilievo poco significativo. I piani della comunità internazionale hanno dovuto ben presto scontrarsi con la realtà della situazione libica, che poco si presta a essere risolta con intrighi e sottigliezze diplomatiche: dopo un incoraggiante inizio caratterizzato dal riconoscimento da parte della fazione basata a Tripoli della legittimità di al-Sarraj, il premier designato ha visto le sue ambizioni frustrate dal Parlamento di Tobruk, restio a accordare il via libera al nuovo esecutivo. La sessione del Parlamento che avrebbe dovuto votare la fiducia ad al-Sarraj, prevista inizialmente per il 18 aprile, è stata infatti rinviata a data da destinarsi. Si è venuta dunque a verificare una situazione di stallo, scarsamente funzionale alla risoluzione dell’annosa crisi che attanaglia la Libia: il governo sponsorizzato dall’ONU è, di fatto, nient’altro se non una delle fazioni sul terreno; ogni pretesa di una rapida apertura al completo controllo della Libia è svanita. La sua reale influenza è decisamente ristretta, poco più ampia di quella che era di competenza dell’esecutivo di Tripoli in carica sino a poche settimane fa.

Tuttavia, al-Sarraj rappresenta per gli attori internazionali coinvolti nel teatro libico il depositario dei tre capisaldi di legittimità, legalità ed autorità che, seppur posseduti solo sulla carta, lo rendono oggigiorno l’unico interlocutore accettato dall’Occidente. Un Occidente a cui al-Sarraj non ha tardato a rivolgersi annunciando, nella giornata di ieri, la più clamorosa iniziativa da lui intrapresa nella sua giovane esperienza di governo. Prendendo a pretesto le infiltrazioni di miliziani affiliati alla locale sezione dell’ISIS negli impianti petroliferi, al-Sarraj si è infatti rivolto all’ONU per richiedere assistenza ed aiuto per procedere alla difesa di siti di estrazione, raffinerie e oleodotti. Dichiarazioni che, implicitamente, rappresentano il presupposto fondamentale per l’arrivo di truppe straniere nel paese, attraverso le quali il governo al-Sarraj getta la maschera e mostra dunque le reali motivazioni che hanno portato alla sua genesi: trovatesi con le mani legate dopo che la Libia del post-Gheddafi era sfuggita loro di mano, le potenze coinvolte nel Mediterraneo hanno optato per rientrare nello scacchiere attraverso vie alternative, investendo un governo di legittimità e legalità al fine di poter imporre la loro autorità. Non è un caso infatti che la richiesta di aiuto di al-Sarraj sia stata lanciata a poche ore dal summit del castello di Herrenhausen (Hannover) tra Obama, Hollande, Merkel, Renzi e Cameron avente all’ordine del giorno proprio il caos libico. I cinque leader, come da programma, non hanno mancato di rispondere favorevolmente alle richieste del loro alleato. Il ghibli porta tempesta: tra la fine della primavera ed estate c’è da aspettarsi un’accelerazione sensibile del processo di coinvolgimento internazionale sul territorio libico.

 Dal 2011 a oggi, le varie crisi vissute dalla Libia hanno alimentato un fiume nel quale sono venuti a mescolarsi in continuazione sangue e petrolio. Furono le ambizioni predatorie di Sarkozy e Cameron, desiderosi di mettere le mani sui pregiati giacimenti di materie prime e i ricchi fondi sovrani governativi controllati dal regime di Gheddafi, a motivare l’intervento armato del marzo 2011 contro le forze armate lealiste, a causare la caduta del Colonnello e a spalancare alla Libia le porte sul baratro. Il ricordo dell’impresa neocoloniale condotta dall’Occidente attraverso le forze aeree NATO e di ciò che ne seguì dovrebbe far riflettere: il completo sfascio della Libia come stato sovrano ed unitario, il subitaneo ritorno in auge delle fazioni tribali, delle milizie dei “signori della guerra” e dei gruppi terroristici, nonché la completa rovina dell’infrastruttura e del sistema economico libici sono stati la principale causa della seconda, traumatica guerra civile deflagrata nel 2014. I pozzi petroliferi tanto agognati dai fautori della guerra del 2011 sono diventati gli obiettivi strategici fondamentali per tutte le fazioni in lotta, prima e dopo la polarizzazione attorno ai due grandi schieramenti basati a Tobruk e Tripoli, che ne agognavano il controllo al fine di garantirsi l’approvvigionamento energetico e le entrate monetarie necessarie per condurre le operazioni belliche. Petrolio chiama sangue, sangue chiama petrolio. È un destino infausto, quello di molte nazioni produttrici di oro nero, a cui la Libia non è potuta sfuggire. Lo sconvolgimento del paese causato dal traumatico esito del conflitto civile del 2011 ha consentito al fondamentalismo di prendere piede nel paese; anno dopo anno, diverse fazioni tribali hanno iniziato a dichiarare la propria affiliazione alle multinazionali del Terrore, ad Al Quaeda, all’ISIS. Sottoprodotto della guerra occidentale a Gheddafi, esse rappresentano oggigiorno la mina vagante, la minaccia più difficile da sradicare per garantire alla Libia un futuro sicuro. Contro queste cellule al-Sarraj chiede protezione, invocando l’aiuto delle armi occidentali. Sembrano un copione già scritto le parole pronunciate dal premier dell’incompleta unità nazionale: esse potrebbero di fatto certificare il coinvolgimento della NATO in un’ennesima, incerta avventura bellica, priva di alcuna reale legittimazione e motivazione diversa dalle decrepite volontà neocoloniali che animarono l’intervento del 2011. Molti dei protagonisti non sono cambiati, da quel marzo 2011: oggi come allora, nonostante gli screzi degli ultimi giorni, il fronte interventista vede alla sua testa Barack Obama e David Cameron, mentre per l’Italia c’è da attendersi un coinvolgimento diretto, anche alla luce dell’importanza data da al-Sarraj alle relazioni con Roma, sottolineata dalla recente visita di Gentiloni in Libia e dal colloquio telefonico avuto dal premier con Renzi il 25 aprile.

Nel frattempo, carichi di armi, mezzi blindati ed equipaggiamento provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi e dall’Egitto raggiungono in continuazione le forze armate dell’enigmatico governo di Tobruk e del suo uomo forte, il generale Khalifa Haftar. Tali spedizioni sono cresciute di numero e frequenza a partire dall’insediamento di al-Sarraj e, sebbene Tobruk motivi il loro invio con le necessità di riarmo del suo esercito in vista della programmata offensiva su Sirte, roccaforte del sedicente Stato Islamico, la tensione tra il governo assestato in Cirenaica e quello basato in Tripolitania è palpabile, vista anche l’assoluta contrarietà di Haftar e dei suoi allo sbarco di soldati stranieri sul suolo libico. Le parole di al-Sarraj rischiano di scoperchiare l’ennesimo vaso di Pandora, e non sono di certo funzionali a sciogliere gli intricati nodi con cui è alle prese la Libia. Lungi dal rappresentare il popolo libico, egli è legato a doppio filo coi propri protettori internazionali, che attraverso la sua figura provano nuovamente a ristabilire compiutamente le loro posizioni sul suolo libico. Il fallimento della linea dell’ONU apre la strada al coinvolgimento militare diretto delle potenze occidentali, che a breve potrebbero trovarsi costrette a scendere in campo in prima persona per cercare di conservare la loro area di influenza, essendo stata dimostrata una volta di più l’impossibilità di imporre dall’esterno legalità, legittimità e autorità, calando dall’alto soluzioni preconfezionate per contesti di crisi.