La strada per una soluzione della crisi libica sembra attualmente tutta in salita. Il governo di Tobruk ha recentemente ostacolato qualsiasi tentativo di appeasement al fine di creare un governo di unità nazionale, opzione auspicata da buona parte delle cancellerie diplomatiche europee e dall’apparato onusiano. Tuttavia mentre il conflitto con Tripoli si inasprisce, l’ISIS avanza nella Libia centrale conquistando uno strategico villaggio sul Golfo della Sirte, ponte verso i maggiori terminal petroliferi del paese. La minaccia posta dalla formazione dello Stato Islamico insediatosi a Derna nell’ottobre 2014 è puramente in fieri e se da un lato le truppe del generale Haftar e l’intervento egiziano ne hanno arrestato brevemente la virulenza, dall’altro i gruppi jihadisti che insieme alla microcriminalità si spartiscono il controllo della fascia costiera continuano ad espandersi. Riferirsi a questi sodalizi terroristico-criminali con il nome dell’ISIS è però giusto unicamente se si accetta di seguire il modello di decentralizzazione e di marketing pubblicitario che era prima di al-Qa’eda e oggi di al-Baghdadi. Questi gruppi costieri infatti, in buona parte facenti parte precedentemente di Ansar al-Shar’ia, hanno semplicemente giurato fedeltà al Califfo al-Baghdadi, adottato gli stendardi neri con la shahada e proclamato a loro volta Derna e ditorni wilaya, ovvero “provincia” dello Stato Islamico. L’affiliazione è stata dunque puramente ideologica, in funzione di distacco dalla vecchia propaganda qaedista che non sembra più attrarre come prima i giovani combattenti. D’altronde anche i terroristi seguono le mode, e l’ISIS è certamente la moda malata del momento.

Oltre ai due governi di Tobruk (Brigate Zintan) e Tripoli (Brigate di Misurata), al Califfato di Derna, alle incursioni sporadiche egiziane, zone della Libia sono attualmente sotto controllo delle etnie berbere Tuareg nel sud-ovest e di minoritarie forze locali nel nord-est, nei pressi della costa di Tripoli. In questo scenario asimmetrico, pluripolare e in continuo dinamico cambiamento, i fondamentalisti dell’ISIS hanno preso possesso di Harawa, un centro abitato di 2600 abitanti a circa 70 km a est di Sirte dove, nei giorni scorsi, è stata issata la bandiera nera con la shahada dopo che gli anziani del villaggio, in seguito a crudi combattimenti, hanno ceduto all’assedio. Per i gruppi jihadisti questa conquista è un vantaggio strategico territoriale poiché consente una continuità e una testa di ponte da Sirte fino alla roccaforte di Nawfaliyah più a est; a questo si aggiunge il controllo della strada che dopo altri 50 km circa giunge ai maggiore terminal petroliferi della Libia, quelli di Ras Lanuf. Il rischio posto dalla minaccia islamista alle pipeline libiche è estremamente elevato, tanto che la NOC (compagnia petrolifera nazionale libica) ha dichiarato lo scorso marzo lo stato di “forza maggiore” in ben 11 campi petroliferi, gli stessi campi che erano stati al centro di fuoriosi combattimento tra l’esercito fedele a Tobruk e le milizie di Misurata. E fu proprio il ritiro repentino di quest’ultime ad aprire la strada all’ISIS ad ovest di Sirte. In questo modo la presenza jihadista veniva a coagularsi intorno a sacche di resistenza che coinvolgono attualmente il “Califfato” di Derna, 700 km a est in Cirenaica, gruppi che si contendono il controllo di Bengasi e ancora a circa 250 km a sud di Sirte, nel distretto di Jufra, e probabilmente con un ramo minoritario a Sabratah.

Le attività dei miliziani islamisti, oltre ai tentativi di espansione territoriale, coinvolgono attualmente il controllo del traffico di esseri umani, la raccolta anche coatta delle elemosine (zakat) e l’addestramento dei nuovi proseliti jihadisti. La diffusione dei campi di addestramento è infatti diventata, oltreché un affare redditizio, anche un pericoloso riproporsi delle dinamiche già conosciute in Afghanistan negli ’80-’90. Non soltanto l’ISIS e Ansar al-Sha’ria infatti, ma anche pericolosi frange di AQMI (al-Qa’eda nel Maghreb Islamico), attenzionate dall’Algeria e dalla Tunisia, hanno istituito le loro “centrali del terrore” a 40 km dal confine tunisino. Nell’analisi della complessa situazione libica, non si può non domandarsi quanto Tobruk e Tripoli siano però effettivamente preoccupati dalla presenza jihadista e quale guadagno possano ricavare dalle azioni dello Stato Islamico. E’ infatti quantomai paradossale la totale assenza di volontà nel soggiogare duramente queste sacche di resistenza (tutto sommato ancora di ridotte dimensioni) e l’ambiguità con cui si sono approcciati al doloroso problema del traffico di esseri umani nel Mediterraneo. Dopo aver ribadito un secco diniego all’opzione militare europea, essi continuano a respingere allo stesso modo ogni tentativo di negoziazione portato avanti dall’Onu ma si sono espressi chiaramente a favore per l’invio di armi da parte dell’UE. Il Califfato, in conclusione, giova più a sé stesso o a due governi che per l’accentramento del potere hanno bisogno di un paese ancora destabilizzato?